Bologna, oltre la cronaca: l’omicidio di Abderrahim Fakir e la militarizzazione del Pilastro
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato della Federazione Emilia Romagna del
PCARC sui gravi fatti di cronaca avvenuti al Pilastro di Bologna. Pur non
condividendo l’accettazione dello scontro violento – che contrasta con la nostra
linea editoriale basata sulla nonviolenza – riteniamo fondamentale dare spazio
alle analisi, alle istanze e alla rabbia profonda di un quartiere che da mesi
denuncia militarizzazione, speculazione, problemi ambientali e marginalità
sociale. Il pluralismo e il diritto al dissenso passano anche dal dare voce alle
diverse anime della protesta cittadina.
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Bologna. Per Fakir: vendetta, organizzazione e prospettiva
Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir materialmente eseguito nel quartiere
Pilastro di Bologna il 19 di luglio da due agenti di Polizia non è un fatto
isolato. Avviene in un quartiere militarizzato, dove da mesi, per piegare la
resistenza dei residenti alla distruzione degli spazi verdi promossa
dall’Amministrazione Lepore a fini speculativi, la Polizia ha malmenato e ferito
decine di persone, sparato lacrimogeni ad altezza persona, pattugliato le strade
giorno e notte perseguitando i residenti.
Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir avviene in un più generale contesto in
cui le autorità politiche non alzano un dito di fronte a (assecondano
attivamente) licenziamenti di massa, omicidi sul lavoro, smantellamento dei
servizi essenziali, col degrado sociale che ne risulta. Avviene mentre contro
gli immigrati e i loro figli, che sono una parte sempre più rilevante e
combattiva dei lavoratori nel nostro paese, la propaganda di regime soffia sul
fuoco della mobilitazione reazionaria, per trasformare in guerra tra poveri il
disastroso corso delle cose funzionale agli interessi dalla classe dominante.
Avviene nel corso della rappresaglia repressiva contro chi si oppone
all’aggressione e allo sterminio indiscriminato dei popoli oppressi nel mondo e
al procedere di una guerra che di fatto è già mondiale. Tutta violenza che, per
lor signori, è evidentemente “normale”.
In sintesi, il brutale assassinio di Abderrahim Fakir sia per le cause che hanno
portato un uomo, solo in mezzo a una strada, a gridare “aiuto” sia per il modo
in cui i tutori dell’ordine (borghese) hanno soffocato quella voce è parte della
guerra interna, che è guerra di classe. E quella voce non può spegnersi e non si
spegnerà, perché risuona nei nostri cuori e nelle nostre teste, nei cuori e
nelle teste di tutti coloro che non si rassegnano alla barbarie.
E infiamma l’esistente.
Chi la sera del 20 luglio si è ribellato alla barbarie, nonostante le minacce, i
candelotti lacrimogeni sparati dai tetti, ad altezza d’uomo (ancor una volta) e
persino contro i Vigili del Fuoco, nonostante la caccia all’uomo, ha mandato a
chiare lettere il messaggio che se loro ci uccidono noi mettiamo a ferro e fuoco
la città, HA FATTO BENE. Ha protetto l’incolumità di tutte le masse popolari
mettendo a repentaglio la propria. Piena e incondizionata solidarietà,
complicità e supporto, dunque, ai compagni e le compagne fermate e ferite: sono
un esempio per noi tutte e tutti.
Così come sono un esempio luminoso i lavoratori dell’Interporto, in larga
parte immigrati organizzati dal Si Cobas, che, contro l’assassinio di un loro
compagno, hanno bloccato per ore il traffico di merci, creando file di
chilometri intorno alla città. Ciò in barba ai decreti sicurezza, agli
sciopericchi di due ore a fine turno e a chi dice che i lavoratori non sono più
disposti a fare scioperi politici. Un fatto grande, passato sotto silenzio dalla
propaganda di regime in un clima di generale diversione e intossicazione.
Sono un esempio i giornalisti del Comitato di Redazione del Tg regionale
dell’Emilia Romagna che con un comunicato pubblicato hanno denunciato la
censura vigente nell’apparato mass mediatico di regime.
Abbiamo un problema con la Questura di Bologna
Presso la Questura di Bologna è operativo il VII Reparto mobile, che dal G8 di
Genova ai recenti fatti del Pilastro ha una un’onorevole storia di “gestione
dell’ordine pubblico” al servizio della reazione.
Il VII Reparto mobile, e la Questura di Bologna più in generale, sono
storicamente uno dei principali concentramenti di forze del Sindacato Autonomo
di Polizia (SAP), che in questi giorni abbiamo sentito minacciare il Sindaco e i
manifestanti a ogni piè sospinto.
Del SAP, in distacco sindacale fin dal primo giorno di servizio proprio da
Bologna, è stato Segretario generale (2014-2018) Gianni Tonelli, uno che
sull’impunità rispetto al razzismo di Stato e sulla violenza ha fatto carriera.
Per capirci, proprio il giorno dopo la sua elezione a Segretario, la platea del
Congresso del SAP tributò a chi ha assassinato Federico Aldrovandi una standing
ovation di circa cinque minuti di applausi in “solidarietà”. Tonelli, oggi
Presidente onorario del SAP, è poi diventato anche parlamentare (2018) e infine
Responsabile del Dipartimento Sicurezza e Immigrazione della Lega.
Sono gli anni in cui la Prefettura di Bologna è guidata da un certo Matteo
Piantedosi, che proprio in questo ambiente trova il suo trampolino di lancio.
Tonelli è grande alfiere dell’introduzione del Taser per le forze dell’ordine e
anche delle telecamere sulla divisa (per forzare la mano, il SAP diede le Spy
pen ai suoi iscritti a Bologna), col presupposto che ovviamente questi filmati
sono a uso e consumo del taglia e cuci della Questura, come dimostrano i fatti
di questi giorni.
Ma, parlando di Questura di Bologna, difficile non citare un altro dirigente del
SAP, ovvero Marino Occhipinti noto esponente della Banda della Uno bianca.
Insomma, è abbastanza evidente che abbiamo un problema con la Questura di
Bologna. E non da ieri. Ci domandiamo e domandiamo al Sindaco, ai giornalisti di
inchiesta, alla società civile: tutto questo è “normale”?
In questa situazione il polo di destra delle Larghe intese (governo Meloni e
Ministro Piantedosi) cerca di barcamenarsi usando la situazione per dare
l’assalto alla diligenza del “fortino Bologna” da sempre appannaggio del polo di
sinistra delle Larghe intese e oggi amministrato da Lepore.
L’oggetto del contendere sono i miliardi che girano intorno al sistema delle
cooperative, degli appalti pubblici, dell’indotto delle grande aziende, dei
fondi statali per repressione, riarmo e guerra (l’unico vero “piano di ripresa e
resilienza” che hanno in serbo per noi). Il teatrino Lepore – Piantedosi a
favore di campagna elettorale è una contesa di affari sulla pelle delle masse
popolari.
Sono, cioè, uniti contro le masse popolari. Ma sono anche effettivamente divisi
e in accanita concorrenza fra loro. È opportuno vedere l’unità tra i due poli,
per non farsi illusioni di sorta, ma è altrettanto opportuno anche vedere la
lotta fra loro, perché la nostra azione sia tesa metterli uno contro l’altro e
non a compattarli.
A tutti i compagni e le compagne attivi nelle organizzazioni che di fatto già
compongono il variegato fronte anti-Larghe intese e che in questi giorni stanno
discutendo sul che fare, sull’opportunità o meno degli scontri, diciamo che
invece di tentare di fermare il vento con le mani dobbiamo spiegare le vele e
ragionare di quale sbocco politico vogliamo dare al movimento cittadino e non
solo.
Senza un ragionamento su come costruiamo le condizioni per cacciare le Larghe
intese da Palazzo d’Accursio e dal governo del Paese le nostre mobilitazioni,
non importa quanto disciplinate, combattive o partecipate, finiranno a uso e
consumo della lotta tra gli sciacalli che oggi si contendono il palazzo.
Bologna e l’Emilia Romagna hanno una storia gloriosa di organizzazione popolare.
Un solo esempio noto: nel quartiere Pilastro il Comitato Inquilini Villaggio
Pilastro mettendo al centro il principio che è legittimo tutto quello che è
negli interessi delle masse popolari, combinando occupazioni, scioperi al
contrario, blocchi stradali, assemblee permanenti riuscirono a imporre
all’amministrazione le misure necessarie al territorio.
Se ora da molto vicino guardiamo molto lontano, all’esperienza del movimento
popolare americano contro l’ICE, il risultato non cambia: vediamo combinare
video-controllo popolare, reti di mutuo soccorso, pattugliamenti di brigate in
difesa del quartiere, assistenza porta a porta e campagne nazionali di carattere
politico.
Le voci inascoltate che la politica non rappresenta più
Sul nostro territorio sono attive decine di realtà: sindacati, la Rete di
resistenza legale, la campagna Lince, i comitati ambientalisti che fanno
quotidianamente fronte alla repressione, le associazioni degli immigrati. Una
convergenza cittadina di queste realtà che, oltre a promuovere mobilitazioni,
sedimenta organizzazione e coordinamento, esercita il controllo popolare, esige
l’epurazione delle cricche fasciste che si annidano nelle istituzioni (fuori i
nomi dei due poliziotti!), tutela gli attivisti e le attiviste, organizza casse
di resistenza, elabora le misure che servono al territorio e per questa via
impone all’Amministrazione di essere riconosciuta come autorità popolare è la
strada (l’unica) che possiamo percorrere. Questo è il modo, concreto, di
mobilitarci PRIMA che avvengano le tragedie. Questo è anche il modo, concreto,
di costruire un’alternativa qui e ora.
Anche per Fakir e per tutti i figli della Bologna operaia e popolare.
Redazione Italia