La dialettica e il dissenso. L’Osservatorio contro la militarizzazione difende le sue analisi
Stiamo vivendo tempi davvero duri. La sfida è confliggere individuando, anche
tramite la dialettica interna al nostro movimento, le misure più efficaci. Non è
facile e il dibattito continua (e noi di Pressenza abbiamo il dovere di darne
conto)
Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci
sentiamo di rispondere all’articolo di Mao Valpiana su «Pressenza» del 28 luglio
scorso, nel quale usa toni davvero poco “pacifici” e poco rispettosi del
pensiero “altro” rispetto al suo. Le analisi e le valutazioni fatte da alcuni
membri dell’Osservatorio sul testo di iniziativa di legge popolare “Un’altra
difesa è possibile” [PdL] rispecchiano il pensiero e l’elaborazione
dell’intero Osservatorio, e nel loro articolarsi sono molto circostanziate e
analizzano i contenuti della proposta di legge; non sono «calunnie», bensì il
risultato dello studio attento dei documenti di programmazione sia italiani sia
internazionali (vedi documentazioni e dichiarazioni ufficiali di vari singoli
Paesi europei, dell’Unione Europea e della NATO) in materia di difesa. Il tutto
con particolare attenzione alla loro “applicazione” nel mondo della formazione.
Il concetto di “difesa totale” è il perno delle nostre analisi, è ciò che ci fa
affermare che questa iniziativa di legge popolare non ci convince, perché
definisce la difesa civile non armata “complementare” e “integrata” rispetto
alla difesa militare. Ciò significa, per esempio, che, nel caso di un conflitto
scatenato da un’aggressione coloniale e imperialista di un Paese della NATO ad
un Paese terzo, i generali delle forze armate italiane apparirebbero con una
moltitudine di mansioni nonviolente e non armate (ma non per questo non
funzionali allo sforzo bellico, anzi) già pianificate insieme al CIMIC* e pronte
da far svolgere alla popolazione civile.
D’altronde, sarebbe alquanto illusorio immaginare che basti collocare
il Servizio Civile Universale in un Dipartimento in capo alla Presidenza del
Consiglio per metterlo al riparo da un utilizzo degli obiettori scevro da
qualsiasi funzionalità rispetto alle esigenze belliche, le quali nel contesto
attuale possono estendersi anche alla sfera della Protezione civile e
coinvolgere anche un’eventuale Difesa non armata e nonviolenta. La logica della
guerra totale, le pressioni della NATO sugli Alleati, i rapporti economici e
militari con USA e Israele e la narrativa ufficiale dell’UE, in particolare in
merito a preparedness e readiness, ci suggeriscono un quadro meno idilliaco di
quello delineato dalla PdL.
Inoltre, è nelle scuole dei vari Paesi europei che rileviamo una progettata
ingerenza volta alla costruzione di una identità collettiva nuova e funzionale
alla guerra, basata sulla sua normalizzazione e sull’elogio delle forze armate
in contesti scolastici di totale assenza di contraddittorio.
L’Osservatorio nasce proprio con lo scopo di impedire la militarizzazione delle
scuole e delle università. Questo include il lavoro per contrastare la
costruzione da parte delle istituzioni (in modo bipartisan) della “cultura della
difesa“, del Nemico, della logica identitaria, di un mondo chiuso alla
diversità, dell’insicurezza e la paura, dell’obbedienza senza coscienza, della
banalità del male. E questo è il motivo per cui oggi l’Osservatorio si trova
coinvolto in questa riflessione collettiva, portando il suo contributo dalla sua
prospettiva, sì limitata (come tutte) ma che ha la “forza che viene dal fare ciò
che si sa”.
Il nostro non è un attacco ai promotori e alle promotrici della PdL, ma una
manifestazione di quelle criticità che è nostra responsabilità politica
condividere. Questa proposta non ci convince perché è facilmente
strumentalizzabile dai centri di comando militare italiani e della NATO. Ciò che
prevede la teoria della Difesa Totale troverebbe nella formulazione del
Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta presente nella PdL
uno strumento per attuarsi nel “nome” del pacifismo e della nonviolenza.
Prima che venisse pubblicata, nessuna richiesta di confronto ci è mai arrivata e
quando fu pubblicata, provammo a contattare le realtà promotrici, ma senza
risultato. Questo non significa che la riflessione collettiva non possa e non
debba continuare comunque, come sta accadendo non solo tra sei persone, ma sia
su diverse testate giornalistiche online (obiezionedicoscienza.org) sia
all’interno di varie associazioni e organizzazioni come Disarmisti
Esigenti, il Movimento Internazionale di Riconciliazione, il Centro Studi
Economico-Sociali di Pax Christi e Osservatorio.
Dissentire è un diritto e spesso un aiuto nella discussione dialettica;
purtroppo non nel caso e nei modi usati contro di noi pochi giorni fa. Nessuno
ha la verità in tasca; le considerazioni critiche, suffragate da contenuti
chiari e da analisi serie, sono sempre per noi le benvenute.
Il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva da noi richiamata è non
soltanto il necessario rifiuto individuale della guerra, ma anche la scelta
collettiva di non diventare ingranaggi di una enorme macchina di morte fondata
sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico.
Infine, obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere,
invece che a prendersi cura; che sorveglia, invece di ascoltare; che censura,
invece di educare alla libertà e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università continuerà nella direzione che ha intrapreso sin dalla
sua fondazione.
È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità
educativa.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università