Voci fuori dal coro massmediatico
Dalla rassegna curata dalla redazione di NOTAV.Info riprendiamo le prese di
posizioni – nettamente collocate fuori dal coro massmedistico – espresse da tre
autorevoli opinion maker, in ordine al dibattito seguito ai fatti accaduti in
Val di Susa nel quadro del recente Festival sull’Alta Felicità. Si tratta di
Alessandro Di Battista, Pierluigi Sullo e Diego Bianchi: interventi che sono
sicuramente utili al confronto che sta attraversando tutti i movimenti
antagonisti del nostro paese. Insomma, il Movimento NoTav torna al centro del
dibattito politico nazionale, così come ha evidenziato lo stesso Osservatorio
Repressione, uno dei partner più pregiati di Pressenza: «Tra repressione,
retorica sicuritaria e criminalizzazione del dissenso, la mobilitazione in Val
di Susa – scrive l’OR – riapre la questione dell’opera e mette in difficoltà un
governo che risponde con nuove invocazioni punitive»[accì]
Considerazioni di Alessandro Di Battista
Chi condanna le violenze in Val di Susa (sono spesso gli stessi ai quali 30.000
bambini palestinesi fatti a pezzi dai terroristi sionisti evidentemente non
fanno né caldo né freddo, ma questo è un altro discorso) dovrebbe sapere che la
violenza infinitamente più grande, la madre di tutte le violenze è sventrare una
valle intera per imporre ai suoi abitanti un’opera inutile, costosissima,
stupida e profondamente vecchia. Un’opera pensata quando non esistevano i voli
low cost, un’opera che quando (nel 2040, forse) sarà finita, farà risparmiare
pochi minuti ai treni rispetto a quel che impiegano oggi usando la ferrovia già
esistente.
Se oggi si tornasse davvero a parlare del TAV – un’opera offensiva in primis per
i valsusini ma per tutti gli italiani che getteranno nel cesso dell’inutilità
non si sa quanti miliardi di euro – ebbene si scoprirebbe che sul lato italiano
non è stato scavato ancora un centimetro di tunnel. Nemmeno un centimetro! Lo
sapevate? Neppure è arrivata la macchina scavatrice. La stanno smontando in
Germania per poi mandarla a pezzi in Italia dove verrà rimontata ed entrerà in
funzione presumibilmente nel 2027.
Eppure chi pensò quest’opera sul finire degli anni ‘80 (era un’altra era ripeto,
c’era chi prendeva il treno per Parigi oggi quanti lo fanno?), ovvero gli
Agnelli e l’allora presidente di Confindustria Sergio Pininfarina, sosteneva che
il TAV dovesse esser realizzato immediatamente.
“L’attuale Torino-Lione è quasi satura. Treni ad alta velocità subito o sarà
tardi” dichiarò Pininfarina il 15 ottobre del 1991. Sono passati 35 anni da
allora e ne passeranno altri 15 prima che l’opera (se lo sarà) sarà realizzata.
Essere NO-TAV non è di sinistra. Io non sono di sinistra. E’ semplicemente
giusto. Chi difende il TAV difende sprechi di soldi, una valle sventrata e
sopratutto, ripeto, una roba vecchia!
P.S. PER LA CRONACA IL PARTITO CHE PIÙ HA VOLUTO E DIFESO QUESTA FOLLIA È IL PD.
IL PD È IL MASSIMO RESPONSABILE DI QUESTA PORCHERIA E DUNQUE DI TUTTE LE
VIOLENZE FATTE PER IMPORLA AI CITTADINI ITALIANI
CONSIDERAZIONI DI PIERLUIGI SULLO
Io sto con i valsusini, e da un bel pezzo. Circa vent’anni fa ero a Venaus, il
giorno dopo la grande ondata umana che cacciò via le truppe dello Stato, era
successo che una grande manifestazione, più o meno come l’altro giorno, si era
trovata su una strada che passava sopra le schiere di poiiziotti e carabinieri,
le valli sono fatte così, sali e scendi, e di colpo la massa si precipitò giù
per la scarpata e mise in fuga gli armati. Il cantiere che volevano fare a
Venaus fu ritardato sine die. E mentre ero lì, a chiacchierare con vari No Tav,
vidi una signora anziana, molto anziana, magra e curva e minuscola, come dice
Arundhati Roy di se stessa, passare davanti a un carabinere, che stava lì per
figura, e sputargli sulle scarpe. Un gesto poco elegante, ma diceva di come i
valsusini percepivano la faccenda, come una occupazione militare, una mattina mi
son svegliato.
L’opposizione della valle al mega-tunnel è cominciata trentacinque anni fa.
Significa che “le diverse generazioni” che il comunicato dei No Tav dopo i fatti
dell’altro giorno cita sono una verità: diverse generazioni hanno studiato,
discusso, lottato, votato perché il tunnel non si faccia. Hanno creato in tanti
anni un fenomeno, ossia il luogo fisico e la cultura che ha aperto una faglia,
un abisso, tra l’idea di benessere e progresso del Novecento e quel che viene
dopo, che ancora non sappiamo bene cosa sia ma che sta crescendo ovunque.
Perciò mi sono innamorato dei valsusini, oltre al garbo e la schiettezza e la
politica fatta al livello del suolo, un po’ come gli zapatisti, perché lì io,
come tanti altri, abbiamo intravisto il futuro. Tra l’altro, ho anche messo
insieme un libro intitolato “No Tav d’Italia”, in cui gli stessi che le
organizzavano, hanno raccontato, forse una dozzina di anni fa, le lotte contro
il presunto progresso vandalico, dalle grandi navi a Venezia al ponte sullo
Stretto. E’ questo un mito nato nel 1945, quando si trattava id ricostruire un
paese distrutto, ma nuove ferrovie e autostrade, nuovi quartieri in periferia,
cemento dappertutto e così via, sono diventati una ideologia, quella del
Prodotto interno lordo, la sola religione di stato che non ammette eresie e
scismi. Perciò i valsusini sono così fastidiosi, e sono così repressi.
Questa estate abbiamo avuto, fin qui, il peggior caldo della storia, i peggiori
incendi di foreste (350 mila in fuga tra Francia e Spagna), la siccità più
preoccupante, e però tutti noi viviamo in una “fiction”, in cui tutti, dai
politici ai media ai cosiddetti intellettuali dicono che si tratta di “anomalie
climatiche” (è il titolo che usa SkyTg) e che presto si tornerà alla normalità.
Ma la normalità è morta, viviamo in un altra era, a cui nessuno vuole adattarsi,
perciò i vigili del fuoco, eroi del secolo, vengono lasciati soli di fronte alle
fiamme, perciò gli acquedotti sono colabrodi e nessuno studia unm regime delle
acque, e dell’agricoltura, molto diverso d quello passato (e le fonti sono
regalate per due soldi alla Coca Cola e alle sue sorelle), e così via
all’infinito. E i politici, poi: mentono, sono ignoranti, cercano solo di
sfruttare quel che acade a loro vantaggio nella propaganda, e fanno i galletti:
lo stato c’è, come dice Meloni andando a Venaus, e cioè: o’ stato so’ io (già
sentita, ma in francese).
E la violenza? I quasi terroristi incappucciati? Quelli che secondo il tartufo
Fratoianni danneggiano la lotta No Tav (non ha letto i comunicati che non fanno
distinzioni)?
Qualche giorno fa era l’anniversario, il venticinquesimo, di Genova 2001. E’ lì
che, come in molti denunciammo, la violenza ha fatto il suo balzo in avanti, e i
giovani e giovanissimi del movimento di quegli anni furono picchiati,
imprigionati, torturati, massacrati in una scuola di notte e molestati in una
caserma di periferia. E un ragazzo fu ucciso. Le “forze dell’ordine” erano fuori
controllo, le gabbie spalancate, l’impunità qualunque porcheria facessero. E la
polizia e i carabinieri non hanno mai recuperato: scarso addestramento e
violenza libera, come dimostra, dopo molltissimi altri, il caso di Fakir a
Bologna.
Ma questa volta i tutori dell’ordine altrui sono stati fregati, è bastato un
minimo di organizzazione per violare il recinto del cantiere e dar fuoco a
tutto, e non affrontare le truppe di occupazione a mani nude, come facemmo noi a
Genova, ma scompaginando le schiere con petardi e sassi.
Non farò alcun appello “alla sinistra”, in questi trent’anni destra e sinistra,
comune e regione, i partiti e il sindacato (tranne la Fiom e Rifondazione) hanno
attaccato in ogni modo i No Tav, senza che nessuno si chiedesse seriamente a
cosa serva un tunnel come quello, in nome di quale progresso (a cose fatte, il
supertreno per Lione risparmierebbe la bellezza di un quarto d’ora), perché
questa roba si fa per farla, perché sono affari su cui guadagnano costruttori e
politici, tutti tranne chi ci vive, in Val Susa, e la ama.
Siamo in un’epoca di emergenze mortali, a causa della crisi climatica, ma tutto
deve restare com’è, e quindi chi si oppone viene aggredito. E’ la premessa per
una dittatura.
ASCOLTARE LE MONTAGNE DI DIEGO BIANCHI
La violenza è un errore, ma la lotta dei No Tav non è solo questo. La sinistra
dovrebbe riflettere
“Crediamo sia superfluo dire che nulla di tutto quello che tentano di fare qui
sia accettato, ben di meno normalizzato. Ogni colata di cemento, ogni albero
sradicato, ogni Jersey che impedisce il passaggio, ogni centimetro di filo
spinato, sono per noi una provocazione inaccettabile, un’offesa a queste
montagne che abbiamo promesso di proteggere oramai 30 anni fa”. Leggo il
comunicato ufficiale del Movimento No Tav, scritto a margine della giornata di
manifestazioni e scontri con le forze dell’ordine del 25 luglio, e mi sento pure
oggi un po’ più vecchio di quanto dovrei.
Nel sentirmi tale, quasi compiacendomi del poter dire amaramente che sempre meno
cose mi sorprendono davvero, mi chiedo come sia possibile che non risulti a
ognuno altrettanto evidente che chi in questo Paese potrebbe e dovrebbe
invertire l’inerzia delle cose, al netto dei proclami, di fatto non ne sia in
grado mai.
Vuoi per incapacità, vuoi per rendita di posizione e convenienza, si invecchia
tutti insieme ipocritamente, senza significativi mutamenti, in un senso o
nell’altro. Quel comunicato orgogliosamente uguale a mille comunicati del
passato, visto che ormai parliamo di una battaglia lunga più di trent’anni, dice
tanto, se non tutto, del movimento e di chi in tutto questo tempo ha cercato di
osteggiarlo dipingendolo come un’accolita di terroristi più o meno mancati e
come tale cercando di reprimerlo. Premesso l’ovvio (che di questi tempi
disonesti va comunque premesso, vale a dire che personalmente rifuggo e condanno
ogni forma di violenza, vero punto di forza della propaganda sul tema di ogni
governo o forza pro Tav, come strategia per raggiungere il fine e creare
consenso alla causa) è difficile negare l’evidenza di una drammatica storia
immobile troppo facile da circoscrivere nei confini della guerriglia armata se
in Val di Susa non ci si è andati mai. Ogni volta che mi sono trovato su quelle
montagne, a chiacchierare con chi non riusciva a spiegarsi quanto filo spinato e
quanta forza militare fosse impiegata a protezione di cantieri senza vita che
non fosse armata, realizzavo che se da destra era facile banalizzare il tema, lo
stava diventando sempre più anche a sinistra, dove pure un minimo di complessità
sarebbe richiesto.
Un popolo vessato da vari tipi di abusi che attraversando i decenni lotta,
invecchia, muore e si rigenera, passando il testimone di generazione in
generazione, andrebbe rispettato e ascoltato di più, a prescindere dalle
violenze per cui pagherà e ha già pagato, a prescindere dalla propaganda che
sulla loro pelle e sulla loro terra è stata fatta e si continuerà a fare.
Redazione Italia