Giorgio Cesarano, il dito e la luna
Se è vero che gli anni Settanta corrispondono a una crisi profonda di funzione e
di orizzonte per gli “intellettuali-scrittori” – come sostenuto ad esempio da
Marco Belpoliti in Settanta (2001), citato in apertura dello Specchio e la lama
(Quodlibet, 2026) di Massimiliano Cappello – quella crisi non ne ha determinato
ipso facto la scomparsa. L’andamento strutturale verso l’assottigliamento di
tale funzione e di tale orizzonte presenta tuttavia una tendenza tutto sommato
lineare e progressiva, con la possibilità di confronti tra lo scenario di oggi e
quello di ormai cinquant’anni fa che assumono spesso i tratti più o meno
nostalgici, più o meno ideologici, di una irrisolta questione fantasmatica.
Guardando a un certo revival di posizioni variamente marxiste (che vanno dai
meme social alla scrittura di saggi paludati o, per contro, molto puntuali e
attuali) dal lato della produzione intellettuale e a quella che è la necessità
di costruire una narrazione teoricamente fondata della propria opera da parte di
chi scrive narrativa e, ancora di più, poesia (necessità che salda la crisi
della critica letteraria strettamente intesa con l’infinita produzione di
“opinionismo”, prima televisivo e oggi social, attraverso la logica dell’evento
culturale), si possono infatti trarre conclusioni che sono spesso venate di
moralismo spicciolo e di una sociologia della cultura altrettanto trivializzata.
Cercando il più possibile di aggirare tali pericoli anche in questa sede (che
non consente, per ragioni di spazio, di esplorare altri fenomeni caratterizzanti
una questione ampia e polimorfa), pare in ogni caso utile ricordare l’esistenza
della luna oltre che del dito perché è proprio quanto accade nella
riproposizione critica della figura di Giorgio Cesarano tra 2025 e 2026, a
cinquant’anni esatti dal suicidio dell’autore. In entrambi i volumi – il già
citato Lo specchio e la lama di Cappello, insieme a Mordete la vita prima che la
vita vi morda (Mimesis, 2025), a cura di Gianfranco Marelli e Lorenzo Pinardi –
non c’è soltanto una questione idealistica e nostalgica di repêchage culturale
di una figura di “intellettuale-scrittore” ritenuta importante per il secondo
Novecento italiano né l’idolatria per una candela che «è bruciata da entrambi i
lati» (citando una poetessa statunitense, Edna St. Vincent Millay, in un
panorama culturale dove i maschili sovraestesi, come nel caso di
“intellettuali-scrittori”, radicano in un contesto ancora oggi rigidamente
patriarcale). Ripercorrere l’opera di Giorgio Cesarano offre la possibilità non
soltanto di guardare a una precisa biografia intellettuale, ma anche di cogliere
le chiavi interpretative di un fenomeno strutturale nella sua manifestazione
sovrastrutturale – come riescono a fare, effettivamente, i due saggi citati.
Intanto, il dito che segnala un’opera da riattraversare – in attesa della
ripubblicazione dell’opera omnia poetica, a cura dello stesso Massimiliano
Cappello e di Niccolò Bosacchi – è comunque rilevante, per un autore che in
questi cinque decenni è stato relegato a un oblio più o meno forte. Se una certa
indifferenza aveva già colpito uno dei suoi libri di poesia più importanti, La
tartaruga di Jastov (1966), l’attenzione verso l’opera di Cesarano scema
progressivamente dopo la morte – come evidenzia la scansione cronologica della
nutritissima antologia critica raccolta nel volume curato da Marelli e da
Pinardi – per poi inabissarsi negli anni Novanta e dare adito soltanto ad alcuni
occasionali recuperi nella cosiddetta “blogosfera” (come ad esempio la pregevole
lettura di “Pastorale” a firma di Francesco Filia su Nazione Indiana, nel 2012).
Se molti autori delle testimonianze incluse sono morti negli ultimi decenni
(ultimo dei quali lo stesso Gianfranco Marelli, scomparso nel 2024), è però
proprio negli ultimi anni che si è registrato un ritorno di interesse per
l’opera di Cesarano, con l’inclusione – criticamente strutturata, ma di per sé
non decisiva, in un’opera peraltro monumentale e moltitudinaria – nell’antologia
Poesie dell’Italia contemporanea 1972-2021 (2023) a cura di Tommaso di Dio e,
appunto, con l’opera di curatela e di approfondimento critico degli autori dei
due volumi qui analizzati.
Per entrare nello specifico del volume a cura di Marelli e Pinardi, questo si
apre con un’introduzione dal titolo “O la poesia come lingua in debito di
rivoluzione” – titolo che recupera e cita una parte importante del pensiero
ultimo di Cesarano (così come il titolo dell’intero libro, Mordete la vita prima
che la vita vi morda, è un verso tratto dal libro Romanzi naturali) – dove si
mettono a fuoco le coordinate fondamentali del percorso biografico,
intellettuale e letterario dell’autore. Riguardo a quest’ultima, vale forse
ancora l’icastica definizione presente nel Novecento di Romano Luperini, secondo
la quale esiste una «tendenza lombarda in cui lo sperimentalismo formale si
associa a un’esigenza di messaggio e di riscontro con le cose», approfondita
dalle opere di critica sull’eredità della cosiddetta “linea lombarda” che si
sono susseguite a partire da Poeti della Linea Lombarda 1952-1985 di Giorgio
Luzzi (1987), fino alle recenti indagini critiche di Francesca Mazzotta,
peraltro autrice di poesia in proprio.
In effetti, i milanesi Raboni e Majorino sono stati i compagni di strada più
significativi di Cesarano; oltre ai contemporanei, anche la genealogia disegnata
da Marelli e Pinardi è convincente, poiché riunisce Piero Jahier, l’Umberto Saba
“meno cantato”, Carlo Michelstaedter, Pavese e Montale – cui forse va aggiunto
un rapporto di certo non lineare con il crepuscolarismo. Ancor più intricato,
però, è il rapporto di Cesarano con il contemporaneo Franco Fortini, prefatore
del suo esordio, L’erba bianca (1959), e ancora per qualche tempo solido punto
di riferimento teorico e poetico, fino al distanziamento dialettico, che si
manifesta esplicitamente nella poesia di Cesarano, e politico – con l’avvento di
quel Sessantotto che Cesarano cerca di vivere dall’interno, e che porta al
memorabile episodio, raccontato nei Giorni del dissenso (1968), del passaggio di
una manifestazione sotto le finestre di un Fortini sicuramente più algido e
distaccato nei confronti della contestazione.
La preminenza, in queste righe, della produzione poetica di Cesarano riflette la
gerarchia presente anche nell’impostazione del volume di Marelli e Pinardi, che
dedica una seconda e lunga parte all’analisi dell’opera poetica dell’autore, con
interventi spesso assai puntuali, ma talvolta ai limiti del parafrastico, per la
parallela e sentitissima esigenza di fornire a chi legge testi al momento
introvabili in commercio. Più precisamente, la conclusione che ne traggono
Marelli e Pinardi è che «la lingua di Cesarano resta, nella sua matrice più
profonda, sempre poetica» – annotazione puntualissima, anche perché,
concentrandosi esplicitamente sulla “lingua” e non sulla scrittura in generale,
non minimizza quel “commiato dalla letteratura” avviato dall’autore alla fine
degli anni Sessanta e reso definitivo nel 1974, con il passaggio all’unico
impegno nella critica radicale, con testi come Apocalisse e rivoluzione (1973,
con Gianni Collu) o il capitale Manuale di sopravvivenza (1974).
Tale commiato si distingue, nelle forme e anche nell’orientamento politico, da
quello coevo di Pasolini e da quello, di qualche anno successivo, di Emilio
Villa, potendo essere apprezzato in quanto tale forse soltanto da un altro poeta
che merita oggi ampia riscoperta, come Giuliano Mesa (1957-2011), e da un
filosofo come Jacques Camatte (1935-2025), recente destinatario di un ottimo
saggio introduttivo di Michele Garau per DeriveApprodi. «Non si dovrà leggere
l’opera di Cesarano» scriveva Mesa nel 1987, proprio sulla rivista camattiana
Invariance «come un “sistema” che non è né voleva essere, bensì come un “punto
di vista” critico in movimento: scendere nella sua pratica per pensare il suo
pensiero, e dunque ricercarne la coerenza, nel percorso, anziché, da subito, le
contraddizioni, com’è nell’uso decostruzionista». Un uso depotenziato, si
potrebbe aggiungere, se agito nel decostruzionismo invece che nell’alveo di
un’altra critica, più convintamente marxista; ciò che pare opportuno
sottolineare è comunque che tra le righe di chi «[scende] nella sua pratica» si
può leggere la discesa, anima e soprattutto corpo, da candela che brucia da
entrambi i lati, di Cesarano nella pratica della critica radicale, fino
all’indicazione di una “rivoluzione biologica” che, corporalmente, si opponga a
quella sussunzione reale (peraltro raccontata con vene distopiche in un prezioso
racconto di Cesarano incluso alla fine del volume curato da Marelli e Pinardi,
“L’ora del rigetto”) che è stato senz’altro anche un rovello camattiano.
Con Camatte, sembra inevitabile la transizione al saggio di Massimiliano
Cappello – poeta e ricercatore dalle chiare frequentazioni camattiane – che si
presenta come un prezioso distillato critico rispetto alla voluminosa
pubblicazione di Mimesis. Aperto da una premessa e da un primo capitolo
(“Sterminate vigilie”, in cui si smentisce la possibilità di interpretare
l’opera di Cesarano, come quella di tanti altri autori, a partire dall’esito
finale, ossia dall’exitus) di grande valore, nonché stile, critico, il saggio di
Cappello non disdegna appunti molto precisi di stilistica (come quello sulla
riemersione dell’anapesto pavesiano nel “Giorno di Capraia”), nell’ottica,
tuttavia, di un approccio teorico-critico più ampio e articolato.
Se vi fa capolino l’impianto del percorso biografico seguito, spesso per
necessità, dal volume curato da Marelli e Pinardi, ciò accade allo scopo di
tratteggiare la storia di una coscienza infelice (Cesarano, del resto, è stato
traduttore delle Confessioni di Rousseau), con rispondenze culturali e politiche
anche più generali: succede, ad esempio, con il «convitato di pietra»
dell’adesione di Cesarano al bando repubblichino nella seconda guerra mondiale
– un dato che molti altri giovani dell’epoca, poi diventati intellettuali e
scrittori di sinistra avrebbero cercato di occultare o minimizzare, ma che
Cesarano continua ad affrontare esplicitamente, e con piglio dialettico, nella
sua poesia, anche di molto posteriore. Succede con il poemetto “Una visita di
fine estate” (1964), con il quale «Cesarano mette in scena la propria vita
privata nell’attimo in cui diventa – anche solo per un istante – pubblica» e in
contemporanea con un posizionamento netto, dal punto di vista culturale e
politico, come la compartecipazione alla fondazione della rivista Classe
operaia. Il pendolo tra vita privata e pubblica torna infine a oscillare
fortemente negli ultimi anni della sua vita, con quella Critica dell’utopia
capitale, incompiuta alla morte dell’autore, che sopravvive alla fine biografica
nella misura in cui «[c]onsiderare il Reale come “lingua in debito di
rivoluzione”» – scrive Cappello, citando Cesarano tra virgolette – «significa
intravedere in queste due rimozioni originarie la possibilità di un luogo
concreto – un “al di là della lingua” – dove potrebbe prendere forma la “libertà
cui aspira e detta da sempre la parola”».
È un Cesarano che ha letto Lacan – abbandonando, quindi, lo specchio del
realismo lukacsiano (dove Lukács spesso significava “Fortini”, nell’arguta
interpretazione di Cappello) per abbracciare lo specchio lacaniano – trascinato
da una forza del desiderio sconosciuta, forse, ad altri
“intellettuali-scrittori” presi nella crisi degli anni Settanta. In questo
senso, Cesarano è oggi una possibile luna, e non solo il dito che la indica:
tornare alla sua opera non significa solo ricollocarla nel dibattito poetico,
critico e accademico contemporaneo in quanto già dato (come occasionalmente
rischiano di fare i due volumi, invocando paralleli e citazioni più “ecumeniche”
che militanti), ma anche a «dare seguito all’opera compiuta da Cesarano», come
anticipano Marelli e Pinardi nell’introduzione al loro volume, auspicando, in
chiusura, una «ripresa collettiva».
Come ricordato da questa recensione di Sandro Moiso per Carmilla, Marelli –
profondo conoscitore del situazionismo vaneigemiano, noto anche a Cesarano – lo
ha fatto, nel solco della «lotta spesso impari tra corpo vivo e corpo morto
meccanico», secondo un dilemma assai ben presente nella critica radicale
post-Sessantotto di Cesarano. A chi legge questi due volumi resta di farlo, non
tanto per idolatrare o cristallizzare nel canone l’opera di Cesarano, quanto per
rimettere in gioco la questione più generale della produzione intellettuale e
letteraria, del canone e anche della possibilità stessa di intervento pubblico
del singolo, come suggerisce Cappello nelle prime, tersissime, pagine del suo
saggio, citando la sala di lettura circolare del British Museum che,
nell’immaginazione di E. M. Forster, avrebbe riunito la grande letteratura di
ogni tempo rendendola sempre disponibile (purché canonizzata): «Continuare a
immaginare quella stanza […] è forse un atto doveroso» scrive Cappello, con il
suo primo e forse più decisivo “allunaggio” «specie in un’epoca come la
presente. Eppure, è altrettanto doveroso ricordare che quella stanza è tutt’al
più un riparo. La letteratura come ricomposizione della vita offesa: ecco il
miglior modo per convincersi che non esistono altri modi di viverla. Questo
libro, d’altronde, è dedicato all’opera poetica di un intellettuale-scrittore
[…] che in quella sala di lettura non ci è mai entrato. Perché non voluto?
Forse. Ma sicuramente, e anzi in primo luogo, perché non lo voleva».
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