Tibet, nuova ondata di demolizioni: oltre mille abitazioni di monaci nel mirino della Cina
A Sertar, nell’altopiano del Sichuan occidentale, le ruspe lavorano di notte. È
il metodo scelto dalle autorità cinesi per abbattere, senza testimoni né
satelliti a documentare, le abitazioni di Larung Gar, il più grande centro di
studi buddhisti tibetani al mondo. Le operazioni sono iniziate il 13 luglio e,
secondo quanto riferito da fonti locali all’International Campaign for Tibet
(ICT), entro il 15 luglio erano già state rase al suolo almeno sei residenze, le
prime di una lista che ne conta 1.060.
Il bilancio, se confermato nella sua interezza, rappresenterebbe una delle
campagne di demolizione più estese degli ultimi anni in quella che i tibetani
chiamano Larung Five Sciences Buddhist Academy, fondata nel 1980 dal lama
nyingma Khenpo Jigme Phuntsok in una valle allora disabitata della prefettura
autonoma tibetana di Kardze. Le migliaia di piccole capanne rosse arrampicate
sul pendio, diventate negli anni l’immagine più riconoscibile del buddhismo
tibetano contemporaneo, sono anche il bersaglio più semplice da colpire. La
notizia è stata ripresa anche dal Tibetan Centre for Human Rights and Democracy
e da Tibet Post International, che citano fonti indipendenti l’una dall’altra.
Le famiglie dei monaci e delle monache le cui celle vengono abbattute non
possono restare sul posto. Secondo quanto riportato dal quotidiano tibetano in
esilio Tibet Times, chi proviene da fuori Sertar viene rispedito nella propria
regione d’origine o nel monastero di provenienza; chi è del posto viene comunque
allontanato da Larung Gar e indirizzato verso i monasteri locali. Pechino
giustifica l’operazione con ragioni di sicurezza: troppe strutture residenziali,
sostiene, e una popolazione monastica cresciuta oltre i limiti tollerabili.
Ma la verità è che le espulsioni sono iniziate da tempo: nel 2001 le autorità
cinesi avviarono la prima grande campagna di sgomberi, dimezzando a circa 4mila
una comunità che aveva superato le 8mila persone. Negli anni successivi Larung
Gar tornò ad attrarre nuovi studenti, risalendo a circa 10mila residenti nel
giro di un quinquennio. Tra il 2016 e il 2017 seguì una seconda ondata: secondo
un rapporto di Free Tibet e Tibet Watch, furono abbattute almeno 4.725
abitazioni e circa 4.800 persone furono allontanate, in base a un tetto di 5mila
residenti fissato da un ordine del governo di Pechino di cui Human Rights Watch
ottenne e tradusse una copia. La demolizione avviata a metà luglio si inserisce
in questa sequenza, ma con una differenza di contesto che gli osservatori
tibetani non mancano di sottolineare.
Il primo luglio è infatti entrata in vigore la nuova legge cinese sulla
promozione dell’unità e del progresso etnico, approvata dal Congresso nazionale
del popolo il 12 marzo con 2.756 voti favorevoli, 3 contrari e 3 astenuti. Il
testo impone il cinese mandarino come lingua veicolare nelle scuole delle aree a
minoranza etnica e, all’articolo 63, estende la responsabilità legale anche a
organizzazioni e individui fuori dai confini cinesi ritenuti colpevoli di
“minare l’unità etnica” o “promuovere il separatismo”. È proprio questa clausola
extraterritoriale ad aver spinto il Congresso statunitense, il Parlamento
europeo, Taiwan e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani a
esprimere condanne formali nei giorni immediatamente precedenti e successivi
all’entrata in vigore.
Pochi giorni dopo il varo della legge, tra il 19 e il 22 luglio, il dirigente
del Politburo Wang Huning, quarto nella gerarchia del Partito comunista cinese e
presidente della Conferenza consultiva politica del popolo cinese, ha compiuto
un raro tour in Tibet, toccando Lhasa e la prefettura di Ngari. Secondo
l’agenzia Reuters, Wang ha chiesto alle autorità locali di consolidare “un
contesto politico e sociale di unità e stabilità” e di applicare pienamente la
nuova normativa, inclusa una più stretta sinizzazione del buddhismo tibetano. Il
tema è quello che è stato rilanciato un anno fa sulla successione del Dalai
Lama, che Pechino rivendica di voler decidere attraverso il rito dell’urna
d’oro.
Le organizzazioni per i diritti dei tibetani leggono le due vicende come parte
dello stesso disegno: da un lato la legge che formalizza l’assimilazione,
dall’altro le ruspe che la anticipano sul terreno, di notte, prima ancora che il
testo compia un mese di vita.
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