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Una mattina al picchetto
NEL 2025 L’AZIENDA ACCA È USCITA VITTORIOSA DALLA «GUERRA DELLE GRUCCE», COMBATTUTA A COLPI DI PACCHI INCENDIARI E SPRANGHE FRA LE AZIENDE CON SEDE A PRATO E FIRENZE PER ASSICURARSI LE COMMESSE DALLE MULTINAZIONALI DELLA MODA. NEGLI ULTIMI MESI ACCA È DIVENTATA NOTA PER L’IMPREVISTA RIBELLIONE DEI SUOI OPERAI, SOSTENUTA DA TANTI E TANTE, COSTRETTI A TURNI DI LAVORO MASSACRANTI E RICATTI. QUELLI CHE UNA VOLTA SI CHIAMAVANO PADRONI HANNO CERCATO DI REPRIMERE LA PROTESTA IN MOLTI MODI, ANCHE CON MAZZE E BASTONI. MA HANNO PERSO. UN RACCONTO DAI GAZEBO TIRATI SU DAVANTI AL MAGAZZINO ACCA DI CAMPI BISENZIO, PER BLOCCARE I CANCELLI E IMPEDIRE L’INGRESSO E L’USCITA DELLE CAPI D’ABBIGLIAMENTO DIRETTI IN TUTTA EUROPA -------------------------------------------------------------------------------- 28 agosto. Da un paio di giorni lo scirocco spinge le polveri del Sahara sulla nostra penisola e le temperature superano di nuovo i trentacinque gradi. Sempre meglio delle tormente che allagano l’asfalto, con l’acqua che da sotto entra nei gazebo e ammolla ogni cosa: materassi, coperte, provviste, vestiti, libri… Quando si sente arrivare la tempesta, bisogna correre, subito: ficcare tutto ciò che si può in macchina, chiudersi dentro e aspettare che passi. Poi uscire e lentamente smontare, stendere sotto al sole quel che rimane e aspettare. Aspettare davanti al magazzino Acca di Campi Bisenzio (Fi), per bloccare i cancelli e impedire l’ingresso e l’uscita delle capi d’abbigliamento che da lì vanno in tutta Europa. È così che va avanti dal 21 giugno: ogni giorno, ogni notte, in ogni momento, quei due gazebo sono abitati da attivisti, attiviste e operai che sorvegliano chi entra e chi esce. È così che troviamo, sdraiati sulle brandine e sui materassi, le attiviste e gli operai iscritti al Sudd (Sindacato Unione Democrazia Dignità) Cobas. Sono qua per difendere il loro lavoro, minacciato dalle continue manovre illegali dei vertici di Acca, azienda a conduzione cinese che, da anni, sfrutta, minaccia e percuote i novanta operai dipendenti, la maggior parte di origine pakistana e bangladese. I picchetti ai cancelli di Acca vanno avanti a oltranza da settanta giorni in quattro località della piana fiorentina: Seano, Agliana, Osmannoro e Campi Bisenzio. La resistenza alla violenza dei «padroni» dell’azienda ha avuto inizio nel 2023, quando gli operai hanno cominciato a sindacalizzarsi e a chiedere un contratto di lavoro legale, che rispettasse i turni di otto ore per cinque giorni a settimana contro le dodici ore sottopagate sette giorni su sette, regime di lavoro a cui erano fino ad allora sottoposti. I capi non ci stavano, li hanno seguiti sotto casa alla sera; con le mazze hanno spaccato le auto, le bici, li hanno intimiditi. Il sindacato ha risposto così: attiviste e attivisti si sono organizzate per accompagnare personalmente gli operai in macchina. I padroni, vedendo le macchine con gli italiani, hanno fatto cessare gli attacchi; poco dopo, i lavoratori hanno ottenuto il contratto “otto per cinque”. Grande vittoria. Nel 2025 l’azienda è uscita vittoriosa dalla «guerra delle grucce», il conflitto dal carattere mafioso combattuto a colpi di pacchi incendiari e spranghe fra le aziende del territorio per assicurarsi le commesse dalle grandi aziende di moda. In tutto ciò, Acca si trovava sotto custodia giudiziaria per presunta frode fiscale ai danni dello Stato per tasse e contributi non pagati pari a 71 milioni di euro. È in questo clima che, in giugno, sindacato e operai hanno fiutato la manovra decisiva: l’azienda stava progettando di chiudere il magazzino per riaprire altrove sotto un altro nome, licenziare gli iscritti al sindacato e assumere lavoratori nuovi, ripartendo da zero. È per bloccare questa manovra che il 21 giugno è scattato lo sciopero. Due giorni dopo, i padroni hanno assaltato il picchetto di Seano. La mattina avevano già investito un operaio, finito in pronto soccorso. Nel pomeriggio sono arrivati davanti al magazzino di Seano (PO), sono scese duecento persone dai furgoni bianchi, alcune armate di mazze e bastoni, per rompere il blocco dei manifestanti e riaprire il lavoro. Se ne sono andati solo dopo aver distrutto i gazebo. Sono stati presi alla sprovvista anche i pochi agenti delle forze dell’ordine che si trovavano già là. Ancora: all’alba del 3 luglio le forze dell’ordine si sono presentate al picchetto di Seano con ordine di sgombero e sequestro preventivo della merce bloccata nel magazzino. L’abbigliamento doveva immediatamente partire: stavano iniziando i saldi. Il giorno dopo gli agenti si sono ripresentati davanti ai gazebo prontamente rimessi in piedi: «Ragazzi, tutto bene?». A raccontarci questa storia è E., una ragazza poco più che ventenne. Ci accoglie con un sorriso e una stretta di mano dalla brandina piazzata all’ombra, fuori dal gazebo bianco. Le spalle arrossate dal sole, fuma un drum (tabacco sfuso, il nome purtroppo deriva da una nota marca, ndr). Fumano tutti il drum, uno dopo l’altro: «Che vuoi fare se no?». «È difficile non pensare che sarebbe meglio che chiudesse, questa fabbrica», ci confessa. Ma se andasse così, gli operai perderebbero il lavoro. Bisogna quindi che i tavoli delle trattative, promossi dalla Provincia di Prato e avviati proprio qualche giorno prima dopo una inaspettata chiamata della dirigente, vadano bene. Proprio mentre stiamo parlando avviene l’incontro, sono tutti ottimisti. E., da due anni e mezzo attivista nel Sudd, si è fatta tutto lo sciopero contro Acca. Questo significa dormire in strada nel gazebo, una notte sì e una no. Tornare a casa, farsi la doccia, mangiare, rientrare nel gazebo. Significa attuare quello che ormai è il motto del sindacato: «devi durare un secondo in più di loro». Le abbiamo chiesto se non sia difficile fare questo tipo di vita. Lo è, a volte lo stress è molto forte, «ma per me il sindacato sta qua», ha risposto alzando la mano sopra la testa. Dopo l’assalto e lo sgombero la reazione è stata immediata. Attiviste/i e operai hanno fatto leva sulla «rabbia buona e sana» e «gli hanno fatto il culo, iniziando a dargliene secche a diritto, trovando i carichi illegali e i magazzini dove spostavano il lavoro, come questo». Queste parole sono di S., poco più grande di E., da due anni nel sindacato, si barcamena fra l’attivismo e il lavoro come assistente ad una persona con disabilità. Le chiediamo se occupa una posizione particolare nel sindacato. «No, non esistono posizioni particolari – risponde – o una organizzazione verticale, siamo tutti sullo stesso piano, tutti con le stesse responsabilità». Ci sono però quattro persone che sono dentro da più di tutti, e che sono un po’ la faccia del sindacato, oltre a seguire in prima persona le trattative. Sono proteste che non potrebbero avvenire in Pakistan, ci ha spiegato Sa., che ha vissuto in altri cinque Paesi ma in Italia si trova bene. È qui da giugno, torna quando può a casa a lavarsi e a prendere acqua e ghiaccio, come gli altri. «Loro sono la nostra forza», ci hanno spiegato le attiviste. Il sostegno reciproco è evidente. Attivisti e attiviste ricevono qualcosa di molto prezioso, una comunità e qualcosa che dà valore alla vita, qualcosa per cui lottare, un significato. L’ottimismo che si respira si rivela ben riposto. Il 29 agosto, nell’assemblea promossa insieme dal movimento Insorgiamo, che da cinque anni occupa e promuove la riconversione ecologica della fabbrica GKN a Campi Bisenzio, e Sudd Cobas arriva la notizia attesa: l’accordo per il reintegro di sessanta operai (tutti gli iscritti al sindacato più un’altra ventina), con la promessa di assumere i restanti trenta alla prima occasione, è stato firmato dall’azienda. Molti hanno cominciato a ballare e, come sempre, a fumare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una mattina al picchetto proviene da Comune-info.
September 15, 2026
Comune-info
LOTTE OPERAIE: STATO DI AGITAZIONE A VALDAGNO (VI). LA GXO PROPONE IL TRASFERIMENTO DI 83 LAVORATRICI DAL VENETO AL PIEMONTE
Si intensifica la mobilitazione dei dipendenti della GXO contro la proposta dell’azienda di trasferire 83 persone, in maggioranza donne, dal sito di Maglio di Sopra, frazione di Valdagno, provincia di Vicenza, al sito di Trecate, in provincia di Novara. Era arrivata il primo settembre la comunicazione della GXO, che si occupa della logistica per il marchio dell’alta moda “Valentino”, che annunciava il trasferimento di 83 lavoratori su 109 dal paese veneto a quello piemontese. Si tratta quindi di sradicare 83 nuclei familiari dal proprio territorio, oppure, di lasciarli senza un reddito. All’annuncio della GXO lavoratrici e sindacati avevano risposto già il 3 e il 4 settembre con un presidio e una manifestazione. Era seguito un incontro senza esiti favorevoli per i dipendenti il 9 settembre. Giovedì 17 settembre l’azienda incontrerà nuovamente le parti. Seguirà un’assemblea pubblica organizzata da ADL Cobas. Abbiamo fatto il punto sulla vertenza con Ylenia Carotta RSA ADL Cobas per il cantiere GXO. Ascolta o scarica Alleghiamo il comunicato stampa ricevuto in redazione dal Collettivo Karburo di Valdagno, che sostiene la protesta di lavoratori e lavoratrici. VALDAGNO CALLING – MOBILITAZIONE DEI LAVORATORI DELLA GXO. Negli ultimi due giorni (3 e 4 settembre 2026) a Valdagno (VI) si è accesa la protesta dei lavoratori del comparto della logistica di “Valentino”, a seguito della comunicazione del 1 settembre di GXO (azienda multinazionale operante con appalto alla logistica all’interno dello stabilimento), che annunciava il piano di trasferimento del reparto presso la sede di Trecate, in provincia di Novara. Questa decisione aziendale risponde a motivi di razionalizzazione: il magazzino di Valdagno viene giudicato obsoleto e troppo lontano da aeroporti e arterie di distribuzione, nonostante il fatto che lo svincolo “Valle Agno” della “Superstrada Pedemontana Veneta” sia stato inaugurato a fine dicembre 2023. Il periodo di spostamento dovrebbe situarsi tra febbraio e marzo 2027 e si accompagna alla proposta di trasferimento di 83 lavoratori su 109 dal paese veneto a quello piemontese. E’ l’ennesimo attacco subito dai lavoratori della logistica di “Valentino”, i quali, prima del subentro di GXO nel 2021, si erano impegnati in vari cicli di mobilitazione, non ultimo quello svoltosi già a partire dal 2019 contro le condizioni di lavoro e i ritardi nella retribuzione dovuti alla esternalizzazioni, soprattutto presso cooperative come “Atlantide”. La stabilizzazione della condizione lavorativa, a cui GXO sembrava dovesse corrispondere, è durata però solo cinque anni. La composizione sociale dei lavoratori rende, per altro, particolarmente inaccettabile la proposta di trasferimento: la maggioranza è composta da donne, molte con mutui da pagare e figli da crescere. L’asettica proposta di trasferimento, quindi, equivale di fatto alla proposta di sradicamento di 83 nuclei famigliari dal territorio, oppure, nel caso di un probabile rifiuto in massa al trasferimento, corrisponderebbe all’ulteriore impoverimento del tessuto sociale dei comuni della Valle; un territorio che ormai non solo sente sempre più lontana la stagione della grande manifattura della “Marzotto”, ma che ancor più finisce per rimpiangere anche il cosiddetto “Miracolo del Nord-est”: un sogno ormai sbiadito in un’area martoriata dall’invecchiamento demografico e da un insaziabile consumo di suolo causato dalla speculazione edilizia e industriale. Su questo sfondo si sono mobilitati i lavoratori, ora come nelle stagioni precedenti organizzati per lo più sotto la sigla di ADL-Cobas, mettendo immediatamente in campo un presidio presso i cancelli della fabbrica giovedì 3 e un corteo per il centro città con presidio sotto il comune di Valdagno venerdì 4. Lavoratori e sindacati ora attendono un nuovo incontro con l’azienda il 9 settembre, ma hanno già ribadito la volontà di non cedere sul fronte della mobilitazione per salvare la logistica a Valdagno. Le sigle confederali, operanti soprattutto negli altri reparti dello stabilimento “Valentino”, si sono per il momento espresse attraverso un comunicato, con il quale hanno manifestato preoccupazione per il futuro dell’intero stabilimento e hanno avanzato -come oggetto di discussione con l’azienda- proposte di reinserimento tramite up-skilling (formazione professionale). Si è da subito mostrata disponibile all’aiuto anche l’amministrazione comunale. Oltre ai corpi intermedi e alle istituzioni, ci teniamo però a segnalare la solidarietà spontanea che ha accompagnato i lavoratori durante il picchetto di giovedì e il corteo di venerdì nel mezzo del mercato in piazza a Valdagno. In un territorio che sembrava per più versi anestetizzato a qualsiasi moto di solidarietà, a causa di decenni di propaganda leghista o -ultimamente- fascista, l’appoggio solidale sembra riemergere. Ai lavoratori, la cui composizione etnica è splendidamente mista, è infatti subito arrivato il plauso e la vicinanza degli esercenti del mercato e della cittadinanza: una vicinanza che è forse un’inconsapevole risposta pavloviana al richiamo della lunga storia operaia della valle dell’Agno, dove ogni persona ha lavorato o ha avuto parenti che hanno lavorato in “Marzotto”. La nostra volontà, come Collettivo, è quella di contribuire alla mobilitazione e al rafforzamento dello sforzo contrattuale dei lavoratori. Vorremmo, con loro, ribadire che “il lavoro e il reddito delle persone non possono essere un lusso”, nella speranza che la cooperazione fuori e dentro gli stabilimenti e la messa in comune delle intelligenze possa essere un’opportunità per strappare il territorio dalla morsa del cemento, del profitto cieco, del livore razzista e dell’abbandono. Collettivo Karburo, Valdagno 05/09/2026.
September 14, 2026
Radio Onda d`Urto
«Abiti puliti», 1 maggio 26: nuovo report sul Bangladesh…
… pubblicato in 13 lingue. E a Prato viene presentato il «Manifesto globale per la transizione giusta della moda» «La transizione ecologica della moda è vera se coinvolge la classe lavoratrice» scrive Luca Martinelli su «L’extra-terrestre» (inserto del giovedì nel quotidiano «il manifesto») parlando dell’appuntamengto «Il diavolo veste Prato 2» e intervistando Deborah Lucchetti, la coordinatrice di Abiti puliti su
Abiti Puliti: campagne, appuntamenti e libri
Quel che possiamo fare noi. C’è una domanda che ci sentiamo fare spesso: “Ma comprare di seconda mano è sufficiente?” È una domanda onesta, e merita una risposta onesta. Ce la offre un report di Südwind — partner tedesco della Clean Clothes Campaign — che abbiamo trovato così utile da volerlo condividere. Si intitola «Swipe, Sell, Sustain? What Second-Hand Fashion Can
LAVORO: “VITTORIA STORICA” DI OPERAI E SUDD COBAS NELLA VERTENZA “L’ALBA” A MONTEMURLO (PRATO)
Dopo 193 giorni di lotta, con il presidio permanente ai cancelli dell’azienda e numerosi blitz nei negozi di alta moda, il sindacato di base Sudd Cobas annuncia una “vittoria storica” nella vertenza degli operai della stireria “L’Alba” di Montemurlo, in provincia di Prato. L’ultimo incontro del “tavolo di filiera” – anche questo ottenuto dai lavoratori con la lotta – si è concluso con la firma, da parte delle aziende committenti, cioè i brand dell’alta moda che affidano la produzione a “L’Alba”, di un accordo che prevede, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto Filippo Branchetti, esponente del Sudd Cobas, “la responsabilità dei brand nell’assicurare che le commesse vengano legate all’occupazione dei lavoratori e non si perdano in una giungla di appalti e subappalti nella quale poi la ricerca del profitto sfrenato porta sempre a far sì che queste commesse vengano lavorate in condizioni di sfruttamento”. Per il Sudd Cobas è un “precedente storico: un caso di sfruttamento e caporalato nella moda risolto con l’intervento diretto dei brand committenti”. Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto è intervenuto Filippo Branchetti, del sindacato Sudd Cobas. Ascolta o scarica.
March 24, 2026
Radio Onda d`Urto
«La trama del lusso»: fra capitalismo dei corpi e…
… criminalità. Il libro di Audrey Millet, attivista di «Clean Clothes Campaign» esce in italiano con Add Editore. Come segnala «Abiti puliti» è finalmente uscito – a quasi un anno dalla sua presentazione allo Sfashion Weekend 2025 – «La trama del lusso. L’industria della moda tra capitalismo dei corpi e criminalità» di Audrey Millet, storica, ricercatrice e attivista della Clean