Stefano Cappellini / Estremi politici ieri e oggi
Il libro si divide, di fatto, in due opere diverse tenute insieme dalla stessa
etichetta. La prima metà è un saggio storico onesto, anche godibile: Cappellini
risale alle origini ottocentesche francesi dell’incrocio tra nazionalismo e
socialismo, passa per Mussolini come caso di scuola del transito da un estremo
all’altro, si sofferma sull’affaire Dreyfus e sui suoi strascichi ideologici, su
Jünger, von Salomon e i nazionalbolscevichi weimariani, per arrivare alla Jeune
Europe di Thiriart e ai nazi-maoisti alla Sapienza nel ’68, e chiudere il
percorso genealogico con la destra radicale tedesca nata dalle ceneri del
comunismo della DDR. È la parte in cui il libro funziona meglio, perché l’autore
si limita a raccontare una genealogia concettuale senza doverla piegare
all’attualità politica italiana, e la scrittura, pur senza pretese accademiche,
tiene.
Cappellini prende in prestito da Antonio Pennacchi l’espressione
“fasciocomunisti” per definire il fenomeno, e sceglie il Donbass come
laboratorio originario della sua indagine: è lì, sostiene, che si è consumato
“il più incredibile esperimento fasciocomunista” della storia recente, con
neofascisti e nostalgici del bolscevismo schierati fianco a fianco dalla parte
di Mosca. La genesi del termine — coniato in Russia negli anni Novanta come
krasno-korićnevyj per bollare gli oppositori nazional-bolscevichi di El’cin, poi
importato in Francia e infine in Italia — è ricostruita con cura filologica, ed
è forse la pagina più solida del libro.
La seconda metà cambia registro e vale la pena dirlo senza infingimenti: non è
più saggistica, è dossieraggio giornalistico in salsa “Repubblica”. Cappellini,
vicedirettore del quotidiano, applica l’etichetta rossobruno alla cronaca
politica italiana recente con una disinvoltura che tradisce la postazione da cui
scrive. Il capitolo sul Donbass, già presentato come “il più incredibile
esperimento fasciocomunista”, diventa ora, passando dall’analisi storica al
redde rationem cronachistico, il punto più debole del libro: la tesi della
convergenza neofascisti-nostalgici del bolscevismo che tifano Putin diventa il
grimaldello per liquidare come rossobruno chiunque, a sinistra o fuori dal
recinto interventista, esprima posizioni critiche sull’invio di armi o
sull’allargamento NATO. Il Movimento 5 Stelle, bersaglio ricorrente, viene
descritto come il partito che “più di tutti ha pescato dall’arsenale rossobruno”
— formula che funziona benissimo come titolo su Repubblica, molto meno come
categoria analitica.
È qui che il libro smette di essere un’inchiesta sul fenomeno e diventa un
regolamento di conti tra testate. Il bersaglio implicito, e talvolta esplicito,
è “Il Fatto Quotidiano”, accusato per interposta persona di fare da cassa di
risonanza a posizioni conniventi con l’espansionismo russo ogni volta che si
discosta dalla linea atlantista maggioritaria. Cappellini non nomina sempre la
fonte, ma il bersaglio polemico è riconoscibile: chi dissente sull’Ucraina, chi
solleva dubbi sulla narrazione unica del conflitto, finisce automaticamente nel
calderone rossobruno, a prescindere dalla collocazione politica di partenza. È
un uso del concetto — l’ha notato con qualche ragione anche la pubblicistica di
sinistra radicale che ha reagito al libro — che funziona più come arma di
delegittimazione che come strumento di comprensione: tutto ciò che si oppone al
consenso atlantista sull’Ucraina viene ricondotto, per contiguità sospetta,
all’area nazional-bolscevica, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate di
chi lo sostiene. Alla presentazione romana del libro, alla Mondadori di Galleria
Colonna, la logica del testo si è materializzata in cronaca: Marco Rizzo ha
fatto irruzione in sala per contestare la propria inclusione tra i rossobruni –
difficile dire con quali argomenti in questo caso – offrendo dal vivo la
controprova di quanto l’etichetta, applicata alla cronaca politica corrente
invece che alla ricostruzione storica, produca più rumore polemico che chiarezza
analitica.
Ma è sull’asimmetria geopolitica che il libro rivela il suo limite più serio, ed
è un’asimmetria strutturale, non un dettaglio. L’intransigenza di Cappellini nei
confronti di chi minimizza o giustifica l’espansionismo di Putin è totale:
nessuno sconto, nessuna comprensione per le “ragioni del contesto”. Applicata
alla Palestina, la stessa griglia sparisce. L’espansionismo israeliano nei
territori occupati, la colonizzazione della Cisgiordania, la devastazione di
Gaza non trovano nel libro lo stesso metro di giudizio riservato a Mosca: qui la
parola espansionismo si ritira, sostituita da un lessico più prudente, quando
non del tutto assente, e le responsabilità del governo israeliano vengono
trattate, nei rari accenni concessi, come questione a sé, separata
concettualmente dalla griglia interpretativa che regge tutto il resto del libro.
Il doppio standard non è dichiarato — non lo è mai, in questo genere di testi —
ma è leggibile nella sproporzione tra la severità riservata a un fronte e la
cautela riservata all’altro. Chi in Italia solleva la questione palestinese con
toni critici verso Israele rischia, nella grammatica implicita del libro, di
scivolare più facilmente nella categoria rossobruna di quanto non vi scivoli chi
giustifica l’azione militare israeliana: un’incoerenza che mina alla radice la
pretesa di neutralità analitica rivendicata nella prima parte.
Ed è un’incoerenza che si vede ancora meglio se si applica la griglia
concettuale del libro fino in fondo: se rossobrunismo significa convergenza di
destra estrema e retoriche che riscrivono la storia per assolvere sé stesse, il
caso di certa destra radicale israeliana che ha rilanciato la tesi — già
smontata dagli storici — di una corresponsabilità palestinese nell’Olocausto
rientrerebbe a pieno titolo nella categoria. Cappellini non lo considera nemmeno
un’ipotesi. Eppure il materiale per farlo non manca: la destra kahanista oggi al
governo — Ben Gvir e Smotrich in testa — è stata definita “fascismo ebraico” da
intellettuali israeliani come Eva Illouz, e testate come Haaretz hanno parlato
apertamente di un gabinetto in cui “i ministri fanno a gara a chi è più
fascista”. Il kahanismo, con la sua retorica del trasferimento forzato dei
palestinesi, la sua vocazione messianica e il suo culto per figure come Baruch
Goldstein, presenta gli stessi tratti — suprematismo etnico, mitologia della
purezza nazionale, culto della violenza rigenerativa — che nel libro di
Cappellini bastano a bollare come rossobruno chiunque, in Italia, guardi con
eccessiva comprensione a Mosca. Applicando lo stesso metro, la destra radicale
israeliana meriterebbe una pagina, se non un capitolo. Non ce n’è traccia.
Resta nel complesso un libro utile per la ricostruzione storica del termine e
delle sue origini russe ed europee — su questo Cappellini ha fatto un lavoro di
ricerca abbastanza serio, superiore alla media della pubblicistica sul tema — ma
la seconda metà, nel momento in cui lo studio si trasforma in dossier di
attualità e perde la distanza critica necessaria, finisce per diventare essa
stessa un caso da studio: quello di un giornalismo che, mentre denuncia la
strumentalizzazione ideologica altrui, non si accorge di praticarne una propria,
con criteri di giudizio che cambiano a seconda del fronte geopolitico osservato.
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