Nei Carpazi sono tornati i bisonti dopo più di duecento anni
Nei boschi dei Monti Țarcu, in Romania, si muove oggi una mandria libera di
oltre duecento esemplari di Bison bonasus, il bisonte, e cioè il più grande
mammifero terrestre d’Europa. Un numero che dieci anni fa non esisteva nemmeno
sulla carta: i primi animali arrivarono nel 2014, portati da Rewilding Europe,
WWF Romania e dal Comune di Armeniș nell’ambito del progetto LIFE Bison,
finanziato dall’Unione Europea. Non un ripopolamento simbolico, ma il tentativo
di restituire ai Carpazi meridionali una specie che li aveva abitati per
millenni prima di scomparire, vittima della caccia e della perdita di habitat:
nella zona gli ultimi esemplari liberi furono abbattuti in Moldavia nel 1762 e
in Transilvania nel 1790.
La storia del bisonte europeo racconta quanto fosse vicino il punto di non
ritorno. Nel resto del continente la specie resistette più a lungo, ma non di
molto: nel 1927 si estinse anche l’ultima popolazione libera rimasta, quella del
Caucaso, e ne restarono soltanto cinquantaquattro, tutti in cattività. Da lì la
specie si è ricostruita lentamente, tra programmi di allevamento nei parchi
zoologici e reintroduzioni pianificate, fino a raggiungere circa 7mila individui
liberi in Europa, contro i 2.579 censiti appena dieci anni fa. Le mandrie più
numerose restano in Polonia e Bielorussia; popolazioni più piccole vivono da
tempo sui Monti Rodopi, in Bulgaria, e dal 2022 anche nel Kent, in Inghilterra.
Nei Carpazi meridionali il primo gruppo di diciassette bisonti arrivò nella
primavera del 2014; dopo due anni di acclimatamento in recinti di transizione,
gli animali furono rilasciati nel 2016. Da allora la popolazione è cresciuta
soprattutto per nascite naturali, non per nuovi trasporti: già nel 2023 superava
i 180 capi, e circa la metà erano nati liberi. Nel giugno 2024 sono arrivati
altri quattordici esemplari da Germania e Svezia, per ampliare la base genetica
della mandria; un mese dopo Rewilding Romania ha annunciato il superamento di
quota duecento. “Un traguardo storico”, lo ha definito la direttrice Marina
Drugă, che stima una popolazione tra i 350 e i 450 capi entro il 2030, se il
ritmo di crescita si manterrà.
Il progetto è oggi guidato da Rewilding Romania, evoluzione locale
dell’iniziativa avviata da Rewilding Europe e WWF Romania, attraverso il nuovo
programma LIFE with Bison: l’obiettivo dichiarato è arrivare a un piano
nazionale di gestione della specie e a comunità che imparino a convivere
stabilmente con la sua presenza. Il ritorno alla natura, qui, non è solo
conservazione: è anche economia locale, tra guide, ricettività diffusa e filiere
legate al territorio.
Il bisonte, nel frattempo, non si limita a esistere nel paesaggio: lo trasforma.
Brucando, scortecciando alberi e rotolandosi nel fango, apre radure, disperde
nello sterco i semi di oltre duecento specie vegetali e mantiene il mosaico di
bosco e prateria da cui dipendono molte altre specie. Gli ecologi lo definiscono
una specie chiave: la sua sola presenza cambia il funzionamento dell’intero
sistema. Alcuni uccelli usano il suo pelo, perso in primavera, per foderare i
nidi; le gazze seguono la mandria per liberarla dai parassiti. Nell’area vivono
oggi anche orsi, lupi, linci e altre 55 specie di mammiferi, in uno dei nuclei
di natura selvaggia più estesi d’Europa.
A questa funzione ecologica si affianca un’ipotesi più discussa: quella del
bisonte come alleato contro il cambiamento climatico. Uno studio del 2024 della
Yale School of the Environment, pubblicato sul Journal of Geophysical Research,
stima che una mandria di 170 capi nei Țarcu possa favorire la cattura di fino a
54mila tonnellate di carbonio l’anno, una quantità paragonabile alle emissioni
di 43-84mila automobili a benzina statunitensi. È un dato costruito con un
modello scientifico e non misurato sul campo, quindi con il valore di
un’indicazione, non una certezza acquisita.
La crescita della mandria pone comunque problemi concreti. Una popolazione che
si espande ha bisogno di spazio, e i bisonti stanno già sconfinando verso i
parchi nazionali di Retezat e Domogled: servono accordi con le associazioni
venatorie locali e piani di convivenza che, in molte aree, non esistono ancora
in forma strutturata. Il risultato più difficile da misurare, in fondo, non è la
crescita della mandria, ma la tenuta di questi accordi: da lì dipenderà se i
bisonti dei Carpazi resteranno un caso isolato o diventeranno, come spera
Rewilding Europe, un modello da ripetere altrove.
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