Le macroscopiche disparità territoriali nella spesa dei Comuni per i servizi sociali
Nel 2022, la spesa dei comuni, singoli o associati, per i servizi sociali e
socio-educativi è stata di 8,9 miliardi di euro, a cui si aggiungono 1,2
miliardi di euro rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale e 812 milioni di
compartecipazione degli utenti, per un totale di 10,9 miliardi di euro di
risorse impegnate.
Al netto delle compartecipazioni degli utenti e del SSN, si tratta mediamente di
150 euro per abitante, con ampi e rilevanti divari tra le diverse realtà
territoriali del Paese: si va da una spesa media per abitante di 607 euro nella
PA di Bolzano a soli 18 euro medi nei comuni della provincia di Vibo Valentia.
Diseguaglianze che si registrano anche in base alla dimensione dei comuni.
E’ quanto si evince da un recente Report dell’Area Stato sociale e Diritti della
CGIL sulla spesa dei Comuni per i servizi sociali, realizzato elaborando gli
ultimi dati ISTAT. La Cgil spiega che la principale fonte di finanziamento della
spesa per interventi e servizi sociali è rappresentata dalle risorse proprie dei
comuni, che rappresentano la metà delle risorse complessive, a cui si aggiungono
risorse regionali, nazionali o dall’UE.
Per quanto riguarda i destinatari di tale spesa, in totale 8,9 milioni, la parte
più rilevante è destinata a famiglie e minori, 2,7 milioni di utenti cui vanno,
al netto della compartecipazione di utenti e SSN, 3,3 miliardi di euro, di cui
quasi la metà destinata ad asili nido e servizi educativi.
Seguono 2,4 miliardi per le persone con disabilità (con 883 mila utenti), 1,3
miliardi per le persone anziane (1,5 milioni di utenti), 800 milioni di euro per
il contrasto della povertà e per il disagio degli adulti (1,4 milioni di
utenti), 452 milioni per interventi e servizi sociali per migranti (445 mila
utenti), 27 milioni per l’area delle dipendenze (99 mila utenti) e 528 milioni
di euro per altro.
Nel Report la Confederazione sottolinea poi come in tutte le aree di intervento
si registrino forti diseguaglianze territoriali. Tali aree sono costituite da
interventi e servizi (servizio sociale professionale, sostegno socio-educativo,
assistenza domiciliare, trasporto sociale, ecc.), con una spesa che, al netto
della compartecipazione degli utenti e del SSN, ammonta a 3,6 miliardi di euro;
spese per strutture (nidi e servizi per la prima infanzia, strutture
residenziali, semiresidenziali, centri diurni), che ammontano a 2,9 miliardi di
euro; e trasferimenti in denaro per complessivi 2,5 miliardi di euro (contributi
e integrazioni alle rette, contributi per l’alloggio, buoni pasto e buoni
spesa).
> “Se l’articolo 3 della Costituzione assicura il principio di uguaglianza
> sostanziale, si legge nelle conclusioni del Report, i bilanci dei comuni
> italiani raccontano un’altra storia. I dati sulla spesa sociale dimostrano che
> il sistema attuale, eccessivamente basato sulle risorse proprie degli enti
> locali, sta allargando la forbice delle diseguaglianze nel Paese, lasciando
> indietro chi ha più bisogno di protezione: non solo persone povere,
> marginalizzate, disabili, anziane, non autosufficienti, migranti, minori e
> famiglie fragili ma sempre più spesso anche chi ha bisogno di lavorare per
> vivere e un lavoro lo ha. I livelli essenziali delle prestazioni sociali
> rappresentano l’unico argine a questa deriva delle disuguaglianze,
> specialmente di fronte alle incognite del regionalismo differenziato.
> Tuttavia, determinare nominalmente i LEPS senza stanziare risorse adeguate è
> un esercizio di ipocrisia istituzionale che questo sindacato respinge al
> mittente”.
E il tema delle disparità territoriali è macroscopicamente evidente quando si
considera che la spesa sociale dei comuni passa da 607 euro medi pro capite
nella PA di Bolzano, ai 318 euro in Friuli Venezia Giulia, fino a 68 euro in
Basilicata e a 38 euro per abitante in Calabria.
Significative le differenze anche all’interno delle stesse regioni: le province
con la spesa media per abitante più elevata dopo Bolzano sono Trieste (427
euro), Oristano (356 euro), Gorizia (324 euro), Cagliari (313 euro) e Bologna
(308 euro), mentre quelle con la spesa media più bassa sono Crotone (42 euro),
Catanzaro (38 euro), Caserta, Cosenza (37 euro), e Vibo Valentia (18 euro).
Divari rilevanti si registrano anche in relazione alla dimensione demografica
dei comuni con una spesa media che da 198 euro nei comuni con oltre 50 mila
abitanti, scende a 116 euro nei comuni con meno di 2 mila abitanti.
Analogamente, si riscontrano diseguaglianze tra i comuni delle aree centrali e
quelli delle aree interne. L’intervento di regioni e province autonome determina
una spesa aggiuntiva media di 4 euro per abitante.
> “Occorre agire su due fronti, sottolinea la segretaria confederale della Cgil,
> Daniela Barbaresi. A livello nazionale pretendendo il tempestivo, adeguato e
> strutturale finanziamento dei Fondi nazionali, a partire dalla prossima legge
> di bilancio, superando la logica dei bandi per permettere la pianificazione e
> finanziamento dei servizi e delle politiche sociali territoriali. A livello
> territoriale, occorre rafforzare e consolidare la contrattazione sociale con
> una forte azione vertenziale perché ogni bisogno sia conosciuto e
> attenzionato, ogni tavolo negoziale sia preteso e presidiato, ogni strumento
> di programmazione sia verificato e vagliato, ogni risorsa spesa si traduca in
> servizi accessibili, in diritti esigibili per l’utenza e in lavoro di qualità
> per il personale”.
Qui il Report su “La spesa dei comuni per i servizi sociali in Italia”- Luglio
2026, a cura dell’Area Stato Sociale e Diritti della CGIL nazionale, realizzato
elaborando gli ultimi dati dell’ISTAT:
https://files.cgil.it/version/c:NmQ2MWZkNjktYjMzMS00:MjVjNTU0ZjQtODA3OC00/Spesa%20sociale%20Comuni%20Report%20luglio%202026.pdf.
Giovanni Caprio