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Appunti sulla Germania di oggi
In questi giorni sono stati tanti gli amici e conoscenti che mi chiedevano un parere sulla schiacciante vittoria del partito AfD (Alternative für Deutschland) nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. ”Sono dei neonazi” dicevano, “dei nostalgici del Führer!” E io rispondevo,”Mah, il loro leader a Magdeburgo, quello che si chiama Ulrich Siegmund, è innanzitutto un tiktoker, uno che vanta 600 mila follower, il suo programma lo ha scritto uno certo Hans-Thomas Tillschneider, laureato in islamistica che parla arabo, la figura più rappresentativa del partito e in parlamento è Alice Weidel, una lesbica sposata a una ragazza di origine del Sri Lanka… chiamarli neonazi – e con questo si pensa di aver detto tutto – magari è un po’ sbrigativo, non vi pare?” Poi arrivano i risultati delle elezioni in Pomerania Anteriore-Meclemburgo e a Berlino-Brandenburgo. E tutto cambia, dal panico per l’arrivo dell’orda di estrema destra si passa all’euforia per la vittoria dell’estrema sinistra a Berlino. In Pomerania, dove l’AfD ha vinto con un rispettabile 38,2%, non riesce lo stesso a fare un governo perché l’unico partito disposto ad allearsi con loro, quello di Sara Wagenknecht, non ha superato la soglia del 5%, come la CDU. Inoltre in Pomerania, la SPD, che governava dal 2017, ha tenuto piuttosto bene, grazie a una figura di un certo rilievo, Manuela Schwesig, già due volte Ministra con Angela Merkel, che segue ben poco la linea del suo partito. Non posso dirlo con certezza, ma il suo partito, la SPD, (e in parte anche i Grünen) si è lasciato convincere sulla natura dell’estrema destra tedesca da un gruppo di sociologi di Lipsia che dal 2002 sono stati finanziati dalla Friedrich Ebert Stiftung per condurre ogni due anni delle analisi psicosociali sulla propensione all’autoritarismo nella popolazione, note come Autoritarismus-Studien. Credo che abbiano contribuito non poco alla teoria del “cordone sanitario” nei confronti dell’AfD. Io li ho incontrati a un seminario internazionale a Madrid qualche anno fa e debbo dire che ne ricordo più l’arroganza che l’acume. Dopo le elezioni in Sassonia anch’io, malgrado frequenti la Germania da quasi 70 anni (dal 1958 per la precisione), volevo chiarirmi le idee. Quindi ho fatto una piccola indagine tra amici vecchi e nuovi e ho riscontrato che ci sono posizioni con giudizi diametralmente opposti. C’è chi dice: sono nazisti, vanno messi fuori legge. Punto. Il problema è essenzialmente delle regioni dell’ex DDR, nella parte orientale della Germania, quella che confina con la Polonia e la Repubblica Ceca. A ovest è un’altra storia. Queste posizioni vengono considerate semplicistiche da chi ragiona in maniera diversa e si chiede per prima cosa chi sono gli elettori di AfD, perché la votano e perché la votano soprattutto a est. Ricordiamo innanzitutto che le regioni (Länder) chiamate Sassonia (Sachsen) sono tre: Niedersachsen con capitale Hannover, Freistaat Sachsen con capitale Dresda e Sachsen-Anhalt con capitale Magdeburgo. Le condizioni economiche di quest’ultima sono particolarmente critiche a seguito di un processo che ha portato alla scomparsa d’industrie di grandi dimensioni e alla diffusione di un tessuto d’imprese fortemente frammentato, che ha prodotto un cambiamento nella composizione della forza lavoro – fenomeno che in Italia conosciamo molto bene. “I giovani se ne vanno, le donne se ne vanno, le persone con titoli di studio elevati e buone prospettive professionali se ne vanno, assieme a quelli ai quali la globalizzazione può offrire opportunità” mi scrive un insegnante che vive e lavora a Dresda. E continua: “la CDU ha amministrato il Land con persone incompetenti, inaffidabili, poco impegnate. Nel settore della scuola i miei colleghi della Sassonia Anhalt mi parlano di una politica non solo ingiusta verso il personale scolastico, ma condotta da persone incapaci. Quelli della AfD che fanno politica a livello comunale si sono dimostrati molto più impegnati, più vicini alla gente, di quelli della CDU e della SPD. Se le persone sono andate a votare in massa, è perché volevano impedire alla CDU di tornare al governo. Per questo il partito del Cancelliere ha visto dimezzare i suoi voti in Sassonia Anhalt”. Ora, dopo i risultati in Pomerania e la tenuta della SPD in quel Land i ragionamenti dell’insegnante trovano un riscontro sul terreno opposto. Mentre in Sassonia si assiste a un vero e proprio declino, la Pomerania ha un PIL superiore alla media tedesca, le donne che lavorano a tempo indeterminato sono in misura maggiore che in qualunque altra regione. Se ciò malgrado la AfD ha raggiunto il 38,2% allora ha ragione chi dice che l’AfD non conquista solo i voti di chi sta male. Ci sono motivi che trovano la loro ragion d’essere molto indietro nel tempo. Uno in particolare: le differenze salariali tra regioni dell’est e regioni dell’ovest – all’interno della stessa azienda! – persistono dal tempo della riunificazione tedesca. Si sono attenuate ma persistono. Nessuno può negare però che l’affermazione della AfD ha subito un’accelerazione impressionante negli ultimi tempi, ci sono alcuni fattori emersi negli ultimi anni che hanno inciso profondamente sul sentimento degli abitanti: un forte flusso migratorio proveniente dall’Ucraina o riconducibile alla guerra in Ucraina a cui è stato riservato un trattamento di particolare favore nel godimento di prestazioni previdenziali e un orientamento del governo Merz verso una politica di peggioramento dei trattamenti pensionistici – fenomeno anche questo che ci ricorda in parte le riforme del governo Monti. Tutti questi fattori concentrati nel tempo hanno colpito il nucleo centrale della forza-lavoro, già provato negli ultimi anni dall’inflazione. In Sassonia il dato impressionante che ha colpito tutti è stata quello dell‘affluenza alle urne: 80% (Meloni nel 2022 ha vinto con il 16% dei voti degli aventi diritto, aveva vinto grazie all’astensione). Alcuni sociologi da tempo osservano la penetrazione dell’AfD nelle fabbriche sindacalizzate, una penetrazione cauta, senza alzare la voce, con un discorso vecchio come il cucco, contro i “bonzi” sindacali, come si diceva una volta. Però anche questa penetrazione discreta ha contribuito a rimpolpare l’adesione alla AfD da parte di quello che abbiamo chiamato “il nucleo centrale della classe”, ma che è formato anche da una middle class impoverita e da una gioventù iperprecarizzata. Quelli della posizione opposta, che vedono una via d’uscita solo nel “cordone sanitario” dicono che l’AfD non viene votata perché le persone stanno male economicamente. Al contrario, l’AfD “opera una culturalizzazione dell’economico, come fanno Trump e altri”. Le persone votano l’AfD non perché si trovino in difficoltà economiche, ma per la questione dell’immigrazione, per il sostegno a Putin, per l’odio nei confronti delle politiche di genere, delle persone queer e del femminismo, la wokeness, perché sono favorevoli all’energia nucleare e all’uso del carbone, perché ce l’hanno con l’UE. Non esisterebbe “una causalità diretta tra precarietà economica e razzismo, antifemminismo, voto all’AfD, ecc. L’AfD è inoltre ostile ai sindacati, favorevole agli interessi imprenditoriali, fortemente neoliberale e contraria ai trasferimenti e alle prestazioni sociali dello Stato. Per le persone povere e precarie l’AfD non rappresenta alcun aiuto, così come Trump e la sua amministrazione non lo rappresentano”. Per un altro dei miei interlocutori la dinamica è diversa: “la maggioranza dei giovani in Sassonia Anhalt se ne va; rimangono i genitori, rimangono i nonni. E non apprezzano i vantaggi che la storia di quei territori comunque ha portato, avere casa di proprietà, gestire una piccola attività imprenditoriale, godere di sussidi statali che non trovi in certi altri paesi. Perché? Perché non associano queste cose a un’idea di progresso, perché nel futuro non vedono prospettive positive”. Interessante quanto testimoniano degli amici che sono funzionari sindacali. Dicono che è molto difficile che sul posto di lavoro ci siano dei colleghi con posizioni apertamente neonaziste, alla fine il risentimento per come vanno le cose è ancora quello del mugugno del bravo lavoratore socialdemocratico. Infatti sono tutti d’accordo che il successo della AfD non è dovuto all’attrattività delle espressioni che ricordano il vecchio regime, anzi tutti sottolineano come l’AfD sappia anche sfruttare la nostalgia per il vecchio regime comunista (non c’è da meravigliarsi, perché ci sono degli esponenti dell’AfD che erano prima membri della SED, il partito comunista, e qualcuno pure ex funzionario della Stasi). L’attrattiva del partito di estrema destra è anche dovuta – per alcuni soprattutto – alla capacità che ha avuto di dirottare verso gli immigrati tutto il risentimento e l’impotenza della gente di fronte all’avanzare della crisi; colpa degli immigrati se c’è insicurezza, se c’è precarietà, se i salari sono bassi, se le strade non sono pulite, se a scuola i ragazzi che parlano tedesco sono una minoranza. Tutti, senza eccezione, riconoscono all’AfD l’abilità nel ricorrere al linguaggio dei social. Quindi in definitiva sarebbe una potenza comunicativa. Esattamente, dico io, com’è stato Hitler coi suoi Goebbels, le sue Leni Riefenstahl, ha saputo usare la radio e il cinema come oggi l’AfD sa usare i social. Per questo dire che Siegmund è un tiktoker è meno vago che dire che è un neonazi, secondo me. Continuare a chiedersi se quelli di AfD siano neonazisti o meno non ha senso. Il discorso, a mio avviso, dovrebbe essere spostato sulla natura della nuova destra europea o occidentale, che è qualcosa di molto diverso dalla natura del nazifascismo perché allora quello interpretava il modello fordista, era la trasposizione del modello fordista su territorio europeo, mentre oggi la nuova destra interpreta un modello che nasce dalla dissoluzione del postfordismo e al quale ancora non abbiamo dato un nome condiviso. CONTINUA INTEGRALMENTE AL SOTTOELENCATO LINK DI  Redazione Italia
September 26, 2026
Pressenza
Dove quella cosa che chiamiamo “sinistra” non è morta
Nel n. 416, del 2 settembre, la newsletter “Volerelaluna” riportava un articolo di Ezio Boero, dal titolo “Un fantasma si aggira per gli Stati Uniti: è il socialismo?” Nel panorama della politica USA ci sono in effetti delle novità interessanti. Ce le aveva segnalate per tempo Sara Horowitz, la fondatrice della Freelancers Union (FU), il sindacato dei lavoratori autonomi, con cui la nostra Associazione ACTA, presente in questo sito con alcuni importanti collaboratori, si era gemellata. Dal 1 gennaio 2023 ho cominciato a ricevere dei messaggi – che si sarebbero in seguito intensificati al punto di diventare oggi quasi quotidiani – da parte di un gruppo che si definisce Working Families Party (WFP). Il primo era firmato da Delia Ramirez, figlia d’immigrati guatemaltechi, la prima donna proveniente dalla comunità latina eletta al congresso come rappresentante del terzo distretto dell’Illinois. Da allora si sarebbero intensificati i messaggi che testimoniavano il successo di altri candidati sostenuti dal WFP: nell’aprile dello stesso anno l’elezione di Brandon Johnson, un leader del sindacato degli insegnanti, a sindaco di Chicago, il primo luglio 2025 l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York e quest’anno la nomina di Rafael Espinal, Executive Director della Freelancersunion, all’assessorato per il rapporto coi media della giunta Mamdani. La cosa che mi aveva incuriosito e sulla quale ritengo che valga la pena riflettere è il modo di procedere del WFP, che è tutto diverso dalla forma-partito. Per esempio non sembra avere un programma sul quale debbono convergere dei candidati. Il WFP individua delle persone che hanno dimostrato di battersi per le giuste cause (diritti dei lavoratori, sanità per tutti, case ad affitti sostenibili, apertura agli immigrati ecc.) e ne fa l’endorsement. Punta sulla persona, non sul programma. Dopo l’arrivo del secondo mandato di Trump WFP sembra aver alzato il tiro, in realtà lo scontro con “il sistema Trump” ormai è una necessità vitale, un problema di sopravvivenza, per milioni di americani. Del “sistema Trump” WFP mette nel mirino soprattutto i billionaires, i miliardari che finanziano le campagne elettorali e si comprano agevolmente repubblicani e democratici. È possibile sconfiggerli con una sola arma: il lavoro porta a porta di migliaia di volontari, la mobilitazione dal basso delle comunità, come a Minneapolis contro l’ICE. Il risveglio di una coscienza civile, oltre al ripensamento della forma-partito, in una prospettiva che va ben oltre le elezioni del midterm, è un altro aspetto che accende la speranza. Eravamo abituati a sentir citare Elisabeth Warren, Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez come punti di riferimento dell’”altra” America. Oggi dobbiamo aggiungere i DSA, Democratic Socialists for America, che Trump o chi per lui ha dichiarato essere pericolosi comunisti, dando loro un’improvvisa visibilità che non è sfuggita al “New York Times”. In questi anni i DSA hanno goduto del sostegno di un’ottima pubblicazione come “In These Times”, la quale ha festeggiato quest’anno il 50mo anniversario della sua esistenza. Una delle fonti migliori, a me pare, per seguire la conflittualità sociale negli Stati Uniti, in particolare le lotte nel mondo del lavoro, oggi fortemente impegnata sia sui temi delle guerre e dei genocidi sia nella battaglia contro i data center, con un occhio particolarmente attento ai processi di unificazione del proletariato (es. tenants unions con labor unions). Scrive Boero su “Volerelaluna” che i DSA hanno deciso di darsi un programma. A leggerlo si rimane un po’ perplessi, perché è un’enciclopedia di tutto quello che sa di “sinistra”, dall’aumento dei salari al riconoscimento di uno stato palestinese, vi si trovano frasi come “If we lived in a classless society and governed ourselves, we could freely live without war or poverty. We could build a world, where no one suffers for their race, gender or religion and everyone is free, equal and cared for. Building this world is the guiding star of our movement” [Se vivessimo in una società senza classi e ci autogestissimo, potremmo vivere liberamente senza guerre né povertà. Potremmo costruire un mondo in cui nessuno soffra a causa della propria razza, del proprio genere o della propria religione e in cui tutti siano liberi, uguali e tutelati. Costruire questo mondo è la stella polare del nostro movimento]. Al nostro orecchio viziato sa tanto di “bel sol dell’avvenire”. Viene da chiedersi se il modello dell’endorsement del WFP non sia meglio di questo, ma anche loro negli ultimi tempi sembrano, tra le righe, tentati dalla forma-partito. Boero li cita appena di sfuggita. Sorprende, sia nella comunicazione WFP che in quella dei DSA, il poco rilievo che sembra avere la tematica LGBT+. Ai più esperti di me queste considerazioni potranno sembrare superficiali, a me interessava richiamare l’attenzione sul fatto che aver puntato già trent’anni fa sulle nuove soggettività prodotte dalle trasformazioni del lavoro e dell’impresa ci permette oggi di trovarci in sintonia con fenomeni come quelli cui assistiamo negli USA e che sembrano aver trovato la strada per contrastare la deriva verso la destra estrema cui assistiamo in tutto l’Occidente (e di cui la vittoria di AfD in Sassonia rappresenta l’ultimo caso).   Redazione Italia
September 10, 2026
Pressenza
Vivere su linee di confine, un’intervista a Sergio Bologna
Rilanciamo l’anteprima dell’intervista a Sergio Fontegher Bologna – tradotta e pubblicata da “Officina Primo Maggio” – rilasciata dallo storico del movimento operaio  ad un sito sloveno in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, ““Vivere su linee di confine. I miei primi vent’anni a Trieste” (edito da Agenzia X, casa editrice nota ai punk milanesi). Scrive l’autore: «A Trieste non hai vie di mezzo: o vedi il confine come un muro di protezione e ti crogioli nel paranoico provincialismo o lo vedi come un segnalibro di un unico grande volume della cultura universale». Interessante è la esemplificazione della presentazione del volume. Si tratta di un «memoir ricco di valore storico, i primi vent’anni dell’autore che scorrono sotto i nostri occhi come in un film ambientato sui tanti confini di Trieste. La morte sfiorata pochi giorni dopo la nascita, la casa situata tra il quartiere dei ricchi e quello dei lavoratori, poi la guerra, i bombardamenti, i rifugi trasformati in cimiteri, i nazifascisti che scappano, i partigiani, le truppe di Tito e gli americani…  I confini invisibili dell’adolescenza, le ansie e le passioni, i passaggi cruciali sul cammino verso l’età adulta, a partire dall’osservazione delle diverse fasi di costruzione delle grandi navi che hanno portato Sergio a diventare uno dei massimi esperti di logistica e spostamento merci dei porti. Le rigorose analisi sulle prime frontiere da varcare per dare spazio a un pensiero radicale che pochi anni dopo sarà condiviso con un gruppo di intellettuali durante la gestazione dell’operaismo italiano e nella fondazione di molte riviste teoriche di critica sociale, sulle quali ha scritto e continua a farlo. Un’intera vita a studiare e cercare di capire i significati delle separazioni e delle possibili convergenze tra le classi sociali, quei confini mobili, continuamente riguadagnati e riperduti, quasi un moto perpetuo di salite e discese. Ci vuole coraggio, un po’ di fantasia e un pizzico di beffarda stramberia per non finire vittime del conformismo e “per non restar inchiodati a difendere con le unghie e con i denti la trincea dello status, per non sacrificare tutta la vita al sogno di entrare nel mondo di chi gode il privilegio della narrazione”»[accì] _____________ Némec: Si è deciso a scrivere le Sue memorie, il lettore ritrova molti aspetti del Suo percorso intellettuale e politico già presenti nella Sua adolescenza. S.F.B. Guardi che mi sono tenuto nel cassetto quel testo per più di vent’anni, semmai c’è da chiedersi perché mi sia deciso a pubblicarlo solo ora. Némec: Mi può rispondere solo Lei. S.F.B.: Oggi si parla continuamente di guerra. E se non si parla di guerra si rilancia continuamente il militarismo, in Italia l’esercito fa propaganda nelle scuole, la divisa militare sembra sostituire i modelli di Armani, di Dolce&Gabbana… e allora mi sono detto che forse è utile ricordare cos’è una guerra vera, soprattutto per la popolazione civile, per un ragazzo. Alcuni miei coetanei erano sfollati a quel tempo. Io invece la morte me la son vista in faccia, anzi, i traumi della guerra mi hanno dato la coscienza di me stesso, la mia memoria è nata allora. Némec: In effetti il Suo racconto è una testimonianza storica. Ma non ci sono anche degli intenti letterari nella sua scrittura? S.F.B.: Per tutta la vita ho scritto saggi, articoli, non ho mai scritto poesie o romanzi. Ma anche il saggio è una forma letteraria, anzi, un genere, come ci ricorda il Lukàcs de L’anima e le forme che tradussi in italiano quando avevo vent’anni. Scrivere in un buon italiano, chiaro ed elegante, ho sempre ritenuto mio dovere per rispetto del lettore ma è stato al tempo stesso un piacere enorme, quanto quello, credo, del musicista verso il suo strumento. Che ci sia riuscito non lo so, lo giudicherà il lettore. Némec: Dicevo che il lettore ritrova molti aspetti del Suo percorso intellettuale e politico già presenti nel libro, per esempio l’operaismo. S.F.B.: Beh, qui tocchiamo l’essenza del libro. Chiariamo innanzitutto cosa s’intende per operaismo. È quella teoria, quella metodologia analitica, che consente di capire che cosa è la classe operaia, la forza lavoro in tutte le sue segmentazioni, dal sottoproletariato al lavoro intellettuale. Di capire quale è il ruolo sociale, la posizione che occupa nella società, di chi presta le sue energie materiali e immateriali a terzi, a coloro che se ne appropriano e in cambio gli danno una parte risibile del valore prodotto. Io ho avuto la fortuna di stare negli strati più alti, docente universitario per un certo tempo, ma mio padre era invece un tecnico, doveva timbrare il cartellino, e mio zio Giaci un manovale, un uomo di fatica che ha dovuto andare a guadagnarsi il pane a 11 anni. Noi abitavamo in una dignitosa dimora piccolo borghese, zio Giaci per molto tempo in una casa senza servizi e mia nonna lo stesso. Queste differenze hanno marcato la mia visione del mondo, differenze di comportamento, di linguaggio, di abitudini. È un tema ricorrente nel libro. Ma hanno inciso anche nella mia formazione. Io ho fatto un ottimo liceo, ho fatto l’università, ma mio padre non è mai riuscito a laurearsi, ad avere quel maledetto “pezzo di carta”, e mio zio è arrivato solo alla terza o alla quinta elementare. Perché? Perché non avevano voglia di studiare? Perché dovevano portare soldi a casa. E quando all’oratorio io, liceale, davo lezioni private a ragazzi degli istituti tecnici, il problema delle differenze di classe si ripresentava. Io potevo permettemi lezioni private di tedesco, di pianoforte, oltre a un ottimo liceo. Insomma, è diventato per me un istinto avvertire le differenze di classe. Sin da ragazzo. San Giacomo ha fatto il resto. Chi viveva a San Giacomo allora, quando c’era l’industria, i cantieri, capiva subito di trovarsi in un quartiere diverso dal centro città e che lì c’era la classe operaia. Una classe operaia multietnica, una parte della quale entrò nelle file della resistenza yugoslava, l’Osvobodilna Fronta. Némec: Il tema dei rapporti tra italiani e slavi è presente in maniera massiccia. S.F.B.: Lei è sloveno e ha colto al volo, ma a molti lettori questa centralità è sfuggita. Penso che la mia testimonianza mandi all’aria molti luoghi comuni che su quel tema si sono costruiti e sedimentati. Tutto nasce ancora una volta dalle condizioni di classe. Mio nonno, padre di mia madre, se l’era svignata lasciando la moglie con quattro figli. Mia madre, la maggiore, va a vivere con la nonna paterna nei sobborghi di Trieste a maggioranza slovena. Con la tubercolosi frequenta tanti sanatori, dove la percentuale di pazienti slovene è molto alta. E queste cose le restano dentro anche quando aderisce all’andazzo nazionalista. Ma un ruolo fondamentale nei miei rapporti con la comunità slovena lo gioca zio Giacinto, che è un ammiratore di Tito. Tuttavia al liceo mi lascio intruppare nei cortei antititini e per il ritorno di Trieste all’Italia, ma della patria non me ne frega niente, ci vado per far casino. Quanti miei amici erano figli di famiglie miste, all’oratorio per esempio! Qui però quello che scrivo è pesantemente influenzato dalla mia scelta di fare lo storico e in particolare lo storico della Germania nazista. Il mio maestro è stato Enzo Collotti, che ha insegnato a Trieste ed è quello che ha messo a nudo, assieme agli storici dell’Istituto della Resistenza, la vicenda del forno crematorio della Risiera di San Sabba. Una vergogna che Trieste si porterà dietro per sempre. Io comincio a scrivere queste memorie proprio nell’anno in cui viene istituita la sciagurata “giornata del ricordo”, che permette di cambiar le carte in tavola della storia di quelle terre e trasforma le vittime in carnefici. Quello che più m’indigna è che accusa gli storici italiani di aver occultato la storia dell’esodo degli istriani e di aver taciuto sulle foibe. Menzogna! Basta leggere i lavori degli anni ’80 dell’Istituto di storia dell’Università di Trieste diretto da Giovanni Miccoli. Sono tuttora membro del ristretto comitato scientifico di un’importante Fondazione tedesca per la storia del nazismo, nota in tutto il mondo. Trieste dal settembre del ‘43 all’aprile del ‘45 è stata un pezzo di Terzo Reich, non era più Italia, né repubblica di Salò. Era Terzo Reich. Come si spiega altrimenti il forno crematorio? Quindi chi conosce bene la storia degli orrori nazisti capisce meglio alcuni risvolti della storia di Trieste di quel periodo. E capisce quanti meriti abbia la giustizia partigiana ad aver eliminato personaggi come Christian Wirth. Némec: Però Suo padre era fascista e pare che abbia rischiato la pelle all’arrivo dei partigiani. S.F.B.: Sì, ma anche nel suo caso clichés e luoghi comuni saltano. Non ha mai avuto nei miei confronti atteggiamenti autoritari, mi ha lasciato libero sempre, mi ha insegnato la dignità del lavoro e il rispetto per la donna. Ha dedicato l’intera sua vita ad assistere mia madre. Lavorava ai cantieri ed ha preso la tessera del fascio quando sono stati nazionalizzati. Lo hanno messo fuori i comitati di epurazione un mese e mezzo dopo che le truppe di Tito si erano ritirate da Trieste e le autorità yugoslave non contavano più nulla. Ma meritava davvero restare fuori per 14 mesi, con un piccolo sussidio – non riesco a immaginare come abbia sopravissuto la mia famiglia – per aver dato dei ”disfattisti” ai colleghi? Gli hanno offerto il patteggiamento, non ha accettato. Ricordo quando, agli inizi degli anni Settanta, i miei genitori erano venuti a vivere a Montegrotto per stare vicino a me che insegnavo a Padova. Un giorno promisi loro di presentarli a Toni Negri. Erano emozionatissimi, mia madre si provò davanti allo specchio l’abito più adatto che avrebbe indossato. Toni, come al suo solito, dando la mano batté i tacchi e s’inchinò leggermente. Loro ne furono estasiati. Mi chiedo, se fossero vissuti qualche anno di più (morirono uno nel ‘76 e l’altra nel ’77) cosa avrebbero detto quando il nome di Toni Negri apparve sulle prime pagine dei quotidiani nell’aprile del ’79 come quello di un efferato criminale. Sono certo che avrebbero capito, così come zio Giaci capì subito che si trattava di una montatura e che il sistema aveva bisogno di un capro espiatorio. Némec: La figura di questo zio Giacinto sembra sia stata importante per Lei. S.F.B.: Moltissimo, la sua esperienza di vita mi ha insegnato cosa è stato veramente il fascismo, cosa è stata la guerra e l’infamia di Mussolini che ha portato alla distruzione del paese e alla morte di centinaia di migliaia di italiani. Per difendere la patria? No, per spalleggiare Hitler nell’aggressione a tanti paesi che non ci avevano fatto nulla. Oggi invece, con il successo del libro di Scurati, ci vogliono convincere che tutto sommato quella del delitto Matteotti è l’unica cattiva azione che Mussolini avrebbe commesso. Némec: L’altra figura importante è quella di Sua madre, le avete dedicato la copertina. S.F.B.: L’amore che mia madre ha avuto per me potrei definirlo sconfinato. Non ebbe mai un amore morboso, di quelli che opprimono, mi ha lasciato libero in tutto e per tutto, ha rispettato la mia indipendenza in maniera assoluta. Potevo andare e fare quello che volevo, senza chiedere il permesso ai genitori. Ma io ero un ragazzo disciplinato, con un forte “senso del dovere”. La vicenda dell’oratorio lo fa capire molto bene. Némec: Vorrei chiudere questa intervista sul tema del confine. Un tema con moltissime valenze, dal suo punto di vista. S.F.B.: È un tema centrale, forse “il” tema centrale. Perché porta al problema dell’identità. La mia identità è quella di non averne avuta nessuna e questo mi ha dato una libertà di pensiero straordinaria. Nemmeno l’operaismo mi ha dato un’identità. Quando fui espulso dall’Università e dovetti trovare il modo per sopravvivere, scelsi il lavoro autonomo del consulente a partita Iva. La mia nuova identità non era più quella del lavoratore subordinato, figura sulla quale l’operaismo e lo stesso marxismo avevano costruito le loro teorie. Ma a me non interessava portare la divisa dell’operaismo tutta la vita. L’importante era ribadire la necessità per il lavoro, qualunque esso sia, di organizzarsi collettivamente per farsi sfruttare di meno. E da qui è nata la mia adesione a ACTA, il sindacato dei freelance, che poi si è gemellata con l’analogo sindacato americano (che oggi fornisce assessori alla giunta Mamdani). Némec: Grazie per aver accettato questa intervista. Redazione Italia
August 15, 2026
Pressenza
UE, proposta killer sui diritti del lavoro
Un recente rapporto dell’ETUI, il Centro Studi della Confederazione Europea dei Sindacati, ha lanciato un sonoro allarme su una proposta presentata il 18 marzo a Bruxelles e in discussione nel silenzio generale. Si chiama “28esimo regime” e rappresenta uno degli assi dei due documenti per il rilancio della competitività europea commissionati due anni fa da Ursula von der Leyen a Enrico Letta e Mario Draghi. Prevede il varo di una legislazione europea in materia di diritto societario, che andrebbe ad affiancarsi alla normativa dei 27 paesi-membri (di qui il nome) con conseguenze anche su lavoro e fisco. La proposta, presentata come volano per la competitività europea, soprattutto nel settore innovazione e start-up (formula taumaturgica che rende qualsiasi scelta legittima), di fatto non avrebbe limiti di applicazione. Permetterebbe di aprire la nuova forma societaria in modalità esclusivamente digitale, con requisiti di capitale minimi, un costo di 100 euro e registrazione entro 48 ore in un paese-membro dell’UE, a prescindere dove effettivamente si opererà, ma con la possibilità di applicare il diritto del lavoro dello Stato di registrazione e di conseguenza, suggerisce l’ETUI, anche le regole locali su contrattazione collettiva, rappresentanza dei lavoratori, ecc. In altre parole una persona fisica o un’impresa già costituita, persino un grande gruppo multinazionale, potrebbero intraprendere un’attività economica in Italia, utilizzando una società registrata in Romania, un domani magari chissà, in Ucraina o in Turchia, e in tal modo non essere obbligati ad adottare il diritto del lavoro e le regole sindacali italiani. La registrazione di una EU inc. – curiosa l’omonimia con la campagna delle Big Tech americane contro il sistema regolatorio europeo – potrebbe essere effettuata creando la società ex novo, attraverso una fusione tra aziende di diversi paesi o a partire da un’impresa già esistente – e sarebbe soggetta al principio “only once” (una volta sola). In altre parole, una volta completata la registrazione presso il paese prescelto, il titolare non sarebbe più tenuto a fornire informazioni sulla società, anche in caso di variazioni. In ogni caso anche alla prima registrazione non sarebbe tenuto a fornire dati sul numero di dipendenti, il paese in cui opererebbero e la normativa loro applicata. Per intenderci: un ispettorato del lavoro italiano che decidesse di avviare delle verifiche su un’impresa che opera in Italia ma è registrata in un altro paese dell’Unione, sospettando illeciti, si troverebbe nell’impossibilità di farlo. La proposta prevede anche la possibilità che i dipendenti siano cooptati in un sistema di distribuzione di stock option, senza che, precisa il rapporto ETUI, nei testi in discussione sia incluso un esplicito divieto di pagare le retribuzioni dei dipendenti, integralmente o parzialmente, in partecipazioni. E dunque senza alcuna garanzia che in questo modo non vengano soppiantate le regole in materia di democrazia nei posti di lavoro. Per il sindacato insomma il rischio è che almeno una parte della retribuzione possa essere pagata in azioni della società e che ciò significhi per un verso aggirare i minimi contrattuali e, dove previsto, il salario minimo legale, per un altro non riconoscere le regole su rappresentanza sindacale e democrazia nei luoghi di lavoro, sostenendo che nel nuovo contesto societario esse siano sostituite da quelle connesse alla partecipazione azionaria. In sostanza la Commissione von der Leyen 1, dopo aver approvato negli anni passati alcune direttive che dovrebbero garantire l’introduzione di tutele minime per tutti i lavoratori o in alcuni settori specifici – vedi la direttiva sul salario minimo e sui lavoratori delle piattaforme – ora invece recepisce le indicazioni di Letta e di Draghi, a loro volta dettate dalle esigenze della nuova fase politica internazionale. Con l’esplodere della spesa militare, la bolla dell’IA che si gonfia sempre di più e una competizione commerciale e militare internazionale sempre più parossistica le imprese chiedono di fare piazza pulita delle pur blande regole previste dagli ordinamenti nazionali, già frutto di trent’anni di arretramento dei lavoratori in Europa e nel mondo. Lo fanno in modo così drastico da suscitare reazioni persino all’interno della tecnocrazia europea. Il giorno dopo la presentazione della proposta il CNUE, organo di rappresentanza dei notai dell’UE, diffondeva un comunicato in cui metteva in guardia dai potenziali rischi del nuovo regime, in particolare una sfrenata competizione al ribasso tra paesi-membri, l’indebolimento degli attuali meccanismi di prevenzione e contrasto ad attività illecite come il riciclaggio di denaro e uno squilibrio tra interesse pubblico e privato. Osservazioni che se per un verso riflettono i timori di una riduzione del lavoro per chi vive di atti societari, per un altro si fondano sulla ragionevole previsione che l’economia europea si trasformi in un far west. È significativo che in Italia a oltre tre mesi dalla presentazione della proposta da parte della Commissione Europea la stampa, che quando vengono attaccate le prerogative dei grandi gruppi editoriali rivendica il suo ruolo di “cane da guardia del potere”, così come l’intero spettro politico – dai partiti dell’ordine tout court ai partiti dell’ordine ma non troppo fino ai più sfegatati sovranisti – non abbiano detto una sola parola su un provvedimento che di fatto renderebbe innocue le legislazioni nazionali dei paesi-membri in materia di diritto societario, lavoro e fisco, rispondendo positivamente alle richieste di Trump di non mettere i bastoni tra le ruote alle Big Tech americane. Tutta la retorica sul superamento di destra e sinistra in nome di una nuova dialettica sociale tra alto e basso, tra mondialismo e sovranità popolare e altre simili scempiaggini si dileguano di fronte alla banale constatazione che quando si tratta di leccare i piedi al grande capitale a spese dei proletari europei Meloni e Schlein, Salvini e Vannacci, Tajani e Rizzo, Calenda e D’Orsi si ritrovano tutti dalla stessa parte della barricata, quella del più forte. Concentrare la sceneggiatura della serie “Italian affairs” sulle foto in trattoria di Fratoianni, Schlein e Conte, sul grado di connessione sentimentale tra Giorgia e Donald, sulla sparata del giorno di qualche politico di provincia in cerca di gloria effimera conviene a tutti, aumenta lo share, fa impennare i clic, sparge nel dibattito pubblico una proficua cortina fumogena e fa anche crescere il PIL, anzi il GDP.   Redazione Italia
August 4, 2026
Pressenza