La vera faccia dell’intelligenza artificiale: il motore del riarmo
Nella corsa al riarmo, il settore defence-tech è salito sul podio nella
competizione tecnologica globale degli ultimi anni. Dal 2022 ad oggi, gli
investimenti di venture capital nel settore defence-tech hanno raggiunto oltre
32 miliardi di dollari complessivi (Forbes, 2026), con un’accelerazione
significativa nel 2026 che ha già visto dall’inizio dell’anno circa 12,3
miliardi di dollari investiti in startup attive in difesa, aerospace e
spacetech. Questa tendenza è confermata dalla proliferazione di nuove startup
private del settore che raggiungono la valutazione oltre il miliardo di dollari,
come dimostra un’analisi di BestBrokers (2026), la quale evidenzia la nascita di
ben nove nuovi unicorni (termine coniato nel 2013 quando startup da oltre un
miliardo erano così rare da sembrare mitologiche — circostanza oggi venuta
meno), nell’Aerospace & SpaceTech, solamente nei primi mesi del 2026.
All’interno di questa cornice, il mercato specifico dell’IA militare valeva
circa 12,5 miliardi di dollari nel 2024 con proiezioni di crescita fino ai 25,58
miliardi di dollari nel 2030 — cifra che rischia di sottostimare la realtà,
considerato che solamente gli Stati Uniti investiranno circa il 2% del proprio
PIL in intelligenza artificiale e infrastrutture dati nel 2026, pari a circa 640
miliardi di dollari (Forbes, 2026).
L’Europa e l’Italia non sono da meno: il piano ReArm Europe prevede che dal 2026
dovranno essere definite aree strategiche su IA e sistemi informativi, mentre
l’Italia pianifica la nascita in Lombardia del polo quantistico più potente al
mondo, investendo 230 milioni di euro dai fondi Pnrr, con una previsione di
spesa di un miliardo nei prossimi 5 anni (La Riscossa, 2026). Ma a prescindere
dalle cifre, ciò che facilita il ruolo dell’IA come motore del riarmo non è
quanto si investe in essa, bensì il fatto che questa nuova tecnologia sia stata
distribuita gratuitamente, su scala di massa, ancora prima che si sapesse fino a
che punto sarebbe diventata infrastruttura militare. L’IA è entrata nella vita
quotidiana di miliardi di persone come strumento apparentemente neutro, rendendo
ogni obiezione al suo uso militare superata rispetto a un’infrastruttura civile
a cui nessuno è più disposto a rinunciare. Il defence-tech non sta quindi
semplicemente adottando l’IA, ma ne sta ereditando l’ecosistema, la cui
diffusione capillare ha già reso il processo irreversibile. E questo processo si
muove su quattro direttrici che si potenziano reciprocamente e alimentano il
riarmo: una economico-industriale, una geopolitica, una ambientale e una
politica.
DIRETTRICE ECONOMICO-INDUSTRIALE: I QUATTRO MOLTIPLICATORI DEL DEFENCE-TECH
La direttrice economica-industriale rivela come l’IA acceleri strutturalmente il
riarmo, attraverso quattro meccanismi reciprocamente alimentati:
1. Dual-use come cavallo di Troia: l’adattamento di una quota sempre crescente
di applicazioni di IA, dal settore civile all’uso militare, rende
automaticamente capacità militare ogni avanzamento nei modelli generalisti,
senza bisogno di un lavoro di ricerca dedicato. Un esempio di questo
meccanismo in azione è dato dai sistemi di visione e riconoscimento
automatico sviluppati da Anduril per i droni civili che sono stati
immediatamente riproposti per la sorveglianza di confine e la ricognizione
tattica.
2. Venture Capital applicato alla guerra: le startup tech non sono come i
contractor tradizionali che si reggono su margini stabili nel
tempo; un’impresa come Anduril deve mostrare crescita esponenziale, o i
finanziamenti si fermano seguendo una spirale a rinforzo continuo: un
contratto pubblico fa salire la valutazione, la valutazione più alta attira
un nuovo round di venture capital, e quel round richiede — per essere
ripagato — un contratto ancora più grande. Ogni fase alimenta la successiva
e un taglio alla spesa militare non è più solo una decisione politica ma
soprattutto una decisione economica, diventando una minaccia diretta per gli
investitori.
3. Lock-in dei sistemi: per un esercito che ha costruito la propria
architettura di comando e controllo grazie a determinati sistemi, diventa
costosissimo sostituirli e questo crea una dipendenza tecnica pluriennale
che rende il riarmo auto-rinforzante. Nel caso del Pentagono, per esempio,
il sistema Maven di Palantir è diventato parte integrante
dell’infrastruttura operativa. e sostituirlo richiederebbe la riconversione
completa dei processi operativi, la formazione di migliaia di operatori, e
la migrazione di decenni di dati. Questo rende qualsiasi alternativa
tecnicamente ed economicamente impraticabile.
4. Constituency economica: aziende defence-tech come Anduril e Palantir hanno
trasformato il complesso militare-industriale in un ecosistema finanziario
diffuso, finanziando la loro crescita con lobbying e assunzioni incrociate
di persone che escono dal governo ed entrano nelle aziende, e viceversa. Da
un lato, migliaia di dipendenti possiedono azioni il cui valore raddoppia a
ogni nuovo stanziamento pubblico, creando una constituency economica il cui
patrimonio personale dipende direttamente dall’espansione del bilancio
militare; dall’altro, questo meccanismo è alimentato da un aumento
sistematico dell’influenza politica: per fare un esempio, tra il 2022 e il
2024, nove aziende IA di punta e i loro dipendenti hanno incrementato del
60% i contributi alle campagne elettorali dei membri del Congresso
statunitense che controllano le politiche del
Pentagono (Bulletin of the Atomic Scientists, 2026). Il risultato è un
sistema in cui il denaro privato influenza sempre più le decisioni politiche
su quanto e come armarsi, poiché l’incentivo a spingere per più spesa
militare riguarda un numero sempre crescente di persone il cui patrimonio
personale dipende direttamente dall’espansione del bilancio pubblico della
difesa.
DIRETTRICE GEOPOLITICA: IL POTERE SENZA ACCOUNTABILITY DEMOCRATICA
I dati sugli investimenti in IA descrivono una doppia deformazione: quella
dell’architettura di sicurezza internazionale e quella delle istituzioni
democratiche chiamate a garantirla. Chi controlla capitali privati di centinaia
di miliardi ha accesso a infrastrutture militari, politiche ed economiche
paragonabili a quelle di uno Stato, ma senza la stessa responsabilità
democratica. L’episodio di Musk che ha velatamente minacciato di
spegnere Starlink in Ucraina è l’illustrazione più chiara di questo
squilibrio: un privato cittadino con il potere di condizionare un conflitto
armato, senza alcun mandato elettorale.
All’interno di questa cornice si trova anche la porta girevole tra industria e
apparato militare. Il generale Randy George ha impartito il giuramento a quattro
dirigenti tech — provenienti da Meta, OpenAI e Palantir — entrati in ruoli
militari (Bulletin of the Atomic Scientists, 2026); funzionari del Pentagono che
avevano contribuito a scrivere i requisiti IA dell’esercito sarebbero poi
passati a lavorare per le stesse aziende che hanno vinto quei
contratti (Defensescoop, 2026). Quando chi scrive le regole e chi le soddisfa
finiscono per scambiarsi i ruoli, i canali di influenza tra potere economico e
potere politico smettono di essere l’eccezione e diventano la norma
strutturale. La fitta rete di relazioni tra figure potenti e personaggi politici
mostra l’esistenza di canali di influenza che alterano completamente i rapporti
di forza tra i cittadini e i loro rappresentanti politici: i governi non temono
più le conseguenze elettorali perché la concentrazione patrimoniale ha spostato
il centro di gravità decisionale verso lobby, media acquistabili e nomine
incrociate tra industria e difesa.
DIRETTRICE AMBIENTALE: LA COMPETIZIONE PER LE RISORSE PRIMARIE
Il collegamento tra intelligenza artificiale e riarmo si completa quando
osserviamo la dimensione materiale: l’IA necessita di infrastrutture energetiche
che competono con gli Stati per le risorse primarie mentre vengono finanziate da
un settore privato il cui profitto dipende dalla continuazione della tensione
geopolitica che quegli stessi sprechi di risorse comportano. Secondo il report
dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni
Unite (2026), nel 2025 i data center globali hanno consumato 448 TWh di
elettricità, sufficiente a rifornire i bisogni annui di tutta la popolazione
dell’Africa sub-sahariana – 1,3 miliardi di persone – per oltre due anni e
mezzo. Se fosse un Paese, questo consumo si posizionerebbe all’11º posto nella
classifica globale davanti all’Arabia Saudita, con una carbon footprint di 189
milioni di tonnellate di CO₂e e un impatto idrico di 4,5 trilioni di litri, pari
ai bisogni domestici minimi di 620 milioni di persone.
L’Intelligenza Artificiale rappresenta una parte consistente di questo consumo:
nel 2025 i carichi di lavoro dell’IA da soli hanno rappresentato oltre il 20%
dell’elettricità usata nei data center, circa 93 TWh, equivalenti ai bisogni
residenziali di 715 milioni di africani subsahariani. Ciò equivale a 40 milioni
di tonnellate di CO₂e (CO₂e è la misura che riassume in un solo numero l’impatto
di tutti i gas serra coinvolti, non solo la CO₂ pura) – quanto assorbito da 661
milioni di piantine urbane in 10 anni.
A questo si aggiungono 900 miliardi di litri d’acqua – l’equivalente di 365.000
piscine olimpioniche – e l’utilizzo di 1.400 km² di terreno – un’area pari a
195.000 campi da calcio. Questa energia elettrica potrebbe soddisfare l’intero
fabbisogno energetico di un Paese come la Nigeria, la sesta nazione più popolosa
al mondo, per oltre due anni. Le proiezioni per il futuro prevedono il
raddoppiamento di questi consumi nei prossimi quattro anni. Questa crescita,
inserita in un contesto più ampio di scarsità e crisi climatica, non è neutrale:
la competizione per le risorse primarie che innesca l’IA nutre la stessa
tensione geopolitica che finanzia la sua espansione, in un circolo vizioso che
tende a moltiplicare il conflitto.
DIRETTRICE POLITICA: LO SCARSO MARGINE D’AZIONE DELL’ATTIVISMO
Le lotte contro la violenza ambientale hanno dimostrato che i grandi investitori
agiscono consapevolmente su comunità già fragili: se le comunità colpite devono
impiegare le loro energie nella sopravvivenza quotidiana, avranno poco margine
d’azione da dedicare alla mobilitazione politica. Il risultato è un circolo
vizioso: risorse primarie ridotte si traducono in bassa capacità di resistenza;
la resistenza indebolita permette agli attori responsabili della scarsità di
ridurre ulteriormente le risorse disponibili per le comunità. È la
privatizzazione della crisi. In questo meccanismo, la dipendenza dalle risorse
controllate da terzi diventa ricatto politico, e l’autonomia politica svanisce
insieme all’indipendenza materiale, privando le comunità colpite di leve di
negoziazione concrete.
Queste tendenze non vengono meno nel contesto dell’espansione dell’IA: secondo
un rapporto di Bloomberg (2025), quasi due terzi dei nuovi data center di IA
degli Stati Uniti, costruiti o in fase di sviluppo dal 2022, si trovano in aree
con elevati livelli di stress idrico. Lo stesso rapporto mette in luce la stessa
tendenza anche in altre regioni aride come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi
Uniti.
Un’analisi su circa 700 data center statunitensi conferma che quasi la metà si
trova in aree con un carico ambientale sopra la media, molte delle quali sono
localizzate in zone con indicatori di vulnerabilità sociale, come povertà e
bassi livelli di istruzione (World Resources Institute, 2026). Le proiezioni
prevedono che questa dinamica interesserà porzioni sempre più ampie del
pianeta, e quando la competizione per le risorse essenziali diventerà
strutturale su scala globale assisteremo a una ristrutturazione planetaria del
potere: l’erosione sistematica della nostra capacità collettiva di resistere
materialmente e politicamente.
SMANTELLARE L’INTRECCIO DEL RIARMO: UNA PIATTAFORMA COMUNE DI AZIONE COLLETTIVA
La finestra di tempo per cambiare traiettoria si sta restringendo e la
differenza che possiamo fare dipende da quanto rapidamente riusciremo a
organizzare la pressione necessaria prima che l’intreccio sinergico delle
quattro direttrici diventi irreversibile.
Movimenti antisistemici, per la giustizia climatica o per la democrazia digitale
esistono già, ma non operano in sinergia pur condividendo lo stesso avversario:
la concentrazione patrimoniale senza limiti, ovvero il comune denominatore di
tutte e quattro le direttrici del riarmo. La via più rapida per indebolire
questo circuito è ridurre l’accumulazione estrema di ricchezza, ad esempio
attraverso l’istituzione di un tetto patrimoniale progressivo che, riducendo uno
dei canali di finanziamento di capitale privato disponibile per startup
defence-tech, rallenterebbe l’innovazione bellica fuori dal controllo
parlamentare, limiterebbe il possesso da parte di singoli individui di
infrastrutture critiche con rilevanza strategica internazionale e indebolirebbe
la pressione a destinare risorse pubbliche al riarmo anziché alla transizione
ecologica. Una misura di questo tipo, da sola, non risolve i limiti strutturali
del problema — le corporazioni possono sostituire i miliardari come centri di
capitale concentrato e il rischio di fuga di capitali verso giurisdizioni più
permissive è reale.
Ha senso solo se accompagnata da riforme complementari: trasparenza sui
beneficiari effettivi, limiti al lobbying, armonizzazione fiscale a livello
europeo, trasparenza sui finanziamenti politici e democratizzazione dei media.
Si tratta di misure già dibattute nelle opportune sedi: gli strumenti
teoricamente esistono, così come la loro fattibilità tecnica, ma manca la forza
politica necessaria a implementarli. Un movimento omogeneo e coerente capace di
connettere le quattro direttrici del riarmo in un’unica cornice di
rivendicazione democratica potrebbe generare quella forza. Ed è proprio questo
lo scopo del presente articolo: cominciare a fare luce su questo collegamento e
contribuire a tessere quella rete di consapevolezza che può trasformare
rivendicazioni isolate in una piattaforma comune di azione collettiva.
Elisabeth Di Luca, Pubblicato su Pressenza il 12 agosto 2026.
Fonti
* AI Investment Will Hit 2% Of US GDP This Year, Analyst Says—Nearing Defense Spending Levels.
* Unicorn Startups: AI and Robotics Post Record-Breaking Valuations in 2026 – BestBrokers.com.
* Piano di riarmo europeo: industria bellica, finanza, università e intelligenza artificiale | La Riscossa.
* The rise of the military-technology complex – Bulletin of the Atomic Scientists.
* War Data Platform integration plans under scrutiny as DOD hustles to weaponize AI | DefenseScoop.
* https://collections.unu.edu/eserv/UNU:10647/UNU-INWEH-Report-The_Env_Cost_of_AI-20 26.pdf.
* AI Is Draining Water From Areas That Need It Most.
* From Energy Use to Air Quality, the Many Ways Data Centers Affect US Communities.
Letture di approfondimento
[Elenco di materiale consultato ma non citato direttamente, da cui sono nate
alcune idee del pezzo]
How Data Centers Are Deepening the Water Crisis – Business Insider.
Intelligenza artificiale militare: applicazioni operative, architetture data-centriche e nuovi attori della defence-tech | Ce.S.I. Centro Studi Internazionali.
Defence tech e spacetech: il venture capital accelera sugli unicorni della sicurezza.
Artificial Intelligence in Defense and Security Global Research Report 2025: Market to Reach $22.75 Billion by 2029 – Long-term Forecast to 2034 https://www.researchandmarkets.com/reports/6215084/artificial-intelligence-in-defense-security.
https://www.ceres.org/resources/reports/drained-by-data-the-cumulative-impact-of-data-centers-on-regional-water-stress.
Data Center Boom Risks Health of Already Vulnerable Communities | TechPolicy.Press.
https://www.corriere.it/buone-notizie/civil-week/26_febbraio_22/data-center-costi-e-consumise-con-20-domande-a-chatcpt-si-prosciuga-un-acquedotto-1593f8bd-663a-41c5-bc92-e5e5a 0583xlk.shtml?refresh_ce.
The Intersection of Data Center Development, Water Availability, and Environmental Justice in California.
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