700 militari italiani nel Golfo Persico: così il governo ha aggirato il Parlamento
Per mesi agli italiani è stata raccontata solo una parte della storia. Nelle
deliberazioni sul Decreto Missioni e nelle comunicazioni del Ministero della
Difesa, la presenza italiana nel Golfo Persico è stata descritta come
un’attività di assistenza e protezione del personale e dei cittadini italiani
presenti nell’area. Oggi, però, il quadro che emerge è molto diverso e apre una
questione politica e istituzionale che non può essere ignorata.
Secondo le informazioni disponibili, l’Italia ha schierato fino a 700 militari
tra Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Il Ministero della
Difesa conferma una Task Force Air composta da circa 400 militari
dell’Aeronautica, con caccia Eurofighter, un velivolo radar, sistemi anti-drone
e sistemi di difesa aerea. A questo dispositivo si aggiungerebbe, secondo altre
fonti, un contingente terrestre di circa 300 militari dislocato negli stessi
Paesi del Golfo. Nel complesso, non si tratta di una presenza simbolica né di un
semplice supporto logistico, ma di uno dei più consistenti schieramenti militari
italiani degli ultimi anni in una delle aree più instabili e militarizzate del
pianeta.
Ma il punto centrale non è soltanto questo. La questione più grave riguarda il
modo in cui il Parlamento è stato chiamato a pronunciarsi.
Le Camere non hanno mai discusso apertamente né votato uno schieramento di
queste dimensioni. Hanno autorizzato missioni descritte con formule generiche,
senza che l’effettiva consistenza del contingente e il suo ruolo operativo
diventassero oggetto di un confronto politico trasparente.
Secondo il ministro Guido Crosetto tutta la documentazione era a disposizione
del Parlamento, ma questa spiegazione lascia aperta una domanda semplice: se le
informazioni erano davvero così chiare, perché cittadini, mezzi d’informazione e
gran parte degli stessi parlamentari hanno compreso la reale portata della
missione solo mesi dopo, grazie alle ricostruzioni giornalistiche?
È qui che si concentra il problema.
Una democrazia parlamentare non vive soltanto del rispetto formale delle
procedure. Il Parlamento può esercitare davvero il proprio ruolo solo se viene
messo nelle condizioni di deliberare con piena consapevolezza. Se una decisione
destinata a incidere sulla politica estera, sulla sicurezza nazionale e sul
possibile coinvolgimento dell’Italia in un teatro di guerra viene presentata con
formule che ne attenuano la reale portata, il controllo democratico perde gran
parte del suo significato.
E tutto questo avviene mentre il Medio Oriente attraversa una delle fasi più
drammatiche degli ultimi decenni. Il genocidio a Gaza, le tensioni tra Israele e
Iran, gli attacchi alle rotte commerciali e il crescente riarmo della regione
rendono il Golfo uno dei punti più pericolosi del pianeta. In questo contesto,
rafforzare la presenza militare italiana con caccia, sistemi radar e difese
antiaeree rappresenta una scelta politica di enorme rilevanza, che avrebbe
dovuto essere sottoposta a un confronto parlamentare pieno, esplicito e
trasparente.
C’è poi un altro aspetto che riguarda direttamente la vita quotidiana degli
italiani. Ogni aumento della tensione nel Golfo si riflette sul prezzo
dell’energia. Crescono il costo del petrolio, del gas, dei carburanti e, di
conseguenza, le bollette e il costo della vita. Intanto continuano ad aumentare
le risorse destinate alla spesa militare, mentre sanità, scuola, trasporto
pubblico e welfare continuano a fare i conti con finanziamenti insufficienti.
Resta infine il nodo costituzionale. L’articolo 11 della Costituzione non è una
formula di principio né una dichiarazione simbolica. È uno dei cardini della
Repubblica e stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa
e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Proprio per questo il modo in cui il governo ha portato questa decisione in
Parlamento assume un significato che va ben oltre il profilo procedurale. Se il
dispiegamento di un dispositivo militare fino a 700 uomini, con caccia, sistemi
radar e difesa antiaerea nel cuore della più grave area di crisi internazionale
fosse stato ritenuto pienamente coerente con l’articolo 11, non ci sarebbe stato
alcun motivo di attenuarne la portata attraverso formule generiche di
“assistenza”, “supporto” e “tutela”. Il fatto stesso che si sia scelto di
rappresentare la missione in termini così riduttivi dimostra quanto fosse
difficile sostenerne apertamente la compatibilità con il principio
costituzionale del ripudio della guerra.
Il governo deve tornare immediatamente in Parlamento, non per chiedere una
sanatoria politica di una decisione già assunta, ma per assumersene fino in
fondo la responsabilità davanti al Paese. Deve spiegare perché abbia scelto di
rappresentare una missione di questa portata attraverso formule che ne
attenuavano la reale natura e riconoscere che il Parlamento è stato chiamato a
deliberare senza essere posto nelle condizioni di valutare pienamente la scelta
che stava autorizzando.
Ma soprattutto il governo deve trarne le conseguenze politiche: interrompere
ogni ulteriore coinvolgimento militare dell’Italia nell’area e disporre il
rientro del contingente. Una decisione che contrasta con il principio del
ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione non può essere
semplicemente riproposta con una diversa procedura parlamentare. Deve essere
rimossa.
Perché quando sono in gioco la pace e la guerra, la trasparenza non è un
dettaglio procedurale. È la condizione minima perché il Parlamento possa
esercitare il proprio ruolo e i cittadini possano giudicare consapevolmente le
scelte compiute in loro nome. Ma la trasparenza, da sola, non basta. Se per
ottenere un’autorizzazione parlamentare è necessario attenuare o mascherare la
reale portata di una missione militare, il problema non è soltanto il metodo. È
la scelta politica stessa. E quando quella scelta si pone in contrasto con il
principio del ripudio della guerra sancito dall’articolo 11, non è sufficiente
correggere la procedura: occorre cambiare la decisione.
Giovanni Barbera