“La libertà è solo un sogno per noi”. Una mostra di grande impatto a Belgrado
Il Museo della Jugoslavia, uno dei luoghi della cultura più importanti della
città di Belgrado e non solo, ha promosso l’allestimento di una mostra di grande
interesse storico-culturale e forse ancor di più politico-culturale, destinata a
lasciare il segno per la grande quantità di problemi e interrogativi che il
materiale documentario esposto, e soprattutto le modalità dell’esposizione e le
caratteristiche dell’allestimento, finiscono per sollevare.
La mostra, dal titolo “La libertà è solo un sogno per noi. Sull’internamento, la
sofferenza e gli atti di resistenza”, si propone di mettere in risalto il
significato dal punto di vista personale, sociale e in definitiva storico, dei
manufatti creati nei campi di concentramento, tra cui disegni e dipinti, nonché
opere del dopoguerra, realizzate nel lungo corso della stagione storica della
Jugoslavia socialista, la “seconda Jugoslavia”, tra il 1945 e il 1991. Le opere
hanno come tema specifico i lager nazisti e sviluppano, come tema generale,
quello dell’occupazione e dell’oppressione, della tirannide fascista e nazista,
vero e proprio “male del secolo”, e quindi degli atti di resistenza e della
lotta di liberazione che pure ha registrato, attraverso la poesia, la
letteratura, l’arte e le espressioni culturali in generale, alcuni dei suoi
momenti più significativi.
La mostra è impostata in un senso che va oggi decisamente per la maggiore: le
cosiddette, come l’allestimento stesso evidenzia, «tracce microstoriche», vale a
dire tracce materiali, storiche e biografiche direttamente legate alle
esperienze individuali delle singole persone, delle persone comuni. L’accento
viene così spostato dalle rappresentazioni “macrostoriche” dei campi (le
caratteristiche del regime nazista, il progetto dello sterminio e della
liquidazione degli ebrei d’Europa, la lotta di liberazione, insomma la “grande”
storia) agli oggetti “microstorici” che mediano la vita quotidiana degli
internati e custodiscono le tracce materiali delle loro esperienze personali.
Gli oggetti in esposizione, dai documenti personali fino a vere e proprie opere
d’arte, tra cui anche alcuni capolavori assoluti, sono veicoli di memoria e
vettori materiali di biografie interrotte.
La forza di mostre di questo tipo e di questa in particolare, consiste proprio
in questa dimensione: offre uno spaccato diverso, apparentemente minuto, in
realtà assai problematico, della vicenda personale inserita in un quadro storico
più generale e composito e ha bisogno di un sostanzioso lavoro di decodifica.
Impegna infatti l’osservatore non tanto nella decifrazione del documento in sé,
quanto soprattutto dell’inserimento appropriato del contenuto specifico nel suo
contesto storico e della ricostruzione di un messaggio complessivo coerente,
capace di portare alla luce la trama di senso che attraverso la ricostruzione
documentaria viene presentata in maniera apparentemente minuta e frammentaria.
Superare cioè il frammento e il particolare e inserirlo in un quadro storico e
politico generale “di senso”.
È significativo che la mostra abbia un’articolazione per sezioni (le diverse
tipologie di campo e di esperienza di internamento) che si rivela in realtà del
tutto effimera e sostanzialmente fittizia, servendo in pratica solo da
introduzione esplicativa ai contenuti artistici in esposizione. La prima sezione
offre una panoramica del lager. I primi furono istituiti già nel 1933 e appena
tre anni dopo i nazisti introdussero una classificazione dei campi dividendoli
in campi di lavoro, campi di lavoro con condizioni di vita e di lavoro più dure
e campi di sterminio; oggi i campi sono studiati secondo ulteriori
classificazioni come campi di raccolta o di transito, campi per prigionieri di
guerra, campi di concentramento o di sterminio. Sotto il Terzo Reich, esisteva
un totale di oltre 20 mila campi di concentramento, secondo i dati della USC
Shoah Foundation e dello United States Holocaust Memorial Museum, un vero e
proprio dominio di violenza, brutalità e disumanità.
In questa prima sezione è ospitata anche una sottosezione legata a uno degli
episodi di ribellione e di eroismo più clamorosi, il tentativo di fuga, il 12
febbraio 1942, dal campo di concentramento di Crveni Krst a Niš, nel sud della
Serbia, campo in cui furono internate oltre 30 mila persone, di cui oltre 10
mila sterminate a Bubanj, che ricorda la vicenda con il complesso memoriale di
Bubanj, uno dei parchi memoriali della lotta di resistenza e di liberazione più
iconici e grandiosi. Il filo che lega l’esperienza della guerra e la vicenda del
dopoguerra è infatti ampiamente ricostruito negli spazi della mostra ed è un
filo tutto giocato sull’ambivalenza della “ricostruzione della memoria”: si
tratta di una celebrazione memoriale delle vittime o degli eroi? Da un lato, le
vittime, attraverso la cui sofferenza si manifestano la disumanità e la ferocia
del regime più spaventoso e delle pagine più buie che la storia d’Europa (e non
solo d’Europa) abbia mai conosciuto. Dall’altro, gli eroi, il coraggio e la
determinazione di chi si è opposto, di chi ha resistito, di chi ha combattuto,
del movimento di resistenza e di liberazione, che sulla sconfitta del fascismo
ha costruito una nuova speranza di libertà, giustizia e pace. Non è un caso che,
poco distante dal Museo della Jugoslavia, sorga il monumento iconico denominato
“Chiamata alla sollevazione”, capolavoro di Vojin Bakić del 1946, nello stile
tipico dell’arte partigiana.
Sbaglieremmo, del resto, a pensare che tutto ciò riguardi solo un passato
remoto. La seconda sezione della mostra ospita due capolavori assoluti di arte
jugoslava, in quella declinazione del modernismo astratto che è stata anche
classificata sotto l’insegna di “geometria della paura”: la Ballata degli
impiccati di Nandor Glid, del 1967 (in memoria dei giovani comunisti uccisi dai
fascisti a Subotica il 18 novembre 1941) e la riproduzione in scala dell’autore,
sempre Nandor Glid, dello straordinario Memoriale per Dachau del 1967 (si tratta
del Monumento internazionale alle vittime della Shoah nel complesso memoriale di
Dachau). L’impressione che suscita questo capolavoro è enorme. James Young
descrisse la scultura come una “griglia di bronzo nero, composta da forme umane
intrappolate nel filo spinato. Braccia e gambe si allungano tese e sottili come
fili; mani e piedi sono rappresentati da grumi di stelle spezzate, simili a
spine. Torsi e teste sporgono ad angoli strazianti, con bocche spalancate in
grida silenziose”. Si tratta del monumento che vinse il concorso internazionale
per la realizzazione di un’opera d’arte destinata proprio al complesso memoriale
di Dachau.
La terza sezione della mostra ospita una straordinaria installazione di Vida
Jocić, in cui la ferocia del passato è legata alla brutalità della criminale
aggressione della Nato alla Jugoslavia del 1999. Nell’anniversario del
bombardamento di Belgrado durante la Seconda Guerra Mondiale, il 6 aprile,
durante i bombardamenti della Nato contro la Repubblica Federale di Jugoslavia
nel 1999, Vida Jocić presentò un Appello per la Pace al Centro di
Decontaminazione Culturale. L’installazione consisteva in trenta figure
femminili identiche, ordinate in colonne, in un ordine rigido inteso a
richiamare quello di un campo di concentramento, illuminate con luci drammatiche
per enfatizzare l’espressività delle sculture, accompagnate da un paesaggio
sonoro di una voce femminile e con un messaggio esplicito: “Mi rivolgo a tutti i
sopravvissuti ai lager, ai loro amici e discendenti, affinché alzino la voce
contro questo crimine: il bombardamento della Jugoslavia e la rinascita del
fascismo”.
Ancora una volta, dunque, si evidenzia l’attualità della lotta contro
l’oppressione e per i diritti, per la giustizia e per la pace.
La presentazione della mostra è al link:
https://muzej-jugoslavije.org/en/exhibition/freedom-is-just-a-dream-for-us-on-imprisonment-suffering-and-resistance.
Gianmarco Pisa