15 agosto 2021 – 2026. Dopo cinque anni, i Talebani sono ancora più spietati
Uno schermo nero, perché mostrare il proprio volto è troppo pericoloso. Nomi di
fantasia, perché l’identità deve rimanere nascosta. E poi il collegamento che si
interrompe, per riprendere poco dopo da un computer o da un telefono diverso:
restare connesse troppo a lungo con lo stesso dispositivo potrebbe essere
rischioso. È in queste condizioni che si è svolta la conferenza stampa
organizzata dal CISDA con le attiviste di RAWA. Voci lontane, nascoste dietro
uno schermo, ma giovani e combattive, che nel triste anniversario del ritorno al
potere dei Talebani hanno voluto parlare alla stampa italiana. Raccontare cosa
significa vivere oggi in Afghanistan. E, soprattutto, cosa significa essere
donna in Afghanistan.
Riassumere la condizione delle donne afghane è tanto semplice quanto drammatico.
Le donne non possono lavorare, non possono studiare, non possono cantare, non
possono affacciarsi alla finestra, non devono mostrarsi, non riescono a farsi
curare, non possono andare nei parchi pubblici, non possono aprire negozi, non
possono andare in bicicletta, non possono parlare a voce alta. “Non” è la parola
che in Afghanistan si associa più frequentemente alla parola “donna”.
“Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica: i loro
movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono
controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione, ma di una
segregazione sistematica… per questo dobbiamo parlare di apartheid di genere.
Sono l’esclusione e il controllo sistematici delle donne, semplicemente perché
sono donne”, ha esordito una delle attiviste di RAWA collegate dall’Afghanistan.
Era il 15 agosto 2021 quando i media di tutto il mondo rilanciavano le immagini
dell’aeroporto di Kabul preso d’assalto da centinaia di persone che tentavano di
salire sugli aerei degli americani in fuga. Cinque anni dopo, non è soltanto la
repressione a essere rimasta: secondo le attiviste di RAWA, il regime ha
imparato a renderla più capillare, sfruttando anche strumenti tecnologici sempre
più sofisticati.
“I Talebani non sono cambiati. L’unica cosa che è cambiata è che sono diventati
più spietati. Inoltre, hanno supporto finanziario e accesso alla tecnologia:
attraverso questo accesso possono controllare la vita delle persone”, ha detto
l’attivista RAWA, spiegando come l’acquisto di una SIM card possa avvenire solo
presentando la carta d’identità elettronica, attraverso la quale è possibile
ottenere tutte le informazioni, comprese quelle biometriche, dell’intestatario:
“Quando c’è una manifestazione, come le ultime a Herat o nel Badakhshan, i
talebani chiedono alle società di telecomunicazioni di fornire loro i numeri
delle SIM card che risultano presenti nel luogo della manifestazione”. Da lì ad
arrestare chi partecipa alle contestazioni il gioco è facilissimo.
Il controllo non si ferma alla sorveglianza. Può trasformarsi rapidamente in
arresto, interrogatorio, intimidazione: decine e decine di persone spariscono
per giorni o per settimane, chiamate a rispondere di ciò che hanno detto,
scritto o fatto. Anche una frase non perfettamente allineata con i dettami del
regime può diventare una colpa.
Ma il controllo non passa soltanto dagli strumenti digitali. Si estende alla
vita quotidiana, al lavoro, agli aiuti umanitari, persino alle emergenze.
L’Afghanistan è una terra devastata non solo dalle guerre e dal regime dei
Talebani, ma anche da condizioni climatiche avverse, che alternano periodi di
grave siccità a forti piogge e inondazioni e da frequenti terremoti. È proprio
nelle situazioni di maggiore fragilità che, secondo RAWA, il regime
mostra ancora una volta il proprio volto disumano, rendendo ancora più difficile
la vita di donne e bambini: “Durante l’ultimo terremoto nella provincia di
Herat, per esempio, una delle nostre squadre sanitarie che si è recata sul posto
ha trovato diverse donne ancora sotto le macerie delle case”, ha spiegato
l’attivista RAWA. La loro colpa? Non avere parenti maschi che si occupassero di
loro.
E poi la corruzione, che arriva persino alle cerimonie private. In occasione di
fidanzamenti e matrimoni, raccontano le attiviste, gli uomini del regime possono
presentarsi nell’hotel o nel luogo della celebrazione e chiedere denaro. Solo
dopo il pagamento la festa può continuare.
Lo stesso meccanismo coinvolge le ONG che cercano di lavorare a sostegno della
popolazione, alle quali viene imposto un vero e proprio “pizzo”. Ma c’è un
limite che, spiega RAWA, nemmeno il denaro riesce a superare: quello dei
progetti rivolti alle donne. “Una persona che lavora in una di queste
organizzazioni ci ha detto che stavano preparando una proposta di progetto
rivolto alle donne, ma il governo ha imposto loro di sostituire la parola
‘donna’ con ‘famiglia’”. Anche la parola “donna” è impronunciabile nei documenti
ufficiali, a meno che non si tratti di divieti.
Eppure, mentre dentro l’Afghanistan il controllo si fa sempre più pervasivo,
all’esterno il regime persegue un obiettivo apparentemente opposto: farsi
accettare, diventare normale.
Si sta infatti assistendo a una progressiva normalizzazione delle relazioni
internazionali: il regime non viene formalmente riconosciuto, ma con chi
controlla il territorio si tratta e questo offre ai Talebani la possibilità di
presentarsi sempre più come un interlocutore normale.
La normalizzazione, però, non passa soltanto dalle cancellerie. Passa anche dai
video. Accanto alle relazioni con gli Stati e alle interlocuzioni con le
organizzazioni internazionali, secondo RAWA è in corso un’intensa attività sui
social: decine di video su YouTube, Facebook e TikTok mostrano turisti che
passeggiano tranquillamente per le strade di Kabul o visitano il parco nazionale
di Band-e Amir. “Gira anche un video dove si vede una donna ballare felice con
un uomo in una zona di montagna. Ma sono falsi. Sono video che vogliono far
vedere che la sicurezza in Afghanistan è ottima o che la vita è normale e
serena. In realtà questi youtuber sono pagati dai Talebani per far vedere un
Afghanistan che non esiste: parlano solo di cibo, di luoghi per picnic o di
località turistiche da visitare. Nessuno di questi video parla di povertà, o
della violenza contro le donne”.
È l’altra faccia della normalizzazione: non soltanto ottenere relazioni
diplomatiche, commercio o interlocuzione internazionale, ma costruire
un’immagine del Paese nella quale la repressione scompare dal campo visivo.
Eppure, sotto questa apparente normalità, qualcosa continua a muoversi. Una
parte della popolazione afghana si ribella, pubblicamente o resistendo
clandestinamente.
Nonostante la repressione, le proteste non sono scomparse. Come nel Badakhshan,
dove la popolazione ha organizzato manifestazioni pubbliche contro i Talebani e
il loro regime, o nella provincia di Herat, nell’area di Jebrail, popolata
soprattutto da Hazara: “Le forze di Amr al-Ma’ruf, la polizia morale, hanno
arrestato alcune donne in questa zona a causa dell’hijab ‘non conforme’.
La popolazione allora ha protestato e ha manifestato per il rilascio di queste
donne”.
Ma la ribellione non è soltanto quella visibile nelle manifestazioni, sempre
duramente represse. È anche quella invisibile della clandestinità, del lavoro
quotidiano di organizzazioni come RAWA: “Se vogliamo continuare il nostro
lavoro, dobbiamo essere più forti di coloro che sono al potere. E il modo per
essere più forti e preservare le militanti della nostra organizzazione è in
questo momento condurre lotte clandestine”.
Una clandestinità che permette di far arrivare all’estero la voce
dell’Afghanistan e delle donne afghane, di continuare a occuparsi di istruzione
attraverso scuole clandestine e di fornire assistenza a una popolazione sempre
più stremata.
È un lavoro difficile e pericoloso. I Talebani cercano continuamente chi
organizza queste attività, chi lavora contro di loro: “Controllano i social
media per individuare le attiviste e anche girare per le strade con un telefono
in mano può essere rischioso: se ti fermano, te lo controllano” e se trovano
qualcosa che non li convince l’arresto è immediato.
Le donne di RAWA e delle altre organizzazioni con cui il CISDA lavora non si
lasciano intimorire. Continuano con testardaggine a lavorare perché alle bambine
e alle ragazze afghane venga riconosciuto un futuro. Una responsabilità che,
anche per chi osserva da lontano, significa prima di tutto non lasciare che
quella voce scompaia.
CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane