Colleferro, il boato che riapre la questione sicurezza: la Valle del Sacco non può vivere di economia di guerra
Un boato sordo e prolungato, avvertito anche nei Comuni vicini, ha riportato in
primo piano una questione che Colleferro e l’intera Valle del Sacco, nella
provincia di Roma, conoscono da tempo: la sicurezza in un’area dove sono
presenti lavorazioni industriali ad alto rischio.
Lo stabilimento coinvolto è quello della KNDS Ammo Italy — la storica Simmel
Difesa — specializzato nella produzione di munizionamento di medio e grosso
calibro, componenti e materiali esplosivi destinati al settore della difesa.
L’azienda dichiara di esportare i propri prodotti in oltre quaranta Paesi.
Secondo le prime ricostruzioni, l’allarme è scattato dopo lo sviluppo di un
incendio nell’area di un miscelatore industriale, all’interno del reparto di
lavorazione delle polveri. Al rogo è seguita una violenta deflagrazione che ha
interessato una parte dello stabilimento.
Il dato più importante è che i lavoratori presenti sono riusciti a mettersi in
sicurezza e non risultano vittime né feriti. Le procedure di emergenza e la
tempestività dell’evacuazione hanno evitato conseguenze ben più gravi.
Spetta ora alla magistratura e agli organismi competenti ricostruire con
precisione le cause e la dinamica dell’incidente, ma quanto accaduto lascia
aperte domande che riguardano la sicurezza, il futuro industriale e il modello
di sviluppo della Valle del Sacco.
Per la comunità di Colleferro è inevitabile tornare con la memoria all’ottobre
del 2007, quando un’esplosione nello stesso complesso industriale provocò la
morte dell’operaio Roberto Pignalberi e il ferimento di numerosi lavoratori. A
quasi diciannove anni di distanza, un nuovo incidente ricorda una realtà che non
può essere aggirata: lavorare polveri da sparo, esplosivi e sostanze detonanti
comporta rischi intrinsechi e richiede standard molto elevati di prevenzione,
manutenzione e controllo.
Nel frattempo l’industria europea degli armamenti è entrata in una fase di forte
espansione, sostenuta dall’aumento delle commesse e della spesa militare. KNDS,
gruppo franco-tedesco nato dall’integrazione delle attività di Krauss-Maffei
Wegmann e Nexter, è uno dei protagonisti di questo processo.
È proprio questo scenario a rendere necessaria una verifica: capire se e in
quale misura siano cresciuti i carichi produttivi dello stabilimento di
Colleferro e se a eventuali aumenti della produzione siano corrisposti maggiori
investimenti nella prevenzione, nella manutenzione e nella sicurezza.
Questo non significa sostenere che il riarmo abbia provocato l’incidente. Allo
stato attuale non ci sono elementi per sostenerlo. Significa porre una domanda
molto più concreta: se sono aumentati i ritmi produttivi, sono aumentati nella
stessa misura anche controlli, manutenzione e garanzie per chi lavora?
È uno degli aspetti che andrebbe accertato insieme allo stato degli impianti e
dei macchinari, all’organizzazione dei turni, agli interventi di manutenzione e
al rispetto delle procedure previste per lavorazioni ad alto rischio.
Ma non basta stabilire che cosa abbia provocato l’esplosione. C’è una questione
più grande che riguarda il rapporto tra lavoro e industria militare. Un
territorio non può essere messo di fronte alla scelta tra occupazione e
sicurezza e la difesa dei posti di lavoro non può diventare l’argomento con cui
considerare inevitabile una crescita continua della produzione bellica.
Nell’immediato servirebbe una campagna straordinaria di controlli negli
stabilimenti ad alto rischio presenti nella Valle del Sacco, coinvolgendo
l’Ispettorato Nazionale del Lavoro e gli organismi statali, regionali e
territoriali competenti in materia di sicurezza, prevenzione industriale e
tutela ambientale.
Ma c’è anche una domanda che riguarda il futuro: quale industria vogliamo
costruire a Colleferro e nella Valle del Sacco?
Serve aprire un confronto che coinvolga governo, Regione Lazio, enti locali,
organizzazioni sindacali e rappresentanze dei lavoratori. Sarebbe però illusorio
pensare che una scelta di questo tipo possa arrivare spontaneamente dall’alto.
Gli attuali orientamenti verso l’aumento della spesa militare e il rafforzamento
dell’industria della difesa vanno nella direzione opposta.
Una prospettiva di diversificazione e progressiva riconversione produttiva può
nascere soltanto se attorno ad essa cresce una spinta dal basso, a partire dai
lavoratori e dalle organizzazioni sindacali, insieme alle associazioni, ai
movimenti e alle comunità della Valle del Sacco. La riconversione deve diventare
una vertenza del territorio: non per chiudere gli stabilimenti o sacrificare
l’occupazione, ma per rivendicare investimenti pubblici, garanzie per i
lavoratori e una politica industriale capace di costruire alternative concrete
alla dipendenza dalle commesse militari.
Significa difendere il lavoro di oggi e nello stesso tempo creare le condizioni
per il lavoro di domani.
Colleferro possiede competenze industriali, tecnologiche e professionali che
sarebbe assurdo disperdere e che possono essere utilizzate anche in produzioni
civili ad alto contenuto tecnologico: transizione energetica, sicurezza delle
infrastrutture, mobilità sostenibile, ricerca e tecnologie ambientali.
Una trasformazione del genere non avviene dall’oggi al domani. Richiede
investimenti pubblici, formazione, ricerca, politica industriale e garanzie
occupazionali, ma soprattutto rapporti di forza capaci di portare questa
alternativa nell’agenda politica. Senza una domanda organizzata che venga dai
lavoratori e dal territorio, il rischio è che la crescente dipendenza dalle
commesse militari venga presentata come l’unico futuro possibile.
La Valle del Sacco, del resto, porta già sulle proprie spalle una lunga e
difficile storia industriale e ambientale. È un territorio alle prese da anni
con bonifiche, contaminazioni e necessità di risanamento. Pensare che il suo
futuro possa dipendere soprattutto dall’espansione delle produzioni più
rischiose significherebbe non fare i conti con quella storia.
Quanto accaduto a Colleferro si è concluso fortunatamente senza vittime, ma
proprio perché questa volta è andata così, sarebbe sbagliato aspettare il
prossimo incidente per tornare a discutere degli stessi problemi.
Bisogna fare piena chiarezza sulle cause dell’esplosione, rafforzare i controlli
e garantire la sicurezza dei lavoratori, ma bisogna anche affrontare la domanda
politica che il boato di Colleferro lascia sul tavolo: vogliamo davvero che il
futuro industriale e occupazionale della Valle del Sacco dipenda sempre di più
dall’economia di guerra?
La sicurezza dei lavoratori, la tutela del territorio e il diritto
all’occupazione non sono interessi contrapposti. Una politica industriale degna
di questo nome dovrebbe riuscire a tenerli insieme.
Giovanni Barbera