La censura di domani: il caso Anthropic e il project Panama spiegato punto per punto
Da qualche giorno non si parla d’altro che dello scandalo di Anthropic, una
delle più importanti aziende di intelligenze artificiali, che ha acquistato in
segreto migliaia di libri per smembrarli, scannerizzarli e utilizzarli
nell’addestramento dei propri modelli linguistici. L’operazione ha preso il nome
di Project Panama, ed aveva lo scopo di dare in pasto alle IA tutti i libri del
mondo, distruggendoli fisicamente nel processo al fine di ridurre i tempi e
massimizzare i profitti. Al di là degli aspetti più ovvi, ce n’è un altro, ben
più grave, che è stato sottaciuto. La notizia, infatti, ha giustamente suscitato
indignazione. Molti hanno parlato di uno sfregio alla cultura, altri hanno
puntato il dito contro la distruzione materiale dei libri a cui è stato amputato
il dorso per velocizzare i tempi di scannerizzazione. Sono considerazioni più
che legittime. Ma la questione è molto più sottile. E proprio per questo più
inquietante.
Ma partiamo dall’inizio. Da secoli il libro rappresenta il simbolo stesso della
memoria. Un’opera nasce, viene pubblicata, letta e conservata nelle biblioteche
e tramandata alle generazioni successive. Eppure ciò che sta accadendo rovescia
completamente questa prospettiva. Il libro non viene più acquistato per essere
letto ma per essere distrutto. Viene letteralmente smontato pagina dopo pagina,
per essere trasformato in una sequenza di dati da far assimilare a una macchina.
Già questo di per sé è sufficiente per suscitare indignazione.
Ogni civiltà ha avuto le proprie risorse strategiche. Oggi la vera materia prima
è il linguaggio. Non è un caso che le aziende più ricche del pianeta non
estraggano più minerali ma informazioni. Il sapere non è più ciò che permette
all’uomo di comprendere il mondo; è diventato il combustibile con cui alimentare
un’industria che genera profitti miliardari. Il libro, in questa prospettiva,
non vale più per quello che dice. Vale per ciò che può insegnare a un algoritmo.
I libri stanno diventando miniere di dati. Giacimenti linguistici da trasformare
in profitto. Per secoli inoltre l’autore ha immaginato di scrivere per un
lettore. Oggi, spesso senza nemmeno rendersene conto, scrive per una macchina. E
viene equiparato a una macchina.
Più di una volta mi è capitato di leggere tra i commenti della mia pagina
Instagram frasi come: «sembra scritto dall’IA». È un’accusa che rivela un
equivoco enorme. L’intelligenza artificiale non possiede uno stile. Non ha una
voce. Non ha una sensibilità o un linguaggio. Fa qualcosa di molto diverso:
osserva milioni di pagine scritte dagli esseri umani, ne assorbe il ritmo, il
lessico, la sintassi, e ci restituisce una nuova combinazione, una copia,
un’imitazione, di ciò che ha imparato. In altre parole, ciò che molti chiamano
«stile dell’intelligenza artificiale» non è altro che il riflesso degli stili
che noi stessi le abbiamo consegnato.
Ebbene sì: siamo noi, oggi, ad addestrare gli strumenti che domani ci renderanno
superflui. Qualcosa potrebbe obiettare: chi se ne importa degli scrittori, chi
se ne importa dei giornalisti, sono destinati a diventare pezzi da museo, figure
mitologiche appartenenti a un lontano passato come i poeti, i pittori, gli
scultori, monoliti solitari di un tempo che fu. Triste, ma inevitabile insomma,
come accadrà alle altre centinaia di professioni destinati a sparire nella nuova
era delle IA.
Il CEO di Anthropic Dario Amodei
Ma ciò che davvero mi fa rizzare i peli sulle braccia è un’altra questione che,
per parafrasare Leopardi, mi fa spavento. Perché qua non si tratta soltanto
della distruzione dei libri, o della trasformazione della cultura in materia
prima, o del fatto che gli uomini di oggi stiano addestrando le macchine
destinate a sostituirli domani. La questione, cari signori e gentili signore, è
molto più sottile. Molti, infatti, immaginano l’intelligenza artificiale come
una sorta di arbitro imparziale, limitato, molte volte stupido, ma tutto sommato
neutro. Incapace cioè di avere una visione politica e di difenderla, perché
dopotutto una macchina non pensa. Ed è proprio qui l’errore. Non c’è nulla di
più parziale di un’IA.
Queste macchine non vengono costruite da una misteriosa entità senza volto.
Vengono progettate da aziende private, aziende americane per la precisione. Chi
utilizza Facebook saprà bene cos’è accaduto alle opere d’arte. Lentamente, quasi
senza che ce ne accorgessimo, le fotografie delle statue greche, dei dipinti
rinascimentali, delle sculture classiche hanno cominciato a scomparire. Un seno
scolpito nel marmo, un corpo dipinto da Botticelli, perfino opere conservate nei
musei sono state oscurate, rimosse e falcidiate da algoritmi che applicano
standard culturali modellati dalla mentalità americana, dalla pruderie americana
che ha fatto guerra all’arte. E quella guerra l’ha vinta. Oggi su Facebook si
espongono opere d’arte rigorosamente vestite o tagliate dal petto in su. La
visione della sessualità americana ha finito per imporsi su milioni di persone
non attraverso una legge, ma attraverso un algoritmo.
Ogni algoritmo, infatti, assimila criteri, gerarchie, filtri, sensibilità
culturali. E vale lo stesso per le intelligenze artificiali. Le IA sono create,
prodotte ed addestrate da una determinata cultura, che a sua volta porta avanti
una determinata visione politica del mondo, programmata per decidere ciò che è
accettabile da ciò che non lo è. L’intelligenza artificiale lavora direttamente
sul linguaggio. E il linguaggio non è mai neutrale.
Adesso con il caso Antrophic le IA si stanno lentamente sostituendo all’ultima
roccaforte rimasta: la letteratura. Smembrano letteralmente i libri per imitarne
il linguaggio e sostituirsi, a lungo andare, ad esso. Più questi sistemi
migliorano, si evolvono, almeno in apparenza, più diventerà difficile rinunciare
ad essi. Già oggi sono molti coloro che anziché leggere i giornali, chiedono a
ChatGPT o strumenti affini un riassunto di quanto riportano i giornali. Ma più
ci abituiamo a consumare informazioni digerite e filtrate dalle IA, più tutto
ciò che è scomodo, controverso, politicamente scorretto, e dunque artisticamente
valido, è destinato a sparire.
La letteratura, occorre sempre ricordarlo, non nasce per rassicurare. Nasce per
disturbare. Le opere che hanno cambiato la storia erano quasi sempre scandalose,
offensive, provocatorie. Hanno urtato la sensibilità del loro tempo, hanno
infranto tabù religiosi, politici e morali. Dostoevskij scandalizzava. Céline
scandalizzava. Pasolini scandalizzava. Se fossero stati costretti a scrivere
entro i limiti imposti dagli standard di accettabilità delle grandi piattaforme
contemporanee, molte delle loro pagine più scomode non sarebbero mai esistite.
Il problema quindi non è la macchina, ma chi decide quali libri leggerà la
macchina. Quali parole apprenderà, quali idee considererà pericolose. Quali toni
saranno ammessi. Quale cultura, detta in poche parole, meriti di sopravvivere.
Ed è questa la vera censura, la censura più profonda e radicale, più difficile
da combattere, perché non verrà più riconosciuta come tale. La censura di domani
non sarà sbandierata ai quattro venti, ma sarà invisibile, silenziosa, perché
senza rendercene conto la nostra visione del mondo sarà influenzata da sistemi
di filtraggio delle informazioni e informazioni stesse forniteci dalle IA e da
chi le ha prodotte.
The post La censura di domani: il caso Anthropic e il project Panama spiegato
punto per punto appeared first on L'INDIPENDENTE.