Morire disperati nei carceri della Sardegna
Ogni settimana in Sardegna, ma anche nel resto d’Italia, leggiamo di detenuti
nei carceri che muoiono spesso suicidi, o con atti di grave autolesionismo, nel
tentativo di attirare l’attenzione del Sistema reclusorio, che dovrebbe
rispettare la nostra Costituzione, il quale prevede che il periodo detentivo si
deve fare in modo che la persona venga seguita in un percorso di recupero alla
vita sociale. Ma questa è fantasia o demagogia, sappiamo tutte/i del
sovraffollamento negli Istituti dell’Isola, in particolare ad Uta e Bancali.
L’ultimo episodio (ultimo?) avvenuto nella Casa Circondariale ad Uta, è la
morte di un giovane di 32 anni affetto da un grave disturbo mentale; non ci
interessa il reato per il quale era recluso, ma non è possibile che una persona
con problemi psichiatrici debba restare in una cella invece che in un Servizio
della Sanità regionale.
Varie associazioni quali Asarp e SDR hanno denunciato in questi anni e pure
ultimamente, le carenze delle strutture, a partire dalla assistenza sanitaria e
psichiatrica, fortemente carente e d’altronde la legge 81 impone allo Stato e
alle Regioni di evitare la carcerazione di persone con disturbo mentale.
Gli attuali Istituti penitenziari spesso non hanno neppure gli spazi adatti né
tutte le figure professionali necessarie (psichiatri, psicologi, infermieri
della riabilitazione psichiatrica, assistenti sociali e pensiamo anche a chi ha
problemi di mobilità o non è autosufficiente) e non si può pensare di scaricare
la responsabilità delle morti nel personale della Polizia Penitenziaria, che ha
altri compiti. E neppure ci si può basare sui volontari che pure fanno un
meraviglioso lavoro di assistenza psicologica. Il Ministro come sempre invierà
degli ispettori.
Cosa sta facendo o proponendo l’Amministrazione regionale? Quale assistenza
sanitaria è prevista per gli istituti detentivi dell’Isola? Sono domande minime
a cui una classe politica deve dare risposte alla società che le avanza. La
situazione di Uta è gravissima: su 750 detenuti, molti di più del previsto,
quasi 250 presenterebbero una doppia diagnosi, cioè la compresenza di una
patologia psichiatrica e di una dipendenza.
È di questi giorni un disegno di legge, già passato nella Commissione del
Parlamento, sulla possibilità che le persone con diagnosi di patologie da
dipendenza non debbano restare recluse ma inviate in strutture esterne. Il
Ministro dichiara che ci sono 10.000 detenuti che potrebbero usufruirne. A
questo proposito ci chiediamo perché le Colonie penali dell’Isola, vere aziende
agrarie, siano in gran parte abbandonate, mentre potrebbero svolgere un’utile
funzione di recupero, ma con personale adeguato.
In Sardegna stanno per arrivare i detenuti del 41 bis che aggraveranno la
situazione per la vigilanza e l’assistenza sanitaria. La Garante per i Diritti
dei detenute/i regionale, Irene Testa, denuncia continuamente questo stato di
cose, così come don Gaetano Galia, cappellano del carcere di Bancali che sui
giornali ha dichiarato che nel 1978 la legge Basaglia (ottima legge mal
applicata) ha chiuso i manicomi, ma in realtà sono stati spostati dentro le
carceri. Così come Anna Cherchi, la Garante comunale di Sassari per i detenuti,
ha dichiarato anche lei sui giornali che tante vite si potrebbero salvare, se si
parlasse meno e si agisse di più; servono più strutture per i servizi
psichiatrici.
Non si può morire disperati nei Carceri Sardi.
Giancarlo Nonis, presidente ARCADIA Sardegna ETS-OdV
Redazione Sardigna