Fausto Lammoglia / Sono solo (forse) canzonette
La prima reazione di fronte al saggio di Fausto Lammoglia La filosofia degli 883
edito da Ponte alle Grazie, può essere di scetticismo: accostare Max Pezzali e
Mauro Repetto a filosofi come Heidegger, Kant, Huxley e altri personaggi di
questo calibro, può far storcere il naso a molti che possono legittimamente
pensare che la filosofia appartiene a un registro più alto, più serio, più
“nobile” rispetto alla musica popolare degli 883. La forza dello scritto di
Lammoglia sta proprio nel convincere il lettore che la distinzione tra musica
popolare e filosofia è meno netta di quanto siamo abituati a pensare, non perché
le canzoni degli 883 nascondano particolari sistemi filosofici, ma perché
raccontano con sorprendente precisione un modo di stare al mondo. La filosofia,
in fondo, nasce dalle domande sull’esistenza e sulle esperienze comuni ed è
proprio lì che Lammoglia sceglie di cercarla.
Gli 883 sono stati spesso liquidati come il gruppo della nostalgia e in
particolare Max Pezzali è stato definito un “professionista della nostalgia”;
eppure, se oggi continua a riempire gli stadi significa che nei suoi testi c’è
qualcosa che va oltre il semplice ricordo degli anni Novanta. Il libro
suggerisce che quella nostalgia non riguarda tanto un’epoca storica, quanto un
modo di vivere le relazioni, il tempo e le aspettative – per questo le loro
canzoni continuano a parlare anche a chi quegli anni non li ha vissuti
direttamente. Uno degli aspetti che emergono dalle canzoni che Lammoglia
analizza, riguarda la normalità. Gli 883 non raccontano eroi, ribelli o
personaggi eccezionali, ma ragazzi qualsiasi, amici che si trovano al bar, in
piazza, davanti a un distributore di benzina, in giro in automobile. È proprio
questa apparente ordinarietà a diventare universale, mostrando come la filosofia
possa nascere anche da una partita a calcetto, da una serata in discoteca o da
un giro senza una meta precisa. Particolarmente riuscita è anche la riflessione
sulla provincia. Il celebre verso “Due discoteche e centosei farmacie”
sintetizza un immaginario che molti italiani riconoscono immediatamente non come
semplice luogo geografico, ma come condizione esistenziale. Diversamente da
altri cantautori, come Guccini, che spesso raccontano la provincia come un luogo
da cui fuggire, negli 883 questa viene semplicemente abitata. Non c’è condanna
né idealizzazione, semmai sembra quasi essere la provincia a osservare e
giudicare chi la vive.
Il libro mette anche in evidenza un elemento che forse differenzia gli 883 da
altri cantanti o gruppi: nelle loro canzoni il centro emotivo non è tanto
l’amore quanto l’amicizia e sono gli amici a rappresentare il punto fermo nella
vita dei ragazzi, il perno attorno al quale ruota la loro esistenza, mentre
tutto il resto cambia. Anche i luoghi assumono un valore particolare: gli 883
narrano di spazi concreti nei quali le relazioni prendono forma e viene
spontaneo chiedersi se oggi, in un’epoca in cui gran parte della socialità passa
attraverso gli schermi, esistano ancora centri di aggregazione fisica. In alcune
pagine si sente il segno del tempo, alcune rappresentazioni delle donne, ad
esempio, appaiono inevitabilmente legate alla sensibilità degli anni Novanta e
Lammoglia non elude questo aspetto ma invita a leggere quei testi come documenti
rappresentativi di un certo periodo, senza indulgere né nella nostalgia acritica
né nella liquidazione frettolosa.
La filosofia degli 883 non è quindi una lettura per soli fan del duo pavese, ma
un invito a approcciarsi diversamente alla cultura popolare, senza per questo
attribuirle significati che non possiede. Lammoglia dimostra che filosofia e
musica non appartengono a mondi separati: entrambe cercano di dare un senso
all’esperienza quotidiana. Alla fine della lettura chiedersi se Max Pezzali e
Mauro Repetto possano o meno considerarsi filosofi perde importanza perché la
filosofia può trovare materia di riflessione ovunque gli esseri umani raccontino
se stessi, le proprie amicizie, i propri sogni e le proprie disillusioni. È
probabilmente questo il risultato più convincente del libro: far guardare con
occhi diversi canzoni e mondi che si crede di conoscere già.
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