BULGARIA: TORTURATI RICHIEDENTI ASILO NEL CENTRO DI DETENZIONE DI PASTROGOR. LA DENUNCIA DEL COLLETTIVO ROTTE BALCANICHE
“Violenze normalizzate” dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Lo
testimoniano compagne e compagni del Collettivo Rotte Balcaniche presenti in
Bulgaria il 26 luglio, quando è scoppiata una rivolta nel lager per migranti di
Pastrogor, nei pressi della frontiera turco-greco-bulgara.
“Dopo settimane di mobilitazione delle persone in movimento contro la privazione
della loro libertà (…) le telecamere di sorveglianza sono state spente e i
detenuti sono stati picchiati e torturati”, scrive il Collettivo in un
comunicato diffuso in italiano, inglese, greco e bulgaro. Attiviste e attivisti
erano in presidio davanti al centro e hanno raccolto le testimonianze dirette
dei pochi detenuti che ancora possiedono uno smartphone: “le persone hanno
iniziato a scandire slogan come Libertà, Hurriya e Open camp! Open camp!,
riunendosi gioiosamente, mentre all’esterno del centro di detenzione il
Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente,
alcune persone hanno tentato di evadere”.
Poco dopo è arrivato il durissimo intervento della polizia che “con il volto
coperto da passamontagna ha picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente
atto di rappresaglia”. Ancora più grave la presenza di minori, che non
dovrebbero trovarsi in un centro chiuso.
Prima della dura repressione della polizia, i richiedenti asilo erano mobilitati
da settimane. Protestavano “collettivamente contro la loro detenzione. Molti di
loro hanno partecipato a uno sciopero della fame, rifiutando il cibo
immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati. Alcuni hanno
organizzato diverse contestazioni”.
Si tratta di un esempio di come un centro per migranti, aperto nel 2012 come
centro di accoglienza e poi diventato un centro chiuso per richiedenti asilo,
stia diventando un esperimento delle nuove leggi contenute nel Patto europeo
sulla migrazione e l’asilo.
Abbiamo approfondito la vicenda con Lotti e Cami del Collettivo Rotte
Balcaniche, che il 26 luglio erano presenti in presidio fuori dal campo di
Pastrogor. Ascolta o scarica
Il comunicato stampa inviato in redazione dal Collettivo Rotte Balcaniche.
Una rivolta delle persone in movimento detenute in base al nuovo Patto europeo è
stata brutalmente repressa dalla polizia bulgara.
Nel centro di detenzione di Pastrogor, dopo settimane di mobilitazione delle
persone in movimento contro la privazione della loro libertà, la repressione
della polizia è ulteriormente aumentata domenica 26 luglio: le telecamere di
sorveglianza sono state spente e i detenuti sono stati picchiati e torturati.
Questo attacco rappresenta l’ennesimo esempio della violenza di Stato alle
frontiere europee, che sta raggiungendo livelli senza precedenti dall’avvio, nel
mese di giugno, dell’implementazione del Patto europeo sulla migrazione e
l’asilo.
Per settimane, i detenuti di Pastrogor, a pochi chilometri dal confine con la
Turchia, si sono mobilitati collettivamente per protestare contro la loro
detenzione. Molti di loro hanno partecipato a uno sciopero della fame,
rifiutando il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati.
Alcuni hanno organizzato diverse contestazioni, rifiutandosi di lasciare la
mensa e chiedendo cibo aggiuntivo e di migliore qualità. In risposta, almeno una
persona è stata picchiata da un poliziotto, trattenuta in commissariato e
costretta a firmare una dichiarazione di impegno a non partecipare ad alcuna
futura protesta.
La rivendicazione centrale di questa mobilitazione non era soltanto il
miglioramento delle insopportabili condizioni del campo di Pastrogor – come le
infestazioni di parassiti e il caldo estremo – ma soprattutto la fine della
detenzione stessa. In una lettera, molti detenuti hanno rivendicato il rilascio
e il trasferimento in un centro di accoglienza aperto per richiedenti asilo.
Hanno inoltre chiesto di poter accedere a informazioni legali sulle ragioni
della loro detenzione e sulla sua durata, informazioni che le autorità
responsabili della gestione del centro di detenzione hanno deliberatamente
negato.
La mobilitazione si è intensificata il 26 di luglio, quando le persone hanno
iniziato a scandire slogan come “Libertà, Hurriya” e “Open camp! Open camp!”,
riunendosi gioiosamente mentre all’esterno del centro di detenzione il
Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente,
alcune persone hanno tentato di evadere. Dopo questo intenso momento di protesta
e solidarietà, i detenuti sono tornati nelle loro stanze. Un’ora più tardi, i
rinforzi della polizia hanno fatto irruzione nell’edificio: con il volto coperto
da passamontagna e dopo aver spento le telecamere, hanno picchiato brutalmente i
prigionieri in un evidente atto di rappresaglia.
La vendetta è stata brutale: alcune persone hanno riportato decine di ematomi
sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture alle mani
alle gambe; altre sono state viste ricoperte di sangue; almeno una persona ha
perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella da un
poliziotto, e molto altro. Sono stati picchiati anche dei minori (che, per
legge, non dovrebbero trovarsi in un centro di detenzione). Nel tentativo di
nascondere le violenze commesse, la polizia ha distrutto un numero elevatissimo
di telefoni, rendendo molto più difficile la comunicazione con e tra i
prigionieri. Dodici persone sono state portate via dal centro, trattenute per 24
ore in una stazione di polizia, costrette a firmare dichiarazioni con cui si
impegnavano a non prendere parte ad alcuna protesta in futuro e successivamente
ricondotte a Pastrogor.
Dopo questi fatti, una persona reclusa afferma: “Abbiamo capito che il governo
vuole trattenere le persone in un centro mentre le loro domande di asilo vengono
esaminate. Tuttavia, mantenere i richiedenti asilo in un centro chiuso per un
periodo fino a tre mesi è ingiusto. Se lo scopo è semplicemente quello di
esaminare le loro domande di asilo, dovrebbero invece essere accolti in un
centro aperto, dove possano vivere in libertà mentre le loro pratiche vengono
valutate. Trattenere le persone in un centro chiuso in queste circostanze è
inutile e ingiusto, e questa realtà deve essere resa pubblica”.
Il centro di Pastrogor è stato costruito nel 2012 come campo aperto per persone
sottoposte alla procedura di richiesta di asilo. Nel dicembre 2025, per attuare
il nuovo Patto europeo, le autorità bulgare hanno trasformato questo cosiddetto
«centro di transito» in un centro di detenzione, un esito prefigurato dalla sua
architettura carceraria e dal suo isolamento. Al suo interno viene applicata la
nuova “aslyum border procedure”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto
che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento.
Inoltre, essa intensifica i rigetti sistematici e le deportazioni di massa,
spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la
collaborazione di Frontex e IOM.
Mentre la durata delle detenzioni continua ad allungarsi, la nuova procedura di
frontiera impone un termine di appena sette giorni per presentare ricorso contro
il diniego della protezione. Si tratta di un ostacolo particolarmente grave,
considerata l’assenza di informazioni e di assistenza legale fornite dalle
autorità bulgare.
La rapida attuazione del Patto ha provocato un forte aumento della reclusione
delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di
Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del
12 giugno a oltre 220 alla fine di luglio. Si tratta di un’ulteriore escalation
della guerra condotta dall’Unione europea e dai suoi Stati membri contro le
persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri
rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali.
Eppure le persone continuano a lottare e a resistere: attraversano le frontiere,
scavalcano le reti, gridando “Open camp!” dietro alle sbarre dei centri di
detenzione al confine tra Bulgaria e Turchia e dovunque.
Siamo con loro e la nostra solidarietà è incondizionata. Le loro rivendicazioni
non resteranno inascoltate. Questi muri cadranno.
Collettivo Rotte Balcaniche.