In Italia 82 nuovi alberi monumentali entrano nell’elenco nazionale
A Pescara c’è un pino che invece di crescere verso il cielo si è disteso a
terra, il tronco lungo e ricurvo come un serpente addormentato sulla sabbia. Un
cedimento del suolo, secoli fa, lo ha piegato in quella posizione orizzontale
che oggi la scienza chiama adattamento e che il folklore locale racconta come un
incantesimo: sarebbe stato il canto delle ninfe marine a farlo inclinare verso
la battigia. Quel pino d’Aleppo “coricato” è uno degli 82 nuovi esemplari
entrati nell’elenco nazionale degli alberi monumentali, grazie al decimo
aggiornamento arrivato tramite decreto del ministero dell’Agricoltura, della
Sovranità alimentare e delle Foreste.
Sono tutti concentrati in tre Regioni – Abruzzo, Puglia e Umbria – e portano il
totale a 5.008, per un patrimonio complessivo di 17.564 esemplari: 4.524 alberi
singoli e 13.040 gruppi omogenei, cioè filari, viali storici, boschetti
riconosciuti come un unico bene da tutelare. Il nono aggiornamento, arrivato
appena nove mesi prima, aveva portato in dote 211 alberi distribuiti su undici
Regioni. Il decimo ne aggiunge meno di un terzo, e ne concentra la provenienza
in un’area molto più ristretta.
La Roverella di Nottoria
Tra i nuovi ingressi, il Ministero racconta due storie simbolo. Il Tasso Vetusto
della Foresta Umbra, nel territorio di Monte Sant’Angelo, in Puglia: un
esemplare millenario di oltre tre metri di circonferenza, noto per secoli come
“albero della morte” per la tossicità di foglie e semi, e insieme simbolo di
rigenerazione, perché sa far germogliare nuovi fusti dal proprio legno marcio. E
la roverella di Nottoria, frazione di Norcia, in Umbria: tronco di 535
centimetri di diametro, chioma “maestosa espansa e non compressa” come la
descrive lo stesso decreto.
Il Tasso Vetusto della Foresta umbra
L’elenco nazionale, però, non cresce soltanto. A ogni aggiornamento, insieme
alle nuove iscrizioni, il Masaf registra anche le cancellazioni dovute ad alberi
morti per cause naturali, abbattuti perché avevano perso i requisiti di
stabilità strutturale, o rimossi per rettifiche ai dati trasmessi dalle Regioni.
La legge 10/2013, che ha istituito l’elenco, prevede sanzioni amministrative da
5mila a 100mila euro per chi abbatte o danneggia un albero monumentale, salvo
che il fatto costituisca reato. Dal settembre 2025 ogni esemplare è inoltre
circondato da una ZPA – Zona di Protezione dell’Albero – che a livello nazionale
copre circa 1.100 ettari di territorio vincolato. Un impianto normativo tra i
più avanzati d’Europa, la cui efficacia dipende però dai controlli sul campo,
affidati a Comuni e Regioni con risorse molto diverse tra loro.
C’è un filo che lega questo aggiornamento a una notizia di cui ci siamo occupati
in aprile: la Rete nazionale dei boschi vetusti, inaugurata con il
riconoscimento dell’Abetina di Rosello, in Abruzzo, primo bosco d’Italia rimasto
senza interventi umani da due secoli. Non è un caso che i boschi vetusti siano
tutelati dallo stesso articolo 7 della legge 10/2013 che protegge gli alberi
monumentali, né che il dirigente della Direzione Foreste del Masaf, Alessandro
Cerofolini, avesse indicato proprio il modello di tutela degli alberi
monumentali come riferimento per gestire la nuova rete. Due sistemi diversi, la
stessa logica giuridica: tutelare la natura come bene comune.
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