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Milano, multe per i cori in piazza
La Digos sanziona decine di manifestanti per “grida sediziose” durante il corteo del 13 maggio in solidarietà con le persone denunciate per il 22 settembre. L’assemblea delle persone colpite denuncia un precedente pericoloso: fino a 2.400 euro per slogan contro guerra, polizia e repressione_ Decine di sanzioni amministrative, ciascuna di diverse centinaia di euro, sono state notificate dalla Digos di Milano ad alcune delle persone che il 13 maggio avevano partecipato a un corteo spontaneo in solidarietà con le manifestanti e i manifestanti denunciati per la mobilitazione del 22 settembre. La contestazione è quella di avere pronunciato “grida sediziose”, una fattispecie di origine fascista oggi utilizzata per colpire slogan e cori scanditi durante una manifestazione politica. A denunciare quanto accaduto è l’assemblea delle persone multate, costituitasi per organizzare una risposta comune, sostenere i ricorsi e impedire che questa modalità repressiva si consolidi come prassi ordinaria. Secondo quanto riferito nel comunicato, nei verbali sono riportate espressioni quali «Resistiamo e sabotiamo le guerre dei potenti», «Il 22 settembre c’eravamo tuttx, blocchiamo tutto» e il coro francese «Tout le monde déteste la police». Frasi che fanno parte del linguaggio politico di numerose mobilitazioni e che, fino a oggi, non erano state normalmente trattate come il presupposto per sanzioni economiche tanto pesanti. La vicenda deve essere letta alla luce delle modifiche introdotte dall’ultimo decreto Sicurezza. La norma sulle grida sediziose, nata durante il fascismo e successivamente depenalizzata nel 1999, era già sopravvissuta nell’ordinamento come illecito amministrativo. Nel 2026 il governo ne ha però irrigidito il regime sanzionatorio, innalzando l’importo delle multe fino a 2.400 euro. Una disposizione apparentemente secondaria, quasi residuale, viene così recuperata e resa concretamente utilizzabile contro chi partecipa alle manifestazioni. Il problema non riguarda soltanto l’entità delle singole multe. Riguarda il cambiamento di strategia repressiva che esse rappresentano. Un procedimento penale richiede indagini, l’individuazione di responsabilità personali, il contraddittorio con la difesa e, infine, la decisione di un giudice. La sanzione amministrativa consente invece di produrre un effetto immediato, trasferendo sulla persona colpita l’onere economico e materiale di presentare ricorso. Anche quando la contestazione sarà successivamente annullata, il suo obiettivo intimidatorio può essere già stato raggiunto: costringere chi manifesta a dedicare tempo, denaro ed energie alla propria difesa e indurre altre persone a valutare il costo della partecipazione politica. La cosiddetta depenalizzazione non coincide quindi necessariamente con una diminuzione della pressione repressiva. Il passaggio dal penale all’amministrativo può rendere l’intervento più rapido, meno garantito e più facilmente ripetibile. È la stessa dinamica già osservata nell’applicazione del nuovo articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, attraverso il quale sono state comminate multe di migliaia di euro per manifestazioni non preavvisate, modifiche dei percorsi concordati o iniziative organizzate spontaneamente. In entrambi i casi, il ricatto economico diventa uno strumento per limitare concretamente l’esercizio del diritto di riunione e di espressione. Nel caso milanese, la contestazione appare particolarmente grave perché investe direttamente il contenuto politico della protesta. Non vengono sanzionati danneggiamenti, aggressioni o condotte materialmente pericolose, ma parole pronunciate collettivamente in piazza. La qualificazione di uno slogan come “sedizioso” affida alle autorità di pubblica sicurezza un ampio potere interpretativo sul confine tra critica politica lecita e discorso ritenuto pericoloso per l’ordine costituito. Il rischio è che la forza polemica di una manifestazione venga trattata come un illecito proprio perché capace di contestare le politiche del governo, la guerra, l’operato della polizia o la repressione delle lotte sociali. L’assemblea delle persone multate osserva che non sono quei cori a essere improvvisamente diventati più pericolosi. A essere cambiato è il contesto nel quale vengono pronunciati. In una fase segnata dal riarmo, dalla preparazione alla guerra e dalla crescente criminalizzazione delle mobilitazioni contro il genocidio in Palestina, il governo mostra di considerare sempre meno tollerabili le forme di dissenso che sfuggono ai percorsi istituzionali e mettono in discussione le sue scelte politiche. La repressione non colpisce soltanto le condotte individuali eventualmente illecite, ma cerca di disciplinare il linguaggio, le relazioni e le pratiche collettive di chi scende in piazza. Le multe per “grida sediziose” si aggiungono così a un apparato già ampio: reati associativi utilizzati nelle indagini sui movimenti, fermi preventivi fino a dodici ore, fogli di via, sorveglianze speciali, sanzioni per le manifestazioni non preavvisate, arresto in flagranza differita e norme che rafforzano le tutele per gli appartenenti alle forze dell’ordine. Non si tratta di provvedimenti indipendenti, ma di strumenti che concorrono a spostare il confine tra libertà politica e controllo poliziesco, anticipando l’intervento repressivo e riducendo il ruolo del giudice. Il corteo del 13 maggio era nato per esprimere solidarietà alle persone denunciate per la grande mobilitazione milanese del 22 settembre. Colpire anche quella risposta collettiva significa tentare di interrompere la catena della solidarietà attraverso un meccanismo cumulativo: prima le denunce per la manifestazione originaria, poi le multe contro chi protesta in difesa delle persone denunciate. È un sistema che mira a isolare i singoli, separandoli dal contesto politico e umano nel quale hanno agito, e a trasformare ogni nuova iniziativa solidale in un’ulteriore occasione di sanzione. Per questa ragione l’assemblea ritiene essenziale impugnare i verbali e costruire una difesa comune. Non soltanto per evitare che le persone colpite debbano sostenere sanzioni ingiuste, ma per impedire che l’uso della norma sulle grida sediziose venga normalizzato e replicato in altre città. Lasciare incontestati questi provvedimenti significherebbe accettare che slogan abitualmente pronunciati nelle piazze possano essere selezionati dalla polizia e trasformati in illeciti sulla base del loro contenuto politico. La risposta annunciata parte quindi dalla solidarietà concreta e dalla consapevolezza degli strumenti di difesa disponibili. Il ricorso contro le sanzioni non è considerato un fatto individuale, ma parte della stessa battaglia per difendere il diritto di manifestare, esprimere conflitto e sostenere chi viene colpito dalla repressione. Perché quando lo Stato prova a rendere economicamente insostenibile il dissenso, nessuna persona multata può essere lasciata sola. https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2026/08/La-digos-di-milano-ha-spiccato-decine-di-multe-da-centinaia-euro-luna-per-grida-sediziose-o.mp4 Osservatorio Repressione
August 6, 2026
Pressenza