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Verso la militarizzazione della ricerca in Europa | Per costruire alternative, la proposta “La Conoscenza non marcia” – di Gennaro Avallone
Il movimento per la Palestina contro la logica militare Il movimento sociale per la Palestina e contro il genocidio è riuscito tra il 2024 e il 2025 a inserire nell'agenda politica, delle mobilitazioni e del mondo della ricerca e della formazione il tema della militarizzazione del sapere. Questa novità ha prodotto anche degli esiti [...]
October 18, 2026
Effimera
Sollèvati, la coscienza non si arruola
Lettera dei diciassettenni ai sindaci: difendo senza armi e scelgo la nonviolenza. La nuova campagna promossa da Pax Christi Italia. Dalle parole si passa ai fatti: dopo mesi di contatti, elaborazione di documenti e costruzione di una solida rete di associazioni e movimenti, in autunno sarà presentata la campagna promossa da Pax Christi e Comunità dell’Arca. Rivolta ai diciassettenni, ma non solo, l’iniziativa ha ancora un titolo provvisorio ma già molto significativo: “SOLLEVATI. Difendo senza armi. Lettera dei diciassettenni ai sindaci: la coscienza non si arruola e scelgo la nonviolenza”. La campagna parte il 24 ottobre alla Casa per la Pace di Pax Christi, a Impruneta, Firenze. Sarà presente anche Pietro Puccio, sindaco di Capaci, primo cittadino ad aver fatto propria l’iniziativa e ad aver sensibilizzato i giovani del suo comune su questa nuova forma di obiezione di coscienza. In un mondo vicino al baratro e di nuovo orientato a investire in armi, resta una domanda decisiva: siamo disposti a pagare il prezzo non solo per dire “no” alla guerra, ma anche per organizzare, finanziare e costruire la pace? A rispondere subito sì sono state le associazioni e i movimenti che hanno già aderito – Pax Christi, Movimento dei Focolari Italia, Comunità dell’Arca, Mir, Missionari Comboniani – Gpic Italia, Agesci, Movimento Nonviolento Palermo – insieme ad altre realtà interessate, in attesa di formalizzare l’adesione dopo l’estate attraverso i rispettivi vertici nazionali: Acli, Cnesc, Cesc Project, Libera, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, Emergency, Azione Cattolica, Caritas e Corpi Civili di Pace. Anche altre reti e associazioni sono state informate della campagna e ne condividono pienamente i valori. E alcune di queste potrebbero aderire in futuro. Dall’idea iniziale di Enzo Sanfilippo (MdP, luglio 2026, pag. 34) ed Ermete Ferraro (Mir), il percorso si è allargato ad altre realtà sensibili al tema dell’obiezione di coscienza. A cominciare dall’area di lavoro “Giovani e obiezione di coscienza” di Pax Christi. Ne è nata, così, una riflessione comune sulle azioni da avviare subito per ampliare la proposta ad altri attori e prepararci alla gestione dei conflitti internazionali in cui siamo già, a vario titolo, coinvolti. Di fronte all’ipotesi della guerra, la domanda più radicale è interiore: saremmo disposti a uccidere i nostri avversari? Dopo la sospensione della leva obbligatoria, i giovani non hanno più un’occasione specifica per confrontarsi con questo interrogativo, pur essendo iscritti d’ufficio nelle liste di leva e potenzialmente tra i primi chiamati alle armi in caso di reintroduzione dell’obbligo. Quale contributo possiamo offrire, allora, alla soluzione dei conflitti in alternativa alla forza militare e a tutela della vita di tutti? È tempo di riprendere sul serio l’obiezione di coscienza alla guerra, indebolita negli anni dalla sospensione della leva. L’obiettivo principale è raggiungere i giovani con una proposta di “smilitarizzazione delle menti”, da contrapporre all’idea sempre più diffusa che la difesa coincida solo con le armi e con un riarmo senza fine. Per raggiungere questo obiettivo, servono percorsi formativi essenziali: educazione alla pace e alla nonviolenza, memoria storica e narrazione culturale dei processi di pace, recupero della storia dell’obiezione di coscienza in Italia e nel mondo, attività nelle scuole e nelle parrocchie, formazione di giovani operatori di pace, strumenti didattici. Inoltre, sviluppare quanto esposto sopra anche attraverso dei laboratori permanenti di formazione diffusa di “operatori di pace” nei territori, a iniziare dalla disponibilità della Casa per la Pace di Pax Christi a Impruneta (Fi). L’offerta formativa si vuole rendere ancora più completa proponendo anche dei corsi di formazione on line. L’obiettivo ambizioso della campagna ha imposto alla neo-rete la creazione di una struttura organizzativa di base: comitato organizzativo, segreteria, ufficio stampa/portavoce. Inoltre, si sta pensando, visto l’alto numero di adesioni e interessamenti, di utilizzare un processo di finanziamento della campagna come il crowdfunding. Il 24 ottobre: un lancio per dare forza alla campagna. La presentazione del 24 ottobre vorrà essere il trampolino di lancio di una campagna ambiziosa, capace di riportare al centro il ruolo della società civile e di sostenere l’attivismo “dal basso”. Il coinvolgimento dei giovani sarà decisivo: a loro va ricordato che la leva militare oggi è sospesa, ma potrebbe essere reintrodotta. Per questo la campagna intende informarli, coinvolgerli e offrire loro strumenti concreti per scegliere la nonviolenza e la difesa senza armi. E con questa campagna viene introdotto un modo ufficiale per dire “non voglio fare la guerra”, voglio prepararmi alla Pace: scrivere una lettera al proprio Sindaco. Una rete comune per dare voce ai giovani. L’intero percorso nasce dall’esigenza di offrire ai giovani strumenti per informarsi, riflettere e prendere parola. In un momento storico così tragico e pericoloso, segnato dal rischio di un allargamento dei conflitti, impedire una guerra globale richiede di unire le forze, valorizzare ciò che accomuna persone e organizzazioni diverse e riconoscersi in obiettivi condivisi. Sono già molte le realtà che, da anni e ogni giorno, lavorano per l’obiezione di coscienza, la nonviolenza attiva e l’educazione a una pace disarmata e disarmante. La nascente campagna vuole proprio andare in questa direzione. Ripartire dai giovani e da un gesto concreto. Forse i nostri movimenti hanno perso il contatto proprio con questa generazione. E se molti giovani fossero stanchi di proclami pacifisti generici e aspettassero invece proposte concrete per dare voce al desiderio di pace che portano dentro? Ripartire da loro significa costruire un movimento etico intergenerazionale di opposizione alla guerra: senza questo passaggio, all’orizzonte sembrano restare solo il disastro e la catastrofe. Il sostegno e la sollecitazione a entrare nel mondo giovanile con le loro visioni e proposte di un mondo migliore ci viene offerta anche dal Santo Padre, Leone XIV, che, in questo caldo agostano, ha sostenuto che «il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarsi nell’intera realtà». Insieme si può! Quali obiettivi della campagna? • informare i cittadini diciassettenni, e non solo, della possibilità di esprimere un’obiezione di coscienza a tutti gli eserciti; • proporre forme non armate e nonviolente di difesa; • sostenere percorsi di resistenza nonviolenta, formazione, educazione e contro-informazione; • contrastare l’idea che violenza, guerra e riarmo siano l’unica risposta possibile ai conflitti. per firmare e aderire alla campagna: LA CONOSCENZA NON MARCIA Redazione Italia
October 9, 2026
Pressenza
Per l’interruzione e il divieto di collaborazioni di scuola, università e ricerca con la filiera militare pubblica e privata
La petizione, come la campagna intitolata “La conoscenza non marcia!”, verrà presentata martedì prossimo, 1° settembre. Il cammino inesorabile che sembra aver intrapreso l’intero Occidente verso una guerra totale non risparmia l’istruzione: in diversi documenti ufficiali dell’UE, nel piano programmatico quinquennale del Governo Meloni, e in diverse dichiarazioni del ministro Crosetto, si evidenza la possibilità, finanche la irrinunciabile necessità di una incorporazione totale dell’istruzione di ogni ordine e grado (dalle elementari all’università) nell’economia e nell’ideologia bellica. Come campagna “La Conoscenza Non Marcia” abbiamo denunciato la crescente presenza militare nelle scuole come normalizzazione dell’apparato bellico e repressivo, dalle visite scolastiche in caserme e basi militari a corsi di formazione tenuti da forze dell’ordine ed esercito, così come il pericoloso definanziamento delle università che sta comportando una sempre più diretta canalizzazione dei fondi per la ricerca attraverso quell’industria della morte che abbiamo già visto all’opera nella complicità con il genocidio del popolo palestinese. Progetti come il Rome Technopole, o quello della cittadella dell’aerospazio a Torino, indicano una direzione pericolosa da arrestare immediatamente: da un lato il diretto assorbimento di grossa parte del settore della ricerca pubblica a servizio dell’industria militare, della NATO e dei progetti di riarmo dell’Unione Europea; dall’altro la presenza sempre più forte della Nato e di Leonardo (o di MBDA, o Thales) nei dipartimenti universitari, nella didattica e nella direzione degli ambiti di ricerca, travalicando, a quel punto, qualsiasi dibattito sensato sul “dual use”. “La conoscenza non marcia” vuole fermare tutto ciò: docenti, ricercatori e ricercatrici, studenti e studentesse, lavoratrici e lavoratori non sono disposti a studiare e lavorare per fomentare guerre, riarmo e militarizzazione. Per questo abbiamo costruito una raccolta firme a sostegno di una petizione popolare per introdurre misure normative che vietino qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola/università e filiera militare-industriale. La presenteremo con una conferenza stampa il prossimo 1 settembre alle ore 15:30 presso Montecitorio, Piazza Capranica, invitiamo la stampa e chiunque sia interessato a contribuire alla campagna a partecipare. Unione Sindacale di Base
August 25, 2026
Pressenza
Il dual use è morto… Lunga vita al dual use!
Come le governance degli Atenei si pongono rispetto alla ricerca bellica nel delicato equilibrio fra libertà accademica, etica e compliance Ai tempi della monarchia francese, alla morte di un sovrano, si usava dire: “Il Re è morto! Lunga vita al Re!”, indicando così la continuità nell’avvicendamento. E forse quella locuzione potrebbe essere utilizzata anche nel peculiare caso del dual use, cioè quell’ambito che riguarda prodotti, beni e tecnologie che possono avere sia un uso civile che un uso militare. Nel periodo fra il 2024 e il 2025 sembrava quasi che in maniera più o meno diffusa, negli Atenei statali del nostro Paese, si fosse disposti a mettere una croce sopra agli accordi dual use, almeno in linea di principio. Dopo la stagione delle acampadas per Gaza e le proteste studentesche sembrava che almeno su questo punto si potesse trovare la quadra, d’accordo con le governance degli Atenei o almeno in qualche delibera del Senato Accademico. In realtà, ci si è accorti poi che in più di un caso si trattava solo di dichiarazioni d’intenti con scarse applicazioni nella pratica o che magari si poneva fine a un accordo quadro siglato a livello di amministrazione centrale e poi magari le collaborazioni continuavano a livello di singoli dipartimenti. L’Università di Pisa aveva addirittura modificato lo statuto dell’Ateneo per ribadire il NO al dual use. L’Università di Bologna aveva inserito nel merito un punto specifico nel Codice etico e tanti Atenei avevano messo uno stop agli accordi più evidenti, ad esempio quelli con Leonardo, Thales e Rheinmetall. E invece no! Questo apparente giro di vite ha avuto vita breve, perché nel frattempo la Commissione Europea si era lanciata in un triplo salto carpiato accogliendo un parere di un comitato di esperti chiamati ad esprimersi su come trattare il dual use nell’ambito della ricerca, soprattutto in vista del Piano Strategico Horizon Europe 2025-2027. Ebbene, tali esperti avevano praticamente sdoganato il dual use nel principale programma di ricerca europeo con una sorta di “tana libera tutti”, sostenendo che l’innovazione procede in modo così veloce da rendere indistinguibile i confini fra ciò che è per uso civile e ciò che è per uso militare. E quindi, contrariamente agli anni precedenti, si è concessa un’apertura per la prima volta anche ai progetti dual use dentro Horizon, il principale programma di ricerca in Europa. Insomma, nel 2025 dall’UE alle università del continente europeo si è proclamato a gran voce: “Il dual use è morto! Lunga vita al dual use!“ E nel 2026 questo input è stato trasmesso a cascata lungo tutta la filiera della ricerca accademica e quella degli Enti pubblici di ricerca, che non volevano di certo mancare un simile appuntamento coi finanziamenti europei nella ricerca. Prima però di affrontare lo stato dell’arte del dual use negli Atenei italiani, è importante e opportuno sottolineare come esistano diversi piani sui quali questo tema può essere affrontato e quindi risulta fondamentale comprendere su quale di questi piani avviene l’interazione di volta in volta, per evitare di cadere in trappole interpretative. 1) approccio etico: si può adottare un piano più ampio e onnicomprensivo nel quale per dual use si intendono tutte quelle attività che possono potenzialmente essere utilizzate, oltre che per finalità civili, anche per finalità militari di qualsiasi tipo, non solo prodotti, beni e tecnologie, ma anche attività a carattere strategico o propagandistico. Si privilegia quindi un’interpretazione estensiva delle implicazioni allargando il campo di applicazione a tutto ciò che è in qualche modo riconducibile al sistema della guerra ed al complesso militare industriale: da una parte si amplia quindi l’ambito disciplinare (non solo STEM) e dall’altra si estende la casistica delle ricadute che alcuni accordi possono comportare in relazione al più generale sistema della guerra, incluse quelle situazioni nelle quali la cooperazione accademica rischia di legittimare il Paese dei partner e quindi esserne complice in relazione a conflitti e occupazione illegale di territori, fuori dalle regole del diritto internazionale. É ad esempio il caso del boicottaggio accademico e culturale contro Israele per le sue gravissime responsabilità nel genocidio ancora in corso a Gaza e per l’occupazione in Cisgiordania. I principi etici alla base sono fondamentalmente quello di non nuocere direttamente o anche indirettamente a singoli individui o collettività, ma anche quello di avere cura dei diritti delle generazioni presenti e future rispetto ai possibili impieghi e sviluppi in prospettiva che potrebbero minacciare anche in futuro gruppi e popolazioni anche di altri Paesi, al di là delle intenzioni delle finalità progettate in origine. Pertanto, oltre agli sviluppi materiali e fisici connessi agli armamenti, si includono anche quelle attività che possono essere utilizzate impropriamente e in modo malevolo da terzi e che possono essere manipolate ad arte per raggiungere fini strategico militari, anche solo di pura legittimazione di un attore militare o di propaganda bellica. Di conseguenza, in tale accezione risultano sensibili non solo le collaborazioni con l’industria bellica, ma anche quelle con le Forze Armate, con la NATO e con gli enti e le istituzioni di Paesi che perpetrano una sistematica violazione dei diritti umani, che sono incriminati per genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e apartheid: in tale ottica, anche un semplice accordo di mobilità con un Ateneo che ha sede legale, che tanto legale non è, in territori occupati o un progetto di ricerca sulla gestione del suolo e dell’acqua può avere risvolti etici in termini di complicità e ricadute in termini di legittimazione e consolidamento dell’occupazione militare di territori fuori dalle regole ONU. In un’accezione più ampia, si potrebbero così includere, oltre alla ricerca, anche le attività di didattica, orientamento e Terza missione. Tale approccio etico è quello adottato nelle proteste studentesche e soprattutto negli orientamenti di chi porta avanti il boicottaggio accademico nelle Università (vedi la PACBI). 2) approccio tecnologico: stringendo il cerchio, si può adottare una definizione più meramente tecnica e concentrata nell’ambito della ricerca, che però pone l’accento anche sulla potenzialità dell’utilizzo dei risultati dei progetti, e in tal caso si considerano dual use tutti quei beni, prodotti e tecnologie che, pur avendo finalità civili possono implicare sviluppi possibili anche in ambito militare o essere utilizzate in modo improprio rispetto alle finalità previste in origine. Tale approccio è quello di una parte della componente dei docenti e dei ricercatori, che intende limitare il tema del dual use quasi esclusivamente alle “scienze dure”, che sono più soggette ai vincoli connessi alla produzione di armamenti o prodotti dual use e a controlli sulle esportazioni, ignorando quasi tutte le implicazioni immateriali e cognitive; 3) approccio normativo: il nucleo più ristretto del dual use fa riferimento ad una terza definizione di carattere più normativo e segue un approccio più restrittivo, arrivando a considerare dual use solo ed esclusivamente quei casi definiti come tali dal relativo Regolamento europeo sull’esportazione di armamenti, oltre che dalla normativa nazionale, per cui ci si limita soltanto alle esportazioni di materiali e risultati della ricerca non inclusi negli elenchi dei prodotti vietati, salvo eventuali licenze o autorizzazioni. Ed è proprio quest’ultima definizione, cioè il semplice limitarsi a rispettare i vincoli normativi alla lettera, a rappresentare l’orizzonte verso il quale le governance di alcuni grandi Atenei si stanno orientando rispetto al tema del dual use. Per comprendere quale sia l’orientamento attuale è possibile osservare cosa succede in uno degli Atenei nei quali il dibattito interno sul tema è stato più vivace negli ultimi anni: l’Università di Bologna, che fra l’altro ha di recente dichiarato, in occasione di un intervento formativo interno sul dual use, che diversi altri grandi Atenei coi quali si sono confrontati, sono allineati sulla stessa posizione. Ma quale sarebbe questa posizione? La posizione è quella che UNIBO ha deciso di abbracciare un approccio restrittivo rispetto alla nozione di dual use (che diventa l’eccezione e non la regola) nell’applicazione della normativa europea, nella fattispecie il Regolamento UE n. 821 del 2001, cioè in sintesi guardare i contenuti degli elenchi di prodotti, beni e tecnologie riportate negli Allegati 1 e 4 del Regolamento, addirittura con un orientamento ancor più minimalista seguendo la Raccomandazione 2001/1700 (quest’ultima attraverso la sua funzione interpretativa restringe ancor di più il campo di applicazione dei vincoli sul dual use). […] Il problema è sistemico, per cui per quanto possa essere preziosa la lotta in ogni singolo Ateneo, che dovrà in ogni caso essere portata avanti, siamo arrivati al punto in cui è sempre più urgente puntare ad una soluzione che sia altrettanto sistemica per affrontare in modo più compiuto ed omogeneo il tema delle collaborazioni sensibili su tutto il territorio nazionale. E come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo intravisto questa possibilità nella campagna LA CONOSCENZA NON MARCIA, che lo scorso 18 luglio ha lanciato pubblicamente a Paestum, insieme alle tante altre realtà che hanno aderito, l’idea di una petizione popolare (ex art. 50 della Costituzione) per stimolare sul tema il Parlamento attraverso i lavori legislativi delle Commissioni competenti. Nelle prossime settimane vi terremo aggiornate/i e pubblicheremo sul sito il link alla piattaforma ufficiale sulla quale si raccoglieranno le firme online. In questa lotta, non si può contare sulla UE, che ha sdoganato per prima il dual use, non si può contare sul Governo, che sta cercando di allentare i vincoli sulle esportazioni di armi previsti dalla Legge 185 del 1990 e tende a legittimare il ricorso alla ricerca universitaria sull’uso duale, attraverso Linee guida nazionali per gli Atenei, come annunciato dalla Ministra Bernini, che propone anche di ribattezzare “common use”  le collaborazioni nella ricerca fra Università e Difesa. In un’epoca nella quale domina la guerra ibrida e le sorti dei conflitti si determinano anche sul piano cognitivo, sarebbe un errore di miopia madornale ignorare tutte quelle dinamiche di collaborazione che sono formalmente fuori dal dual use in senso stretto, ma che hanno profonde implicazioni sulla costruzione dei conflitti e sulla loro estensione nella società: dalla legittimazione più o meno implicita di sistemi militari e strategici alla classica propaganda militarista più o meno diretta o addirittura all’israelizzazione dei luoghi di istruzione e di ricerca. E quindi anche un corso di laurea in filosofia (Bologna docet nel caso dell’Accademia militare di Modena) può avere implicazioni dual use, così come un accordo di mobilità con università che hanno sede legale in territori occupati in Palestina, tramite il quale magari soldati e i riservisti israeliani dell’IDF vengono a studiare nelle aule universitarie italiane seduti con naturalezza accanto agli altri studenti dopo aver fatto la spola fra il genocidio e gli impegni accademici.       Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
July 25, 2026
Pressenza