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La crociata di Trump contro i giornalisti stranieri
> Il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha proposto di > ridurre il periodo di validità del visto di categoria “I” riservato ai > giornalisti stranieri: invece di periodi pluriennali rinnovabili fino a 5 > anni, la riforma stabilirebbe una durata massima di 240 giorni, ridotta a 90 > giorni per i giornalisti cinesi. Il rinnovo non sarebbe più una procedura > amministrativa di routine, bensì un privilegio che l’amministrazione Trump > potrebbe concedere o negare a propria discrezione. TRASFORMARE IL VISTO IN UN’ARMA La Foreign Press Association e altri media avvertono che, in una situazione del genere, per i corrispondenti stranieri sarà “impossibile” esercitare la propria professione. Se lo status giuridico dei giornalisti scadrà ogni pochi mesi e sarà costantemente condizionato dai capricci politici del governo, diventerà sempre più difficile costruire un network di fonti, approfondire e comprendere appieno le complessità politiche del Paese o, semplicemente, mantenere un legame stabile con la propria famiglia. L’Associazione statunitense dei corrispondenti di stampa estera (AFPC) definisce questa proposta “un palese attacco alla libertà di stampa” che sembra “creata appositamente per disincentivare una valutazione del governo USA, impedendo alla stampa libera di spingere chi detiene il potere a rendere conto delle proprie azioni”. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) ha amplificato la risonanza di questo allarme e ha dichiarato che tali restrizioni “[cancellano] una politica in vigore da decenni che consentiva ai giornalisti stranieri di svolgere il proprio lavoro dagli Stati Uniti senza temere che il loro visto potesse essere utilizzato contro di loro”. Il direttore del CPJ per le Americhe, José Zamora, ha altresì avvertito che “questa è l’ultima escalation … che segue una serie di violazioni della libertà di stampa molto preoccupanti… È regressione della democrazia, non libertà di espressione internazionale all’avanguardia”. UN ATTACCO AL PRIMO EMENDAMENTO Da un punto di vista formale, il Primo Emendamento vincola il Congresso, non i funzionari consolari o le autorità preposte all’immigrazione. Ma sostanzialmente, questa proposta è un affronto diretto al principio cardine del Primo Emendamento: la stampa libera deve essere in grado di valutare chi è al potere senza temere ritorsioni. Se per un giornalista la possibilità di vivere e lavorare negli Stati Uniti fosse subordinata a rinnovi frequenti e discrezionali, l’amministrazione Trump creerebbe quel clima di autocensura che il Primo Emendamento intende prevenire. Se un giornalista fosse consapevole che scrivere un articolo critico sul Presidente o sui suoi alleati potrebbe tradursi nel rifiuto del rinnovo del visto, il confine tra la normativa e la ritorsione politica svanirebbe del tutto. Non si tratta di uno scenario ipotetico. Il CPJ ha avvertito che una riduzione del periodo di validità del visto potrebbe creare “un contesto di possibile censura editoriale in cui l’amministrazione Trump può barattare l’accesso al Paese in cambio di una copertura giornalistica conforme”. Autorizzare il governo a esaminare il contenuto di un lavoro giornalistico per decidere se rinnovare l’estensione del visto o meno apre le porte al filtraggio ideologico di chi può fare informazione negli Stati Uniti e chi no. E questa logica non differisce granché dai metodi dei regimi autoritari che gli USA hanno storicamente condannato. UNO STRUMENTO PER LA PUNIZIONE SELETTIVA La proposta crea inoltre lo strumento perfetto per la punizione selettiva dei giornalisti provenienti dai Paesi con cui l’amministrazione Trump intrattiene relazioni tese o conflittuali. Il fatto di riservare ai giornalisti cinesi limiti particolarmente severi di 90 giorni segnala esplicitamente che Washington è pronta a brandire il rinnovo del visto come un’arma geopolitica e non come uno strumento amministrativo neutrale. Con un precedente simile, niente impedirebbe all’amministrazione di stringere ulteriormente la morsa sui giornalisti provenienti dalle nazioni che gli USA sperano di punire o sulle quali vogliono esercitare pressioni. Il risultato? Un panorama giornalistico a due livelli in cui i giornalisti provenienti da Paesi “amici” godrebbero di una relativa stabilità, mentre quelli provenienti da Paesi “ostili” si troverebbero ad affrontare una costante incertezza e l’implicita richiesta di “comportarsi bene”. Un sistema del genere provoca contromisure. Altri governi, in particolare quelli già ostili ai media critici, sfrutterebbero l’esempio degli Stati Uniti per giustificare le restrizioni sui visti dei corrispondenti americani, togliendo ulteriore spazio al giornalismo indipendente in tutto il mondo. Nel tentativo di disciplinare i giornalisti stranieri, Washington rischia di mettere in difficoltà i giornalisti americani che lavorano al di fuori degli USA. DANNI COLLATERALI A SOCIETÀ E INDUSTRIA USA Tuttavia, questa proposta non danneggerebbe solo le redazioni giornalistiche. La copertura internazionale degli Stati Uniti è un’arteria vitale per i settori che dipendono dalla visibilità globale, come la finanza, la formazione universitaria, l’intrattenimento, lo sport, il turismo e le istituzioni culturali. Se per le testate straniere diventasse eccessivamente dispendioso o logisticamente impossibile mantenere corrispondenti negli Stati Uniti per più di qualche mese, moltissime trasferirebbero altrove i propri centri operativi. E questo trasferimento ha un prezzo: meno reportage approfonditi sulla democrazia americana, i suoi mercati, le sue università, la sua cultura; una maggiore attenzione a narrazioni “di seconda mano” o avverse. Per un Paese che ancora rivendica la leadership di un “mondo libero”, danneggiare deliberatamente la visibilità globale della propria società sembra, più che ipocrita, decisamente controproducente. COMPROMISSIONE DEI TRATTATI E DELLA REPUTAZIONE GLOBALE Un ulteriore aspetto, spesso sottovalutato, è che queste restrizioni rischiano di scontrarsi con gli obblighi USA previsti dall’Accordo sulla sede delle Nazioni Unite e dagli accordi correlati che regolano l’accesso dei giornalisti stranieri impegnati a seguire le attività dell’ONU. New York non è una città americana come tante altre: è la sede di un’organizzazione internazionale il cui operato dipende dal libero accesso alla stampa di tutti gli Stati membri. Per decenni, Washington ha giustamente insistito che gli Stati sede delle istituzioni internazionali devono garantire il libero accesso alla stampa ed evitare di trasformare i visti in un’arma politica. Se fossero proprio gli Stati Uniti a farlo per primi, questo fornirebbe a ogni governo autoritario la scusa perfetta per fare esattamente la stessa cosa, erodendo quel che rimane di una norma globale già traballante. Inoltre, l’articolo 19 della Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite tutela la libertà di “cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni genere”. Gli organi delle Nazioni Unite hanno ripetutamente esortato i vari Paesi a creare condizioni favorevoli affinché i giornalisti possano lavorare liberamente. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha segnalato che a livello globale la libertà di stampa è sempre più compromessa; ha inoltre esortato i governi “a proteggere i giornalisti e gli operatori dei media, nonché a creare le condizioni necessarie affinché possano svolgere il loro importante lavoro”, ricordando agli Stati che “informare non è un crimine”. L’AFPC ha giustamente osservato che la proposta di legge dell’amministrazione Trump “sarebbe un disastro per la leadership americana nel mondo”, proprio perché dimostra che gli Stati Uniti sono pronti a mettere in discussione le stesse norme che hanno a lungo promosso nei forum internazionali. Pertanto, quando il Paese ospitante delle Nazioni Unite normalizza l’uso strumentale dei visti per i giornalisti, indebolisce le tutele da cui dipendono i propri reporter all’estero. COSA BISOGNA FARE Non tutto è perduto. La proposta può essere contestata e, in ultima analisi, respinta combinando azioni legali, supervisione da parte del Congresso, pressioni diplomatiche, e mobilitazione dell’opinione pubblica. Le testate giornalistiche, le associazioni per la difesa delle libertà civili, le università e le industrie statunitensi che dipendono dalla visibilità internazionale dovrebbero presentare reclami formali e una petizione al Congresso per bloccare l’implementazione della proposta di legge e dovrebbero, al tempo stesso, preparare dei ricorsi sostenendo che la norma è arbitraria, discriminatoria e incompatibile con la tutela costituzionale della libertà di stampa. I governi stranieri e gli organismi internazionali, tra cui l’ONU, dovrebbero chiarire che la compromissione dell’accesso della stampa straniera negli Stati Uniti provocherebbe contromisure restrittive sui giornalisti americani all’estero, isolando ulteriormente il pubblico statunitense dal resto del mondo. Dovrebbero inoltre ricordare a Washington che è soggetta a obblighi in qualità di sede dell’ONU, e che deve adempiere ai suoi impegni in materia di diritti umani. Devono chiedere che faciliti il lavoro dei corrispondenti stranieri, piuttosto che ostacolarlo. I cittadini americani, che in definitiva pagherebbero le conseguenze di un’informazione pubblica impoverita, devono insistere affinché il loro governo non abusi delle leggi sull’immigrazione per farne uno strumento di censura occulto. Come ha sottolineato il CPJ, gli Stati Uniti non possono affermare di essere “l’avanguardia internazionale della libertà di espressione” se poi utilizzano i visti per punire in modo selettivo il giornalismo critico. Non è un caso che Trump, apertamente ostile ai media indipendenti, cerchi ora di trasformare i visti in leve di controllo su chi dovesse parlare al pubblico della sua amministrazione. Se questa norma dovesse essere confermata, rafforzerebbe ulteriormente una forma di autoritarismo che si sta espandendo in America. Ed è proprio per questo che deve essere fermata. -------------------------------------------------------------------------------- Una versione più breve di questo articolo è stata pubblicata su IPS News. TRADUZIONE DALL’INGLESE DI LAURA FRESCINA -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Dr. Alon Ben-Meir è Presidente dell’Institute for Humanitarian Conflict Resolution. Pressenza New York
August 13, 2026
Pressenza