Tag - specie chiave

Il ritorno della tigre in Kazakistan: dopo 78 anni un predatore torna nella steppa
Il 31 luglio, in una riserva dell’Asia centrale, una femmina adulta è saltata giù dal cassone di un pickup ed è sparita tra i canneti del delta dell’Ili, verso il lago Balkhash. Nessun essere della sua specie si muoveva libero in quella regione da settantotto anni. Si chiama Umit, “speranza” in kazako, ed è una tigre dell’Amur. Il suo rilascio nella riserva statale di Ile-Balkhash, nel sud-est del Kazakistan, chiude simbolicamente una storia iniziata nel 1948, quando l’ultimo esemplare della tigre del Turan – la sottospecie che abitava queste foreste – fu ucciso dai cacciatori militari sovietici. La caccia sistematica, iniziata già nel 1891, e la distruzione dell’habitat avevano fatto il resto, spazzando via anche le sue prede come cervi, gazzelle e cinghiali. A riaprire la strada al suo ritorno è stata la genetica, come già accaduto per le tartarughe giganti delle Galapagos. Uno studio del 2009 sul DNA mitocondriale di esemplari da museo ha mostrato che la tigre del Turan e la tigre dell’Amur, oggi diffusa nell’estremo oriente russo, differiscono per un solo nucleotide. Da lì è nato, nel 2010, il progetto di reintroduzione discusso al primo forum internazionale sulla tigre a San Pietroburgo; nel 2018 è stata istituita la riserva di Ile-Balkhash, con quasi 500mila ettari non recintati; da allora sono stati reintrodotti oltre duecento cervi di Bukhara e più di cento kulan, una sottospecie dell’asino selvatico asiatico, per ricostruire una base di prede sufficiente, visto che un adulto ne caccia tra le cinquanta e le settanta l’anno. Umit è arrivata dalla Russia a maggio, insieme a un maschio adulto e due cuccioli, Turan e Ussuri; prima del rilascio ha trascorso due mesi sotto osservazione, per verificarne salute, comportamento e capacità di caccia. Porta un collare satellitare, e i villaggi entro cinque chilometri dalla riserva saranno avvisati in caso di avvicinamento. Altri due esemplari, Kuma e Bohdana, arrivati nel 2024 da un rifugio olandese dopo una vita in cattività, restano invece nella riserva come coppia riproduttiva: privi delle competenze per sopravvivere da soli, la loro funzione è generare cuccioli che un giorno potranno essere liberati. Se il programma riuscirà, il Kazakistan sarà il primo Paese al mondo a ristabilire una popolazione selvatica di tigri in un territorio da cui erano scomparse: ma per i conservazionisti si tratta solo dell’inizio di un lungo percorso, che si potrà dire concluso solo quando gli animali si riprodurranno senza più bisogno di sostegno umano. Mentre il Kazakistan muove il primo passo, il Nepal mostra dove quel percorso può condurre. Il censimento nazionale, annunciato il 29 luglio scorso, ha registrato 429 tigri selvatiche, contro le 355 del 2022 e le sole 121 del 2009: una crescita che va ben oltre l’obiettivo di raddoppio che il Paese si era dato nel 2010 aderendo all’impegno internazionale Tx2. Con questi numeri il Nepal supera l’Indonesia e diventa il terzo Paese al mondo per popolazione di tigri selvatiche, dietro solo a India (3.682) e Russia (circa 750), su un totale globale che oggi supera le 5.500 tigri contro le 3.200 del 2010. Il successo, però, ha già superato la capacità stimata degli habitat nepalesi, calcolata in circa 400 esemplari: più tigri significano più pressione territoriale, più animali spinti ai margini delle aree protette, più conflitti con le comunità che vivono e coltivano nei dintorni. Sedici tigri vivono già in cattività permanente perché coinvolte in incidenti o trovate ferite, e il governo ha proposto un nuovo santuario di 52 ettari a Devnagar, nel distretto di Chitwan. La tigre, in Asia, sta tornando: la domanda che resta aperta è se gli spazi e le regole per una sana convivenza stiano crescendo altrettanto in fretta. Foto di copertina: WWF Central Asia The post Il ritorno della tigre in Kazakistan: dopo 78 anni un predatore torna nella steppa appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 19, 2026
L'INDIPENDENTE
Nei Carpazi sono tornati i bisonti dopo più di duecento anni
Nei boschi dei Monti Țarcu, in Romania, si muove oggi una mandria libera di oltre duecento esemplari di Bison bonasus, il bisonte, e cioè il più grande mammifero terrestre d’Europa. Un numero che dieci anni fa non esisteva nemmeno sulla carta: i primi animali arrivarono nel 2014, portati da Rewilding Europe, WWF Romania e dal Comune di Armeniș nell’ambito del progetto LIFE Bison, finanziato dall’Unione Europea. Non un ripopolamento simbolico, ma il tentativo di restituire ai Carpazi meridionali una specie che li aveva abitati per millenni prima di scomparire, vittima della caccia e della perdita di habitat: nella zona gli ultimi esemplari liberi furono abbattuti in Moldavia nel 1762 e in Transilvania nel 1790. La storia del bisonte europeo racconta quanto fosse vicino il punto di non ritorno. Nel resto del continente la specie resistette più a lungo, ma non di molto: nel 1927 si estinse anche l’ultima popolazione libera rimasta, quella del Caucaso, e ne restarono soltanto cinquantaquattro, tutti in cattività. Da lì la specie si è ricostruita lentamente, tra programmi di allevamento nei parchi zoologici e reintroduzioni pianificate, fino a raggiungere circa 7mila individui liberi in Europa, contro i 2.579 censiti appena dieci anni fa. Le mandrie più numerose restano in Polonia e Bielorussia; popolazioni più piccole vivono da tempo sui Monti Rodopi, in Bulgaria, e dal 2022 anche nel Kent, in Inghilterra. Nei Carpazi meridionali il primo gruppo di diciassette bisonti arrivò nella primavera del 2014; dopo due anni di acclimatamento in recinti di transizione, gli animali furono rilasciati nel 2016. Da allora la popolazione è cresciuta soprattutto per nascite naturali, non per nuovi trasporti: già nel 2023 superava i 180 capi, e circa la metà erano nati liberi. Nel giugno 2024 sono arrivati altri quattordici esemplari da Germania e Svezia, per ampliare la base genetica della mandria; un mese dopo Rewilding Romania ha annunciato il superamento di quota duecento. “Un traguardo storico”, lo ha definito la direttrice Marina Drugă, che stima una popolazione tra i 350 e i 450 capi entro il 2030, se il ritmo di crescita si manterrà. Il progetto è oggi guidato da Rewilding Romania, evoluzione locale dell’iniziativa avviata da Rewilding Europe e WWF Romania, attraverso il nuovo programma LIFE with Bison: l’obiettivo dichiarato è arrivare a un piano nazionale di gestione della specie e a comunità che imparino a convivere stabilmente con la sua presenza. Il ritorno alla natura, qui, non è solo conservazione: è anche economia locale, tra guide, ricettività diffusa e filiere legate al territorio. Il bisonte, nel frattempo, non si limita a esistere nel paesaggio: lo trasforma. Brucando, scortecciando alberi e rotolandosi nel fango, apre radure, disperde nello sterco i semi di oltre duecento specie vegetali e mantiene il mosaico di bosco e prateria da cui dipendono molte altre specie. Gli ecologi lo definiscono una specie chiave: la sua sola presenza cambia il funzionamento dell’intero sistema. Alcuni uccelli usano il suo pelo, perso in primavera, per foderare i nidi; le gazze seguono la mandria per liberarla dai parassiti. Nell’area vivono oggi anche orsi, lupi, linci e altre 55 specie di mammiferi, in uno dei nuclei di natura selvaggia più estesi d’Europa. A questa funzione ecologica si affianca un’ipotesi più discussa: quella del bisonte come alleato contro il cambiamento climatico. Uno studio del 2024 della Yale School of the Environment, pubblicato sul Journal of Geophysical Research, stima che una mandria di 170 capi nei Țarcu possa favorire la cattura di fino a 54mila tonnellate di carbonio l’anno, una quantità paragonabile alle emissioni di 43-84mila automobili a benzina statunitensi. È un dato costruito con un modello scientifico e non misurato sul campo, quindi con il valore di un’indicazione, non una certezza acquisita. La crescita della mandria pone comunque problemi concreti. Una popolazione che si espande ha bisogno di spazio, e i bisonti stanno già sconfinando verso i parchi nazionali di Retezat e Domogled: servono accordi con le associazioni venatorie locali e piani di convivenza che, in molte aree, non esistono ancora in forma strutturata. Il risultato più difficile da misurare, in fondo, non è la crescita della mandria, ma la tenuta di questi accordi: da lì dipenderà se i bisonti dei Carpazi resteranno un caso isolato o diventeranno, come spera Rewilding Europe, un modello da ripetere altrove. The post Nei Carpazi sono tornati i bisonti dopo più di duecento anni appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 7, 2026
L'INDIPENDENTE