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3 ottobre in Val di Susa: tutti in marcia per dire NO alla cantierizzazione che avanza
È dal 2022 che inizia a circolare una nuova espressione nei documenti della nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Nelle dichiarazioni ufficiali di TELT (Tunnel Euralpin Lyon Turin, promotore binazionale dell’opera), e della CIG (Commissione Inter-Governativa, l’organo istituzionale presieduto dalla Francia e l’Italia), si inizia a parlare di “cantiere unico” che raggrupperebbe tutti i cantieri TAV della sezione transfrontaliera, da Susa-Bussoleno a St. Jean-de-Maurienne. Nelle planimetrie di TELT, il progetto della Torino-Lione è infatti suddiviso in “cantieri operativi” (CO), ognuno con un numero di riferimento: * CO 01: Tunnel d’interconnessione Susa-Bussoleno e collegamento tra la nuova linea e quella esistente; * CO 02: Piana di Susa, tra cui la stazione internazionale, lo svincolo dell’autostrada A32, e altre opere annesse e connesse tra cui l’autoporto di San Didero) * CO 03, 04, 05, 06, 07: Tutti i cantieri per il tunnel di base e le altre opere accessorie (discenderie, pozzi di ventilazione, siti di sicurezza, ecc…). Questi cantieri si trovano a Chiomonte (03 e 04), a Villarodin-Bourget (05) e a Saint-Martin-La-Porte/La Praz (06 e 07) * CO 08: L’imbocco del tunnel di base a Saint-Julien-Montdenis * CO 09: Nuove opere a Saint-Jean-de-Maurienne, tra cui la nuova stazione ferroviaria e il collegamente tra la nuova linea e quella attuale. Ce ne sono poi alcuni che sono trasversali come i CO 10 e 11 adibiti alla “gestione e impiego dei materiali di scavo, in Italia (10) e in Francia (11)”. Questi “cantieri operativi” hanno tutti una localizzazione ben precisa che permette una mappatura con tanto di legenda, come quella che vedete nella foto, che si ritrova anche sul sito di TELT. MA LA REALTÀ DEI FATTI È BEN PIÙ COMPLESSA Alcuni cantieri operativi sono infatti spalmati su più siti: per fare un esempio, il cantiere di Salbertrand corrisponde principalmente alla sigla CO10, salvo un piccolo spicchietto che sta sotto il cantiere CO03/04. La mossa “innovativa” del cantiere unico permette ai promotori del TAV questo genere di scorciatoie: considerare ogni cantiere come un pezzo di un mosaico di cantieri molto più grande. Ma c’è dell’altro. Tra tutti, i cantieri operativi che ci permettono di capire al meglio il meccanismo del “cantiere unico” sono i cantieri CO 10 e CO 11, ossia quelli che hanno a che fare con la lavorazione e lo stoccaggio dello smarino (materiale di risulta) estratto dalla montagna durante i lavori di scavo. Stiamo parlando di circa 37 milioni tonnellate, di cui 30 estratti in Francia e 7 in Italia. Secondo TELT, fino al 60% del materiale estratto verrà riutilizzato, mentre il restante 40% verrà scartato e andrà a riempire enormi discariche. Secondo la versione ufficiale riportata nei comunicati stampa e sui siti dei promotori, il cantiere unico serve per la “valorizzazione del materiale” e per la “riqualificazione dei siti di stoccaggio,” il tutto in un’ottica di “economia circolare”. Andiamo a guardare più da vicino la situazione in Italia. Il Cantiere Operativo 10 coinvolge principalmente la zona di Salbertrand, dove è previsto un nuovo polo industriale per la fabbricazione dei “conci” di cemento che serviranno a rivestire l’interno del tunnel. Per anni, si diceva che il materiale che verrà scartato a Salbertrand, andrà a finire Caprie e a Torrazza Piemonte (nel Canavese), dove si trovano i siti di stoccaggio permanenti della Torino-Lione. In realtà, dai primi mesi del 2026 è diventato evidente che anche la Piana di Susa sarà impattata come sito di stoccaggio. A pieno regime, sono previste decine di migliaia di viaggi di camion all’anno durante il periodo di picco del cantiere. Sono cifre esorbitanti: centinaia di viaggi al giorno, in entrata e in uscita da un cantiere all’altro, tutto scritto nero su bianco nel cronoprogramma di TELT. Dalle carte, infatti, vediamo che il materiale che si trasporterà si suddivide in: * materiale per calcestruzzo (CL1); * materiale per rilevati e sottofondo (CL2); * materiale per ripristino ambientale (CL3a); * materiale per rifiuto speciale, tra cui amianto e arsenico (CL3b). Peccato che di quest’ultima categoria non si trovi alcuna previsione del numero di viaggi in camion! Il dispositivo del cantiere unico è stato progettato per creare una specie di enorme “black box”: il materiale entra ed esce dal cantiere unico, ma tutto quello che succede durante… chissà. Questo perché il cantiere unico crea – volutamente – un cortocircuito nelle normative in merito allo smarino. Il cantiere unico permette infatti ai proponenti del TAV di far finta che tutto il materiale che circola da un cantiere all’altro non esce mai dal cantiere, e può quindi essere riutilizzato in quanto “sottoprodotto di lavorazione.” Stando alla legge, se il materiale dovesse uscire dal cantiere diventerebbe “rifiuto”, e riutilizzarlo sarebbe più complicato in quanto richiederebbe controlli e accertamenti. L’assurdità dell’inghippo è palese: un colossale raggiro ai danni dello stato compiuto dalle stesse istituzioni statali che siedono nella CIG, nel nome di un’opera che lo stato considera di “importanza strategica”. Ma per chi vive in questi territori, sappiamo benissimo che il cantiere unico è una finzione: le nostre vallate non sono un’area di cantiere, bensì una zona vastissima, bella e fragile, con fiumi, boschi, montagne, rocce, creature viventi, di cui gli esseri umani sono solo una piccola parte. Il pericolo vero è che la logica del cantiere unico rischia di azzerare tutto il vivente che attraversa queste montagne, considerata nient’altro che “interferenza”: ostacolo da rimuovere. CHI CI GUADAGNA? Oltre a TELT e alle multinazionali che hanno vinto gli appalti per il tunnel, chi ci guadagna sono le tante ditte, grandi e piccole, che lavorano nel settore del movimento terra. Alcune di queste sono ditte infiltrate da cosche mafiose e ‘ndranghetiste, come documentato negli anni dalle varie inchieste Minotauro (2011), San Michele (2014) e Echidna (2024). Altre sono ditte piemontesi DOC, ma non per questo meno immanicate con la malavita. Tante di queste ditte girano intorno al feudo di Gavio, e quindi intorno alla “solita” galassia, tra cui Sitaf, Itinera, e Co.Ge.Fa. Altre invece fanno parte di schieramenti rivali. Alcune ditte sono più note di altre in quanto titolari degli appalti di volta in volta assegnati, per esempio l’appalto da €648 milioni per la gestione dello smarino, assegnato a Co.Ge.Fa., Cogeis e Cavit tra le altre. Altre ditte sono operative in subappalto per cui non risultano da nessuna parte, e si riconoscono solo per le scritte sui mezzi che entrano ed escono dai cantieri. Il radicamento profondo della malavita nei cantieri delle grandi opere in Piemonte – soprattutto attraverso la gestione del “movimento terra” – non è una novità. La differenza è che ora questo sistema risulta legittimato e promosso, come unico modello d’impresa possibile per lo sviluppo del territorio. NOI NON CI STIAMO! E CONTINUEREMO A OPPORCI FINCHÉ IL CANTIERE UNICO NON VERRÀ SMANTELLATO E LA TERRA SARÀ RESTITUITA A CHI LA ABITA. Centro Sereno Regis
September 30, 2026
Pressenza
Quelli che seminano vento…
«Quelli che seminano vento… e raccolgono tempesta. Quelli che devastano interi territori e accusano chi gli resiste di devastazione. Quelli che preparano la guerra e accusano gli altri di essere violenti. Quelli che accusano di terrorismo gli indignati che protestano, essendo loro, i potenti d’ogni colore, terrorizzati all’idea che la gente capisca i loro giochi perversi, e reagisca. Di questa immensa esibizione d’ipocrisia, di cui è zeppa l’immagine del mondo nella sua attuale caduta agli inferi, la vicenda ormai multi-decennale del TAV in Valle Susa ci offre una perfetta sintesi, esemplare per unità di spazio (il cantiere di Chiomonte e le sue metastasi nei dintorni) e di tempo (sabato 25 luglio)». Così si apre il contributo di Marco Revelli (“pezzo” che ai nostri sollecitiamo di leggere integralmente) pubblicato sulle pagine di  “Volere la Luna”, di cui Pressenza ripropone una versione ridotta, ritenendo l’intervento dell’eminente politologo un’importante riflessione fuori dal coro del gran gioco mediatico-politico, volto alla «stigmatizzazione indignata dei manifestanti condotto da chi ignora testardamente le ragioni della protesta»[accì]   Lo sanno tutti che quello è il giorno del furore, in cui la Valle presenta il conto per le infinite ingiurie, ferite e vessazioni che ha ricevuto e continua a ricevere. Ogni anno la cosa si ripete, come le fasi lunari o le maree. E ogni volta ecco tutti gli opinionisti di sistema e i politici rigorosamente bipartisan a strapparsi le vesti per l’”intollerabile sfida alla legalità”, l’inusitato livello di violenza, l’entità dei danni alle attrezzature, i contusi tra le forze dell’ordine (i feriti tra i manifestanti non fanno notizia) fingendo un soprassalto di stupore mai neppure rinnovato nei toni e nei modi. Sono trent’anni che le rivendicazioni e le proteste della popolazione della Valle si sono ripetute, prima sommesse, sostenute da solide argomentazioni, da robusti apparati di dati, da analisi tecniche raffinate, poi sempre più massificate, con i paesi al completo in corteo, l’intera catena delle generazioni, i nipoti insieme ai nonni, ai padri, ai fratelli, i sindaci e i parroci, le comunità religiose e le associazioni laiche, i militanti politici e i volontari della società civile. E sono trent’anni (trent’anni!!!) che le loro voci sono state bellamente ignorate, cancellate, derise. Trent’anni in cui i decisori pubblici, attenti esclusivamente al conto profitti e perdite dei loro mandanti in affari, hanno regolarmente tirato dritto, a testa bassa, gli occhi fissi sui propri progetti di un futuro insostenibile, a pianificare disboscamenti, trivellazioni, spianamenti e sbancamenti, cambiando una decina di itinerari, perché rivelatisi assurdi, ma mai rinunciando al baricentro del business, quel tunnel-mostro di 57,5 chilometri a due canne “la più lunga galleria ferroviaria mai costruita”), che è il simbolo dell’assurdità e insieme dell’intoccabilità. Oltre che il grande contenitore del pacchetto di miliardi, via via crescente, che si è accumulato nel tempo, fino a raggiungere ora la cifra, provvisoria, di 25 miliardi. E ci si stupisce se ogni tanto la valvola dell’indignazione salta, e la protesta dilaga? Con le forme che la compressione violenta subita, quasi per legge naturale produce… So bene che il pensiero dominante tra le oligarchie che pretendono di monopolizzare lo spirito del tempo cancella il peso dei processi storici, in generale del passato e del futuro, in nome di un presentismo totalizzante.  [..] Tutto questo sconquasso sistemico per un’opera che probabilmente non vedrà mai la luce (già ora sono del tutto incerti tempi e modi per il suo finanziamento, scaduta la disponibilità dei fondi europei dall’inizio di luglio di quest’anno le spese sono del tutto a carico dei contribuenti). E anche qualora giungesse a conclusione, sboccherebbe nel nulla dal momento che la Francia ha posticipato a dopo il 2038 la progettazione e gli eventuali contributi per completare il percorso in superficie secondo il nuovo assetto, mentre la Corte dei conti transalpina da anni ormai considera i costi dell’opera sproporzionati rispetto ai benefici (nonostante le penose argomentazioni delle società beneficiarie degli appalti, il rapporto costi-benefici non sarà mai positivo e neppure in pareggio, tenuto conto degli ammortamenti miliardari, dei costi di manutenzione e di gestione, compresa la necessità di raffreddare un tunnel che nei punti di massima profondità presenterà temperature intorno ai 50 gradi, dell’energia consumata dalle motrici elettriche, ecc. ecc.) a meno di prevedere flussi di traffico fantascientifici, anzi fanta-economici… Di tutto questo inviterei a tener conto quanti oggi deprecano i costi delle proteste, i danni alle attrezzature dei cantieri e alle reti di protezione, il disturbo alla quiete pubblica e accusano i manifestanti di sabotare l’economia locale e nazionale. A conti fatti ci si potrebbe accorgere che gli autori di quell’ opporsi testardo, fuori dai ranghi e dal coro, sgradevole per i cultori dell’ordine formale, insomma i “cattivi” per antonomasia, sono in realtà loro (quantomeno nella grande maggioranza) i “benefattori”, quelli che si oppongono alla dilapidazione delle risorse pubbliche, allo spreco inusitato (quello sì) del denaro di tutti, mentre gli altri, i “buoni”, infrattati nelle loro redazioni climatizzate, nei consigli d’amministrazione delle banche, nelle aule parlamentari, specialisti del bon ton istituzionale, sono quelli che tirano le fila del saccheggio. Vent’anni fa, dopo la grande manifestazione di dicembre 2005 in cui ci si riprese il pianoro di Venaus, Luciano Gallino scrisse un memorabile articolo su Repubblica – già allora ferocemente schierata a favore del TAV – nella cui conclusione immaginava che da lì a qualche decina d’anni, in quella tormentata Valle, avrebbe potuto esserci – da scienziato rigoroso e onesto qual era usava il condizionale – un buco vuoto che non avrebbe portato da nessuna parte, con all’entrata una lapide e una scritta: “La popolazione della Valsusa si oppose e aveva ragione”. Gallino non era certo un misoneista (un “odiatore del nuovo”), si era formato in quel tempio della modernità industriale che fu l’Olivetti di Adriano, era l’uomo più pacifico del mondo, rispettoso dell’opinione altrui e di ogni argomentazione purché razionale. Se si convinceva ad azzardare una simile profezia, destinata a rivelarsi vera ogni giorno che passa, lo faceva solo dopo aver studiato le carte, come si dice, e i numeri (cosa di cui era maestro), aver ben valutato gli attori sociali e le loro pratiche nell’azione collettiva. Suggerirei a tutti, in primo luogo ai giornalisti di quel quotidiano così ostinatamente schierato, di andarselo a rileggere quell’articolo prima di emettere le loro scomuniche di rito. Certo, neanche a me piacciono le immagini degli scontri nei boschi un tempo fiabeschi, le nuvole dei lacrimogeni, le pietre che volano, le fiamme delle bottiglie incendiarie, i corpi diventati bersaglio da una parte e dall’altra delle barricate. Odio l’estetica della violenza, perché ne conosco la spaventosa potenza di contagio, e so che si mangia l’anima in primo luogo di chi se ne affascina. Fin dal 2001, subito a ridosso del G8 di Genova, l’assassinio di Carlo Giuliani, la repressione feroce delle centinaia di migliaia di manifestanti, la macelleria messicana della Diaz e le torture di Bolzaneto, “mi sono fatto persuaso” – come direbbe Camilleri –  che solo una condivisa pratica nonviolenta avrebbe potuto permettere al movimento “alter-mondialista” di espandersi e conquistare la dimensione “oceanica” necessaria a contrastare le dinamiche distruttive portate avanti da quei poteri di cui gli otto asserragliarti nella “zona rossa” erano la sintesi apicale, senza rischiare di essere schiacciato dalla enorme potenza distruttiva del “sistema” o di subire una regressiva deriva mimetica rispetto all’avversario che si vuole contrastare. […] Era la lunga fase aurorale, quella ancora dominata dalla fiducia nella forza delle idee, dall’illuministica illusione che mostrando la verità questa avrebbe prima o poi trionfato. Che dimostrando – nel doppio senso della parola, scendendo in piazza e anche ragionando con logica – si sarebbe con-vinto. E’ andata avanti a lungo quella fase, nonostante il rifiuto sistematico di ascoltare da parte dei grandi decisori, Governo, Regione, Segreterie dei Partiti che contano, Tribunali civili e penali … Chi possedeva di fatto il monopolio della decisione non avrebbe ascoltato ragioni…Ampliando il controllo militare dell’area, trasformando il cantiere in una sorta di maniero militare presidiato in armi, con l’esercito e i blindati Lince, le vie d’accesso controllate, i movimenti della popolazione resi difficili dai posti di blocco e dalle barriere in materiali di ultima generazione sormontate da rotoli di filo spinato, dietra cui stazionano in permanenza circa 400 uomini tra polizia, carabinieri, militari con un costo giornaliero oscillante tra i 50 e i 70.000 euro (tra diarie, indennità di missione, vitto, alloggio, ecc.) per un importo annuo di circa 20 milioni di euro. Da allora il baricentro del discorso e dell’azione ha incominciato a spostarsi dal tema dell’opera a quello dell’occupazione militare, dal rifiuto del “treno” al contrasto dell’apparato repressivo, dal terreno del dissenso attivo a quello delle prove di forza sul quale più dei “vecchi saggi” erano i giovani incazzati a dare i toni alla protesta. A mio parere un indebolimento rispetto alla tradizionale forza di convinzione e di coinvolgimento transgenerazionale delle fasi precedenti, un “di meno” di potenza espansiva anziché un “di più” di energia conflittuale, che riflette anche in questo angolo di mondo lo spirito del tempo. […] Sono convinto che quei “giovani incazzati” abbiano mille ragioni per la loro incazzatura (in primo luogo il fatto che gli si sta cancellando il futuro) e per la loro impazienza (la consapevolezza che non c’è più tempo). Se non approvo alcune delle forme di lotta non è certo perché le consideri ingiustificate o eccessive (tutt’al più inadeguate alla dimensione dei guasti e dei pericoli che i vari poteri generano in forma via via accelerata), ma perché autolesionistiche. Non mi convince nemmeno la posizione (che va per la maggiore tra i commentatori che si considerano “di sinistra”, progressisti e ben orientati – penso ai vari Serra, Manconi, al “campo largo”, e così via – che tracciano linee ben nette tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi, i pacifici cittadini di buona volontà e il blocco nero, i casseur di professione che inquinano tutte le mobilitazioni, l’internazionale anarchica con le sue “centrali occulte”. Non ne sottovaluto la pericolosità, a Genova li ho visti all’opera e ne ho subito i danni. Ma in questo caso il riflesso condizionato che porta a formulare sempre la stessa fatwa non mi sembra convincente. C’erano è vero ragazzi da molte parti d’Europa saliti in Valle per la ricorrente “ginnastica di disobbedienza”, ma non credo che stessero dentro un piano di provocazione come si tende a sostenere. Penso che sarebbe meglio provare a ragionare sulle possibili cause di questo tipo di “partecipazione”. Sul fatto che lì, a metà di quella valle, è stato costruito un enorme totem – il cantiere blindato e armato -, un gigantesco monumento all’arroganza del potere e alla sua indisponibilità all’ascolto. Qualcosa di molto simile alla “zona rossa” di Genova nel 2001. Ci si stupisce se intorno a quel totem finiscono per accorrere da tutta Europa le tribù ribelli, ognuna con le sue ragioni per partecipare all’assedio?   ARTICOLI CORRELATI NICOLETTA DOSIO, “TRA RESISTENZA E REPRESSIONE: LA CRONACA DEL CORTEO NO TAV RACCONTATA DA DENTRO” CONFERENZA STAMPA DEL MOVIMENTO NO TAV: “C’ERAVAMO, CI SIAMO E … VAL SUSA, VIOLENZA STRUTTURALE E VIOLENZA CONTRO LE COSE   Redazione Italia
August 4, 2026
Pressenza
Rete Ambientalista: “Violenza chiama violenza”
Lo Stato non ha chiesto alla popolazione della Valsusa se era d’accordo con il Tav. Anzi, è andato avanti quando essa ha manifestato che non era d’accordo: con solidi argomenti, apertamente, massicciamente, pacificamente. Anzi, lo Stato ha imposto il Tav con la violenza, ha militarizzato il territorio, addirittura con l’esercito, come in guerra: le zone rosse, i decreti sicurezza, l’innalzamento delle reti. C’è ora da stupirsi se alla violenza stanno rispondendo con la violenza? Quale sarà la spirale della violenza? Sempre più militari, minoranze sempre più disperate. Una soluzione c’è: chiudere un’opera che non ha mai avuto senso. A fine anni ’80 Tangentopoli progettò la follia del treno ad alta velocità (Tav) da Lione a Torino, come non bastasse che i passeggeri viaggiassero già sul Tgv e le merci sulla Torino-Modane, sotto il vecchio traforo del Frejus. La follia del capitale giustificava con la previsione di un aumento vertiginoso del traffico merci e passeggeri fra Italia e Francia negli anni Duemila, anzi di un Tav che andava dal Portogallo all’Ucraina. Gli avvenimenti di questi trenta anni possono giustificare la prosecuzione di questa follia? Che ha ingoiato miliardi su miliardi senza che le sia riuscito di scavare un centimetro del “tunnel di base”: tutti sanno che non si farà mai, non ci sono soldi, ai francesi non frega nulla. Una follia inutile (utile solo a capitale e politica) e dannosa e violenta. A questa follia di costi senza benefici si ribellò, si sta ribellando la popolazione della Val Susa già sfregiata dalla vecchia ferrovia Torino-Lione, dall’autostrada A32 e da due statali, con infiltrazioni tangentizie e ’ndranghetiste. Per oltre trenta anni si sta opponendo il Movimento No Tav, il più appassionato e partecipato dei movimenti democratici dal basso: cittadini di ogni età, ceto, censo e professione, sindaci e assessori, religiosi, scienziati, riuniti in cortei, manifestazioni e feste per difendere la salute e l’ambiente. No Tav è la bandiera di tutti i Movimenti italiani. A questa follia neppure oggi si oppone la politica, perché il Tav è una mangiatoia: partita da 5 miliardi e ora verso i 25. Nessun partito ha in programma di disdire il trattato italo-francese. Neppure i Cinquestelle, che con il governo Conte 1 persero fino all’ultimo voto in Valsusa. Ma tutti i partiti, e i loro media, ignorando per l’ennesima volta 20.000 manifestanti, non vanno oltre alla condanna della violenza per gli scontri e le devastazioni esibite sulle TV, fino a criminalizzare l’intero Movimento No Tav. Il quale non prende le distanze ma rivendica tutte forme di protesta: “Reagiamo alla devastazione che ci viene inflitta. Un popolo che si difende dalla violenza dei governi è un popolo che spera ancora di potersi liberare”. A caccia di ogni dissenso, Meloni corre a mostrare il pugno duro e manganello cercando di anticipare Vannacci, ovviamente non contro gli incappucciati ma identificando illegalmente campeggiatori e viaggiatori. L’opposizione, accovacciata sulla mina sicurezza tra distinguo bellicisti e imbarazzi securitari, “giù le mani dalla Valsusa” non lo chiede al governo Meloni né al governo che intenderebbe instaurare (con ben pochi voti in Valsusa, e non solo). Rete Ambientalista – Movimenti di Lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza Redazione Italia
July 30, 2026
Pressenza