I cittadini che salvano i rondoni, la biodiversità che vive sui tetti delle nostre città
Cittadini, insegnanti, associazioni ambientaliste e alcuni Comuni si mobilitano
in diverse città italiane per tutelare le colonie di rondoni che nidificano sui
tetti degli edifici storici, colmando i vuoti lasciati da una normativa che
affida la protezione dei siti riproduttivi alla buona volontà locale più che a
una regola uniforme. È accaduto di recente a Rimini, dove i vigili del fuoco
sono intervenuti con l’autoscala nel sottotetto dell’ITT Marco Polo di Marebello
per liberare un rondone rimasto incastrato tra gronda e rete anti-piccioni,
durante un sopralluogo di routine di Lipu e Monumenti Vivi sulla colonia
dell’istituto. Il volatile è stato portato al CRAS (Centro Recupero Animali
Selvatici) vivo ma in condizioni critiche: un secondo esemplare era già morto
nella facciata restaurata l’anno prima. Poche ore dopo, nella stessa rete, la
delegata Lipu Arianna Lanci ha trovato un piccione rimasto incastrato: la prova
che quella barriera non solo non allontana i piccioni per cui è stata
installata, ma uccide proprio gli animali che dovrebbe proteggere.
È una scena che si ripete, con varianti, in tutta Italia ogni primavera. Il
rondone comune torna dall’Africa subsahariana per riprodursi nelle stesse cavità
che ha sempre usato come buche pontaie, coppi, cassonetti delle tapparelle, e le
ritrova sempre più spesso chiuse a causa di ristrutturazioni, reti e cappotti
termici. È un uccello che passa quasi l’intera vita in volo, si nutre e dorme
senza mai posarsi, e tocca terra solo per nidificare: se quella fessura
sparisce, per lui non c’è alternativa. La specie infatti è calata del 25% in
Europa negli ultimi trent’anni. Come spiega il professor Gustavo Gandini,
garante degli animali del Comune di Milano, i rondoni sono «protetti dalla legge
nazionale n. 157/92, che prevede sanzioni penali» per chi ne distrugge i nidi. A
colmare il vuoto lasciato da amministrazioni e soprintendenze restano, spesso,
associazioni di quartiere, insegnanti o singoli cittadini.
Nidi artificiali
A Milano il Comune ha scelto di intervenire con una regola: dal 2020 chi
ristruttura un edificio e deve chiudere una cavità-nido è tenuto a compensarla
con nidi artificiali. L’associazione Monumenti Vivi aggiorna una mappa dei siti
riproduttivi cittadini, mentre alla Statale lo stesso Gandini segue da anni la
colonia di via Festa del Perdono: ottantasei nidi attivi, circa 170 uccelli,
seconda colonia della città per importanza dopo quella del Castello Sforzesco, e
una delle poche i cui numeri sono oggi conosciuti con precisione.
A Como, al liceo classico Volta, se ne occupano gli studenti: sotto le grondaie
del cortile nidificano i rondoni maggiori, e una classe ne cura censimento e
monitoraggio con l’aiuto di una docente. «Un bel modo per attivare e coinvolgere
i ragazzi», ha detto il preside Angelo Valtorta, e non la prima volta che un
liceo cittadino ospita una colonia: pochi anni prima erano stati i cassonetti
delle tapparelle del vicino Ciceri a fare da rifugio.
A Seriate, in provincia di Bergamo, è toccato a una torre abbandonata,
recuperata dalla sezione Lipu locale per restituirla alla colonia che la
abitava: un progetto presentato lo scorso 28 febbraio a Mestre, al convegno
nazionale “Rondoni ed edifici. Scopriamo la biodiversità urbana”, organizzato da
Lipu, WWF Venezia, Liberi di Volare, Monumenti Vivi e Venezia Birdwatching
davanti a delegazioni arrivate da tutta Italia, con la proiezione del
documentario Nati per volare e un’esposizione di nidi artificiali.
Il problema resta il fatto che, senza una norma che imponga la tutela dei siti
di nidificazione nei cantieri, tutto dipende dalla buona volontà dei singoli. A
Rimini, dopo il salvataggio, la Soprintendenza di Ravenna ha ribadito che
l’unico dispositivo compatibile con la tutela del sottotetto storico resta la
rete, la stessa che ha appena ucciso un rondone e intrappolato un piccione.
Arianna Lanci chiede da un anno un confronto diretto con l’ente: non è mai
arrivato. «Non sarebbe ora di dare dignità agli edifici che ospitano i nidi?»,
si chiede nel comunicato. Per ora, a rispondere, restano i cittadini.
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