La Russia degli oligarchi di oggi
Ma come è stato possibile che in un Paese dove c’era il “socialismo reale”, dove
l’impresa privata era bandita, si sia potuta formare una classe di miliardari
capitalisti che controllano l’economia dello Stato più esteso del Globo?
La Russia degli oligarchi di oggi poggia le sue radici nel regime di corruzione
che era presente in Unione Sovietica già dall’epoca di Bréžnev e che si è andato
rafforzando fino allo scioglimento dell’URSS.
Dopo il colpo di stato dell’estate 1991, e il conseguente scioglimento dell’URSS
nel dicembre dello stesso anno, Boris Yeltsin accelera i processi di
liberalizzazione e di smantellamento dell’economia sovietica che erano stati già
avviati da Mikhail Gorbaciov nella seconda metà degli anni 80.
Interi settori dell’economia sovietica vengono liberalizzati in tutta fretta e
vengono ceduti ai privati senza un sistema organico ben definito di passaggio
dalla proprietà dello Stato al mercato libero. Yeltsin è il responsabile diretto
dall’affermazione in Russia di quello che è stato definito il capitalismo
criminale e selvaggio. In Russia si instaura un vero e proprio clima da far
west, con sparatorie ed eliminazione fisica degli avversari concorrenti per
l’accaparramento dei beni che erano dello stato.
Dal caos imperante emergerà il sistema degli oligarchi, una élite che si era
formata ed arricchita col traffico delle valute e col contrabbando durante
l’Unione Sovietica. Gli oligarchi nascono come politici, funzionari, dirigenti
di aziende pubbliche che hanno avuto piena libertà di agire e commerciare con
l’Occidente capitalista durante i lunghi anni della guerra fredda, facendo
entrare nell’URSS i prodotti introvabili nel mercato sovietico e accumulando di
conseguenza ingenti capitali. Una élite, nata e cresciuta in seno al partito
comunista sovietico, che aveva ed ha il potere di condizionare chi governa a
Mosca.
Yeltsin nel 1992 dà il via alla terapia shock di passaggio rapido all’economia
di mercato. Il governo della Russia privatizza tutti i settori dell’economia ex
sovietica distribuendo al 97% della popolazione dei voucher convertibili in
azioni. Già nel 1994 il 74% del PIL russo proviene dall’economia di libero
mercato.
Il divario fra la minoranza di nuovi ultra-ricchi e il resto della popolazione
cresce in modo esponenziale. Gli oligarchi arricchiti durante l’Unione Sovietica
sono gli unici a detenere enormi somme di denaro, oltre ad avere grandi aderenze
nell’apparato politico del nuovo Stato capitalista, di cui ne fanno parte
integrante. Dopo lo scioglimento del PCUS e dell’Unione Sovietica la maggioranza
degli uomini e delle donne di potere rimane invariata: hanno semplicemente
dismesso il colbacco sovietico per indossare gli abiti dei politici borghesi.
Gli oligarchi in questo periodo di caos politico ed economico, approfittando
della crisi economica che ha fatto crollare per oltre il 40% i redditi, fanno
incetta dei voucher che il governo aveva distribuito ai cittadini. I cittadini
sono ben felici di liberarsi dei voucher, considerati pezzi di carta straccia,
per potere raggranellare qualche spicciolo e così potere sbarcare il lunario. In
questo modo gli oligarchi espropriano la popolazione dei voucher/azioni e si
impossessano in pochissimo tempo dell’apparato produttivo, delle fabbriche,
delle risorse energetiche e persino delle abitazioni dei cittadini russi.
Alla fine degli anni 90 il PIL in Russia crolla di oltre il 60% con il 30% della
popolazione che va al di sotto della soglia di povertà. In quegli anni Boris
Yeltsin, per affrontare la crisi economica, chiede prestiti cospicui agli
oligarchi, prestiti che vengono ripagati con la cessione di cospicue quote
dell’apparato produttivo ancora rimasto nelle mani dello Stato. Vengono cosi
cedute anche le dodici aziende strategiche ancora in mano allo Stato. La
politica di Yeltsin, mentre fa arricchire in modo spropositato la casta degli
oligarchi, rende lo Stato russo sempre più povero, arrivando addirittura al
default nel 1998.
La ciambella di salvataggio arriva nel 1999 con la nomina a capo del governo di
Vladimir Putin. Il 31 dicembre di quell’anno Yeltsin rassegna le dimissioni e
Putin viene nominato presidente della Russia ad interim. Putin mostra da subito
il pugno duro e promette di mettere fine alle violenze dilaganti e alla
corruzione. In questo modo alle elezioni presidenziali riesce a superare il 52%
dei consensi e da allora Putin non lascerà più il potere, alternando la nomina
di Presidente a quella di primo ministro.
Putin a differenza di Yeltsin cerca di imbrigliare sotto il suo controllo il
sistema degli oligarchi. Tratta con loro spingendoli ad accettare il ruolo dello
Stato per dirimere le loro dispute di potere. Putin usa il sistema degli
oligarchi per dare al governo una potente arma per potere agire al di fuori
della legge.
Putin in controtendenza rispetto a Yeltsin rinazionalizza i settori strategici
delle comunicazioni, del petrolio, del gas, delle banche, e i settori legati
all’esercito. Gli oligarchi che detenevano questi settori, comprati per pochi
spiccioli, verranno ricompensati in modo miliardario. Gli oligarchi in era Putin
aumenteranno notevolmente di numero invece di diminuire, divenendo sempre più
ricchi.
Putin crea negli anni 2000 diverse holding statali nei settori aerospaziale,
navale, dei gasdotti, delle ferrovie e nel settore automobilistico.
Gli oligarchi che accettano di rimanere in linea con le decisioni prese dal
Cremlino riceveranno massima tutela e protezione. Gli oligarchi che rifiutano la
collaborazione offerta da Putin verranno perseguiti per crimini fiscali e
finanziari, con la conseguente confisca delle aziende. Putin non smantella il
sistema criminale degli oligarchi ma cerca di governarlo, facendo ovviamente
anche gli interessi degli stessi oligarchi.
Con Putin già nei primi dieci anni di governo il reddito medio pro-capite
aumenta di ben 8 punti percentuali all’anno e il PIL cresce del 539%. Con Putin
rinasce l’orgoglio della grande potenza russa, si rispolverano i miti zaristi e
stalinisti, si riattiva lo stato sociale e si dà una forte boccata d’ossigeno
alla popolazione dopo la tremenda crisi economica e sociale dell’era Yeltsin.
Tutto questo in un regime autocratico e fortemente repressivo che garantisce in
modo sfrontato la casta dei nuovi ricchi.
Putin, nei suoi lunghi anni di potere, ha lasciato pressoché intatto il
capitalismo criminale che governa la Russia con il sistema degli oligarchi,
sistema consolidato negli anni 90 in era Yeltsin, ma nato già in quella che fu
l’Unione Sovietica.
Pubblicato su “Sicilia Libertaria” di luglio/agosto (SICILIA LIBERTARIA | Sito
anarchico per la liberazione sociale e l’internazionalismo)
Renato Franzitta