Polizia senza legittimazione e crescita della devianza
L’anno in corso passerà alla storia per l’acutizzarsi delle criticità del
rapporto tra polizia e cittadini. Dal caso di Rogoredo, col tentativo di
manipolare le prove, alla morte di Abderrahim Fakir a Bologna in seguito
all’intervento delle forze dell’ordine, le cronache si riempiono di episodi
tragici, che mettono in dubbio la credibilità delle forze dell’ordine sotto il
profilo della tutela della legislazione e degli istituti dello Stato di diritto.
Altri episodi, come l’uso dei lacrimogeni ad altezza uomo, che a Bologna, il 2
ottobre 2025, ha comportato la perdita dell’uso di un occhio per un’attivista
pro Pal, mentre a febbraio, al Pilastro, nel corso delle manifestazioni
“Mubasta”, solo per caso la tragedia è stata evitata, hanno portato a
interrogarsi sull’operato delle forze dell’ordine_
Da molte parti si insiste sulla necessità di istituire protocolli e formazione
adeguata per evitare queste degenerazioni. Dall’altro lato, i disordini avvenuti
nei giorni scorsi a Bologna in occasione della manifestazione per Fakir, e in
Val di Susa durante gli scontri tra No Tav e polizia, fanno affermare, al
Governo e ai fautori di legge e ordine, che siamo di fronte a una nuova ondata
di radicalizzazione violenta. Una tendenza che si accompagna all’aumento
quantitativo e qualitativo di minacce all’ordine pubblico, proveniente sia dai
movimenti che da migranti, rom e “maranza”, e renderebbe necessario un ulteriore
giro di vite in senso repressivo.
Alla luce delle tendenze in atto, si rende necessario compiere uno sforzo di
lucidità, per analizzare le dinamiche della conflittualità e del divario sempre
più ampio tra pubblico e forze dell’ordine nella sua complessità. All’interno
della cornice neo-liberista, fondata sulla logica binaria tra inclusione ed
esclusione, che mira al contenimento delle forze individuali e sociali che
eccedono il discorso della competizione, la polizia, come principale interfaccia
tra lo Stato e la società, svolge un ruolo fondamentale. Che, dall’altro lato,
non può non tenere conto delle limitazioni vigenti a partire dalla Costituzione
e dagli organi dello Stato di diritto. Una contraddizione acuta, che può essere
meglio compresa facendo leva su tre strumenti concettuali. Il primo è quello
dell’amplificazione della devianza, sviluppato da Stanley Cohen (1971). Il
secondo aspetto, è quello della cultura della polizia, così come articolato da
Robert Reiner (1985). Questi due ambiti, si tengono insieme attraverso la crisi
di legittimità di cui parlava, nel 1977, Jurgen Habermas.
Attraverso queste tre categorie concettuali, possiamo capire meglio la crisi del
rapporto tra pubblico e polizia, e provare a delineare delle vie d’uscita.
Partendo dal primo aspetto, Cohen proponeva una lettura transazionale del
rapporto tra forze dell’ordine, come parte degli apparati di potere, e gruppi
sociali marginali. Da una parte, l’etichettamento, la stigmatizzazione, la
repressione di specifici individui gruppi sociali, comporta la loro
marginalizzazione rispetto alla società ufficiale. Dall’altra parte, chi è
oggetto di questo tipo di approccio, non subisce passivamente, ma agisce in modo
conseguente. Sia alimentando e giustificando il proprio risentimento verso le
forze dell’ordine e gli apparati statali, sia esprimendolo attraverso la messa
in atto di comportamenti oppositivi, che, talvolta, possono sfociare in palesi
violazioni della legge o in atteggiamenti minacciosi. Di solito, notava Cohen,
basta un evento critico, alimentato dal panico morale e dai pregiudizi, per
scatenare una repressione insensata e giustificare provvedimenti più drastici,
che risultano in un’ulteriore marginalizzazione. Il sociologo-anglo sudafricano
elaborò questo schema nel 1971, per analizzare la repressione di Mods and
Rockers da parte della polizia inglese negli anni sessanta. Eppure sembra
perfettamente aderente al contesto italiano odierno. Alle proteste politiche, al
diffuso malessere sociale, alle rivendicazioni emancipative mosse dai migranti,
si risponde coi decreti sicurezza, con la militarizzazione del territorio, con
le zone rosse, con le tenute anti-sommossa. A cui si sommano gli episodi tragici
sopraccitati. Da un contesto del genere, che altresì rifiuta a bella posta ogni
possibilità di negoziazione e mediazione, ci sono forti probabilità che
scaturiscano derive distruttive.
All’interno della cornice della stigmatizzazione, accentuata dal neoliberismo
contemporaneo, si pone però l’elemento soggettivo della cultura della polizia,
ovvero del modo in cui le forze dell’ordine danno senso al loro operato. Reiner
parlava di machismo, isolamento, cinismo, mission, conservatorismo politico
nell’individuazione delle categorie che strutturavano le pratiche di polizia. In
Italia esiste una variabile ulteriormente qualificante. Nel nostro paese ha
preso piede, sin dall’Unità, il modello continentale di polizia. Ovvero l’idea,
sviluppata da Napoleone III in Francia e da Bismarck in Germania, che le forze
dell’ordine siano investite, in quanto articolazione dello Stato, di compiti di
natura etica, orientati a scremare i comportamenti ammissibili da quelli
deprecabili in un’ottica di educazione dei cittadini al rispetto delle regole,
ispirato da una concezione che guarda con diffidenza le aggregazioni e la
circolazione spontanea. È proprio questa concezione a ispirare l’esecutivo
attuale, quando la premier proclama che criticare i poliziotti è pericoloso.
Soprattutto, è una prospettiva che, tra le nostre forze di polizia, attinge a un
humus storico di lunga durata. Che si snoda dai primi anni di vita dello
Stato-Nazione attraverso il fascismo, il dopoguerra, Genova e arriva ai giorni
nostri.
Le lotte per la smilitarizzazione della polizia, l’apertura verso la società
degli anni Settanta, avevano posto, in qualche modo, un argine a questa
caratteristica. Ma, esauritesi le spinte innovatrici che le avevano generate e
favorite, si è tornati al vecchio modello. È difficile parlare di formazione dei
poliziotti; la legge contro la tortura, nel 2017, è stata approvata a fatica;
non sé potuta insediare una commissione di inchiesta sui fatti di Genova del
luglio 2001, anche per la forte resistenza interna alle forze dell’ordine. Che
si è saldata sia con le forze politiche che fanno di legge ed ordine la loro
cifra, sia con chi, dall’altro lato dello spettro politico, declina l’idea della
legalità in senso repressivo. La concezione etica dell’operato delle forze di
polizia continua a predominare sia all’interno che all’esterno, pregiudicando
ogni possibilità verso una riflessione che produca modelli alternativi di
governo dell’ordine pubblico.
Ogni discorso innovativo, riformatore, riesce difficile nel contesto
socio-politico attuale. La sfera politica non riesce più, o non vuole più,
intercettare, filtrare e canalizzare le domande provenienti dal basso. I tagli
alla spesa pubblica, speculari all’individualismo e alla privatizzazione
neoliberale, non lo consentono. Anche in conseguenza della pressione esercitata
da attori esterni, privi di consenso politico. La povertà, il malessere, il
disagio sociale, si diffondono, comportando una crescente alienazione della
fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche. L’inquietudine si declina in
due modi: uno è quello di produrre e attuare discorsi e pratiche oppositive che
oggi, a differenza di quanto avveniva fino a pochi anni fa, non sono più
filtrare da elaborazioni collettive. Ne consegue una rabbia sociale tanto
immediata quanto, a volte, politicamente immatura, dannosa a lungo termine. Che
finisce, in parte, per alimentare l’altra forma di inquietudine, ovvero il
securitarismo, laddove il diritto alla sicurezza diventa un surrogato della
sicurezza dei diritti.
Per uno Stato sempre più delegittimato, svuotato delle sue prerogative, il
ricorso a politiche repressive muscolari rappresenta l’unica forma rimasta per
costruire e riprodurre consenso. Da qui la fortuna della destra in Europa e
negli Usa. Che però si concreta nella creazione di un cortocircuito tra rabbia
sociale e repressione che deborda nella restrizione delle libertà civili e
politiche, oltre che nel rifiuto di progettare e attuare politiche sociali
diverse. Viviamo in tempi grevi, avrebbe detto Leonardo Sciascia. Per questo è
necessario non perdere la calma e ripartire dalle certezze che abbiamo. Poche ma
buone e solide. Come la nostra Costituzione e l’accento che pone sui diritti.
*PROFESSORE ASSOCIATO IN SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA PRESSO L’UNIVERSITÀ DEGLI
STUDI DI FIRENZE
Redazione Italia