Il silenzio è una camera anecoica con dentro John Cage morto
Una camera anecoica è una stanza totalmente isolata dal mondo, all’interno della
quale non si sente assolutamente niente. Pavimento, soffitto e pareti sono
rivestiti di materiale fonoassorbente, si cammina su una rete sospesa per non
toccare il pavimento, e ogni rumore che entra viene inghiottito dai muri senza
produrre eco. Ne esistono poche al mondo. Piccole riserve naturali di silenzio
incontaminato. John Cage, invece, lavorava con il suono. Era un compositore. Uno
dei più grandi innovatori della musica del ‘900. Nel 1951 entra nella camera
anecoica dell’università di Harvard, una delle meglio progettate al mondo. Dieci
metri quadrati di vuoto cosmico all’interno dei quali non esiste alcun suono.
John Cage entra e sente due suoni: uno acuto e uno grave. Ci rimane male. Esce
dalla stanza e chiede lumi ai tecnici. Gli spiegano che quello che ha sentito
non proviene dal mondo esterno, bensì da dentro di lui. Il suono acuto è il suo
sistema nervoso in funzione, quello grave è il cuore che batte e il sangue in
circolo. John Cage trae la sua conclusione: il silenzio non esiste.
John Cage nella camera anecoica
Forte di questa convinzione compone uno dei suoi brani più celebri e
controversi: 4’33”. Una composizione della durata di quattro minuti e trentatré
secondi che può essere eseguita da qualsiasi strumento, basta non suonarlo. La
partitura esiste davvero. È divisa in tre movimenti e per ciascuno riporta una
sola indicazione: tacet. Al posto della musica, il silenzio. O meglio, il
silenzio ideale dello spartito che però, come Cage ha imparato dentro la camera
anecoica, non corrisponde al silenzio reale.
Il 29 agosto 1952 il brano va in scena per la prima volta. Il luogo è la
Maverick Concert Hall di Woodstock, nello stato di New York. Una sala di legno
in mezzo a un bosco, con la parete di fondo che si apre verso gli alberi. Il
pianista è David Tudor, che di Cage è l’interprete di fiducia. Si siede, prende
un cronometro, chiude il coperchio della tastiera. Trenta secondi. Lo riapre, lo
richiude, volta pagina. Due minuti e ventitré. Lo riapre, lo richiude, volta
pagina. Un minuto e quaranta. Si alza e saluta. Cage, seduto in platea, prende
nota di quello che ha sentito. Il brano, infatti, non è muto: risuona di tutto
quello che succede mentre il musicista non suona. Nel primo movimento Cage
annota il vento fra gli alberi. Nel secondo le prime gocce di pioggia sul tetto.
Nel terzo il pubblico che comincia a mormorare, a muoversi sulle sedie, e in
qualche caso ad alzarsi e andarsene. Anche quello fa parte della composizione.
Non tutti capiscono. Nel dibattito che segue, un artista locale chiede la parola
e invita i concittadini a cacciare Cage e Tudor dalla città. Cage racconterà
l’episodio per tutta la vita, sempre con un certo divertimento. Quelli che se ne
sono andati, dirà, non hanno capito che il silenzio non esiste. Hanno sentito
soltanto la musica che si sono persi. «La materia della musica è suono e
silenzio – spiega Tudor un attimo prima di chiudere il pianoforte – metterli
assieme, significa comporre»
Tudor non dice niente di strano. Lo sa chiunque abbia assistito a un concerto di
musica classica. Il direttore saluta il pubblico, si avvicina al leggio, guarda
i musicisti, alza la bacchetta e crea il silenzio: la prima nota di ogni
sinfonia. Prima che il sole sorga su Zarathustra, prima che fiorisca la danza
della primavera, prima che il destino bussi alla porta.
Quattro minuti, trentatrè secondi e sessantadue anni dopo, il silenzio torna in
scena. Questa volta, però, a scopo di lucro.
Marzo 2014. I Vulfpeck, un gruppo funk di Ann Arbor, Michigan, caricano su
Spotify un album intitolato Sleepify. Dieci tracce, ognuna di poco più di trenta
secondi. Tutte mute. I titoli sono una Z, due Z, tre Z, e così via fino a dieci.
Non è un omaggio a John Cage, bensì uno stratagemma per fare soldi. Spotify paga
una royalty per ogni riproduzione che supera i trenta secondi. Le tracce ne
durano trentuno. La band chiede ai fan di mettere il disco in loop di notte,
mentre dormono. Otto ore di sonno equivalgono a circa novecento riproduzioni a
testa. Nel giro di poche settimane i Vulfpeck raccolgono circa ventimila
dollari, con i quali organizzano una serie di concerti a ingresso gratuito nelle
città che hanno dormito di più. Spotify lascia fare per un po’, poi rimuove
l’album dal catalogo per violazione dei termini d’uso. Nel frattempo ha capito
il problema. Negli anni successivi cambia le regole: i brani con meno di mille
ascolti annui non ricevono più un centesimo, e i cosiddetti rumori funzionali,
la pioggia, il rumore bianco, il ventilatore per far dormire i neonati, vengono
pagati solo se durano almeno due minuti. Da allora esiste una durata minima
ufficiale del silenzio retribuito.
Questa rubrica nel mese di agosto è rimasta in silenzio. Come molte persone, del
resto, che sullo spartito quotidiano hanno scritto tacet e sono andate al mare.
Il resto dell’orchestra, tuttavia, ha continuato a suonare. Settantamila
nordafricani hanno invaso il Nord Africa. L’Italia ha chiuso i confini con la
Spagna. I Campi Flegrei hanno tremato come non facevano da quarant’anni. Guccini
è morto. Il sole è stato oscurato da un’eclissi. L’Etna ha bloccato centomila
passeggeri a Catania. A Messina hanno rubato tre tavole di Antonello durante la
processione di Ferragosto. Il principe Harry è tornato nel Regno Unito. Delle
banche hanno comprato altre banche. Spotify ha annunciato un’etichetta per
distinguere i cantanti che esistono da quelli che no. Ben-Gvir ha chiesto
quaranta morti a notte a Gaza. Trump ha cambiato nome a un sacco di laghi. È
crollato un ghiacciaio in Nepal. L’Italia ha vinto il medagliere degli Europei
di atletica e il governo Meloni è diventato il più longevo della storia della
Repubblica.
John Cage in Italia nella cabina del quiz Lascia o Raddoppia
A conti fatti, l’unico modo per ottenere il silenzio assoluto sarebbe una camera
anecoica con dentro un compositore che ha smesso di respirare. John Cage muore
nel 1992. Da allora, se non altro, l’esperimento è replicabile. Nel frattempo
però la camera anecoica di Harvard è stata sostituita da una stanza in cui il
suono non finisce mai, anche se dentro non c’è nessuno: l’interminabile mixtape
del presente, quello che chiamiamo attualità. A Harvard, Cage aveva sentito il
proprio sangue. Noi, ad agosto, abbiamo sentito il nostro. Si riprende da qui.
Il primo movimento è già cominciato.
Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace
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