Note su un passaggio di stato tra Ceuta e Fnideq
Fnideq, Marocco – Cominciamo dalla fine. Dalla risacca di un evento che si è già
riassorbito, dall’arrivo sul campo a caos concluso, quando la cronaca ha già
voltato pagina e restano solo le tracce termiche sul territorio.
A Fnideq, il margine può essere uno scivolo di cemento che si perde nel buio del
bagnasciuga. La spiaggia, priva di qualsiasi infrastruttura formale o servizio
urbano, brulica di un’umanità che occupa lo spazio con la naturalezza dei
mercati temporanei. Gruppi di donne velate sedute sulle aiuole della moschea,
capannelli di ragazzini che corrono in ciabatte, famiglie intere in movimento
costante fino a tarda notte. L’intera cittadina funziona come un formicaio
impazzito: motorini, cibo di strada, sigarette di contrabbando, borse,
un’infinità di magliette contraffatte del Marocco o con il nome di Lamine Yamal.
Qui le maree umane si muovono sincronizzate con i ritmi della notte, montano e
si riassorbono lungo la costa senza mai fermarsi davvero.
Due uomini seduti su sedie di plastica offrono un servizio essenziale per la
geografia informale della spiaggia: il noleggio della seduta per la serata.
Rispondo in italiano con un «No, grazie» per non interrompere la dinamica, e
continuo a camminare lungo la battigia per mimetizzarmi nella topografia del
luogo.
Al ritorno verso la strada principale, uno dei due mi aggancia in un italiano
privo di inflessioni straniere. Si chiama I… . Ha circa cinquantacinque anni, un
corpo segnato dal lavoro manuale e una storia che segue la parabola tipica della
frammentazione identitaria. Dai sedici anni fino all’età matura ha vissuto a
Ravenna: lavoro, due figli, una moglie italiana. Poi le prime deviazioni, il
fallimento del nucleo familiare, la perdita dei contatti con i figli, il
passaggio infruttuoso in Francia e infine il rientro forzato in Marocco.
Nei codici sociali dell’emigrazione magrebina, il rientro senza la vettura con
targa europea o la casa di proprietà costruita con le rimesse estere equivale a
una condanna per fallimento. I… non torna da vincitore; rifiuta l’aiuto della
famiglia e finisce a fare il pescatore nell’estremo sud del paese, per poi
ripiegare su Fnideq e il noleggio delle sedie sul bagnasciuga. Un ulteriore,
silenzioso passaggio di stato sociale verso l’invisibilità.
Il confine, prima di essere una barriera fisica, è un’alterazione della
percezione, uno stato mentale fatto di attesa e di occasioni percepite. Giovedì
scorso, mentre era in spiaggia, l’attenzione di I… è stata attratta da un
movimento collettivo. Centinaia di ragazzi hanno iniziato a radunarsi sulla
collina che sovrasta la costa. La dinamica dell’evento è quella dei fenomeni di
massa istantanei: alcune voci affermano che le stesse forze di sicurezza abbiano
allentato il cordone, sollecitando o lasciando intendere la possibilità di
buttarsi in mare per raggiungere la costa di Ceuta.
Si è scatenato il caos. Centinaia di persone hanno abbandonato all’istante le
proprie attività quotidiane, spogliandosi sulla spiaggia e lasciando pantaloni,
borse e altro sulla sabbia. I… ha tentato di proteggere il proprio cellulare
avvolgendolo in un sacchetto di plastica raccolto da terra e si è lanciato in
acqua in maglietta e boxer.
La traversata a nuoto verso l’enclave spagnola, sotto la spinta della corrente e
con visibilità ridotta, è durata per diverse ore – i minori incontrati a Ceuta
parlano di percorsi in acqua fino a otto ore. È lì che avviene il passaggio di
stato più radicale: il corpo solido e terrestre si dissolve nell’elemento
liquido, esposto a una fisica spietata. Nel racconto di I… compare la rimozione
del rischio: la visione di corpi che perdevano galleggiabilità, la transizione
irreversibile di chi scompare inghiottito dall’oscurità dello Stretto,
scivolando sotto la superficie senza più riemergere, non ha interrotto la spinta
della massa. È la forza cieca di queste maree politiche e disperate, dove
l’illusione di una breccia nell’architettura del confine invalicabile azzera
qualsiasi calcolo di sopravvivenza.
L’impatto con la sponda spagnola riproduce la consueta sequenza della gestione
di frontiera: l’arrivo sulla scogliera, il telefono inutilizzabile per via
dell’acqua, i fermi e le percosse da parte dei reparti antisommossa, la fuga
momentanea negli anfratti urbani di Ceuta e la successiva, sistematica
riammissione nel territorio marocchino. Un dispositivo collaudato che azzera la
spinta e ripristina lo status quo in poche ore.
Superato il varco, la distinzione tra la Spagna e il Marocco non è solo una
questione linguistica o valutaria, ma una frattura nell’ordine dello spazio. A
Ceuta, i ragazzi marocchini che sono riusciti a rimanere temporaneamente vagano
per la città spagnola con la curiosità dei turisti: si fotografano sorridenti
davanti ai monumenti coloniali, pur avendo perso tutto in mare. Molti parlano un
francese corretto, sono studenti o lavoratori precoci, ed esprimono la normale
complessità emotiva di chi ha tentato un salto sistemico.
In Europa, e in particolare nel dibattito pubblico italiano, questa materia
umana viene regolarmente sterilizzata all’interno di una narrazione
bidimensionale: da un lato la retorica dell’invasione, dall’altro un pietismo
astratto. Entrambe le visioni ignorano la natura strutturale del fatto politico.
La realtà di chi attraversa il confine rifiuta le categorie semplificate di
“migrante“: si tratta di persone esposte alla violenza delle politiche di
controllo, soggette a dinamiche di sfruttamento e spesso usate come merce di
scambio geopolitico tra le due sponde del Mediterraneo.
Seduto sulla sedia di plastica a Fnideq, I… conclude il suo monologo con una
presa di coscienza priva di concessioni ideologiche: l’amarezza per un governo
che utilizza la spinta e la disperazione dei propri cittadini meno abbienti come
una leva di pressione diplomatica verso l’Unione Europea. Sullo sfondo, il
rumore del mercato e del mare continua indifferente alla contabilità dei corpi
rimasti in acqua 1, mentre la marea riassorbe i superstiti e li restituisce alla
solita, immobile attesa.
Galleria fotografica di Raffaello Rossini
1. Fonti indipendenti, come la Ong Caminando Fronteras, hanno accertato oltre
140 morti ↩︎