Il documentario “Sarajevo Safari” e il libro “I cecchini del weekend” raccontano l’atroce vicenda dei serial killer protetti dalle autorità
La prima reazione spontanea è l’incredulità: non può essere vero. Persone
stimate, benestanti, di buona cultura e ottima posizione sociale disposte a
pagare l’equivalente di 100mila euro per andare in una città assediata, sparare
da una postazione in collina e uccidere impunemente civili innocenti, costretti
a uscire di casa per tentare di procurarsi un po’ d’acqua o qualcosa da dare da
mangiare ai figli. Se il bersaglio è un bambino, la preda più ambita, si
festeggia. Poi vengono le ragazze, meglio se belle adolescenti, poi le donne,
gli uomini e infine gli anziani: colpirli non è poi così difficile perché sono
meno veloci a correre a zigzag. Non stiamo parlando di un sociopatico esaltato a
caccia di musulmani, ma di centinaia di facoltosi e “insospettabili”
professionisti provenienti da numerosi Paesi europei. Per quanto riguarda
l’Italia, la cifra indicativa dei “cecchini del weekend” si stima sulle 200
unità. Cifra da moltiplicare per un numero non identificato di Paesi europei
coinvolti in questo atroce traffico di sangue umano. Ma l’elemento se possibile
più sconvolgente di questa vicenda è il fatto che sia stata insabbiata per oltre
trent’anni, malgrado le prime prove e testimonianze fossero a conoscenza di
organi dello Stato e pubblicate da alcuni importanti quotidiani già nel 1995.
A portare finalmente alla ribalta questa storia di serial killer protetti dalle
autorità sono stati un documentario e un libro inchiesta: “Sarajevo Safari” di
Miran Zupanič, uscito nel 2022, ma ignorato dalla distribuzione fino a pochi
mesi fa, e “I cecchini del weekend” di Ezio Gavazzeni, pubblicato per i tipi di
PaperFIRST nel marzo scorso e già giunto alla terza edizione. Il film e il libro
sono legati perché, come spiega Gavazzeni, proprio dalla notizia dell’esistenza
del documentario nell’autunno 2023 partì il suo interesse per la vicenda. Il
regista Zupanič fornì a Gavazzeni la possibilità di vedere il documentario (che
nessuna piattaforma europea aveva mai voluto acquistare) e il contatto di Edin
Subasič, ex uomo dei servizi di intelligence bosniaci che tentò di denunciare il
caso. Lo scrittore si prodiga da allora per scoprire la verità sulla strage di
civili e allo scopo ha formato un team composto anche dall’ex magistrato Guido
Salvini, dall’avvocato Nicola Brigida e dalla criminologa Martina Radice.
L’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica moderna europea, durò
1.425 giorni, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Le forze serbo-bosniache
guidate da Ratko Mladić e l’Armata Popolare Jugoslava circondarono la città,
intrappolando oltre 300mila civili e causando più di 11mila morti. Per questo e
altri crimini di guerra (tra cui il massacro di oltre 8mila musulmani bosniaci a
Srebrenica nel 1995) Mladić è stato condannato in via definitiva all’ergastolo
nel 2021.
In questi giorni il cinema Metropolis di Paderno Dugnano ha proiettato il
documentario e offerto al numeroso pubblico l’occasione di ascoltare e dialogare
con l’autore del libro. Proprio Ezio Gavazzeni nel gennaio 2025 ha depositato
alla Procura di Milano (luogo di origine di numerosi cecchini) un esposto che ha
dato origine in ottobre a un procedimento penale (n. 743/2025) affidato al
pubblico ministero Alessandro Gobbis. “Da ottobre a oggi – dice Gavazzeni –
quattro italiani sono stati iscritti nel registro degli indagati, ma è di pochi
giorni fa la notizia di una quinta persona, un nobile. Tutti i ‘clienti’ erano
di sesso maschile, molti abbastanza giovani, fra i 30 e i 40 anni. Devo
ammettere che speravo in qualche pentito, gente che a distanza di decenni
sentisse rimordere la coscienza magari dopo qualche traversìa personale. Invece
finora non è successo.”
Cinque procure di Italia, Bosnia, Svizzera, Austria e Belgio si sono incontrate
a fine giugno per unire le forze e confrontare le informazioni. Ezio Gavazzeni
spera che le inchieste siano presto cooptate sotto l’”ombrello” di Eurojust
(agenzia dell’Unione Europea per la cooperazione giudiziaria penale), che
riunisce pubblici ministeri e magistrati nazionali per coordinare le indagini e
facilitare l’estradizione e l’assistenza giudiziaria tra i diversi Stati
europei. “Ventitré Paesi – spiega lo scrittore – hanno chiesto l’apertura di
un’inchiesta europea. In autunno io testimonierò a Bruxelles, che è il luogo di
origine dell’organizzazione che gestiva il traffico, un’importante società di
security (quelle che forniscono i contractors nei teatri di guerra) con 55mila
dipendenti. In settembre andrò anche a Sarajevo, su invito del Comune che si
costituirà parte civile nel procedimento penale attraverso gli avvocati del mio
team e ciò ci consentirà di avere maggiori informazioni. Questo è anche
l’effetto della diffusione del libro, che sarà presto tradotto anche in russo.”
Sia “Sarajevo Safari” che “I cecchini del weekend” propongono al pubblico
importanti testimonianze di ex esponenti dei servizi segreti e di ex militari
che accompagnavano i “clienti” alle postazioni dei cecchini serbi sulle colline
intorno alla Sarajevo assediata o che sapevano dell’esistenza del traffico. Da
diverse fonti si apprende che già a fine ’93 i servizi segreti bosniaci avevano
informato il Sismi del “viavai di cecchini” dall’Italia a Sarajevo. Il Sismi
avrebbe informato a sua volta il Sisde. Dopo qualche mese quest’ultimo avrebbe
assicurato ai bosniaci che i killer erano stati identificati e il traffico
bloccato, ma in realtà nulla cambiò e le trasferte per uccidere proseguirono
fino alla fine del 1995. Inoltre grazie a un articolo dell’Ansa – che l’aveva
ottenuta da una fonte del Tribunale permanente dei popoli – già a metà anni ’90
fu diffusa la notizia dell’esistenza dei cecchini, ripresa con evidenza dal
Corriere della Sera e dalla Stampa di Torino. Anche un giornalista della Nazione
di Firenze dedicò un’inchiesta all’argomento. Tali articoli portarono
all’apertura di un procedimento penale poi però archiviato.
Ma come facevano i cecchini del weekend a conoscere la possibilità di
partecipare ai “safari umani”? “Sappiamo di ‘reclutatori’ mandati dalle potenti
società di security che lucravano sul traffico. Uno di questi reclutatori
‘stazionava’ in un bar di Garbagnate Milanese, un altro, ex Folgore, ‘riceveva’
il sabato mattina in un motel di Milano. Probabilmente la notizia circolava in
certi ambienti frequentati da cacciatori di alto livello (di quelli che pagavano
belle cifre per uccidere leoni o elefanti in Paesi africani che prevedono questa
possibilità) e da appassionati di armi. Si parla quindi di poligoni di tiro e
circoli ‘esclusivi’ in Nord Italia e in Svizzera. Gli ‘arcieri’ partivano poi da
Milano il venerdì mattina, in van o a volte su aerei privati, e rientravano la
domenica sera. Il giorno di ‘caccia’ era il sabato. Gli accompagnatori erano due
per controllarsi a vicenda ed evitare che i clienti si mettessero d’accordo con
uno di loro e mentissero sui bersagli colpiti per pagare meno”.
A chi gli chiede se ha mai ricevuto intimidazioni, l’autore dei “Cecchini del
weekend” replica: “Non minacce dirette. È un altro il meccanismo: screditare i
giornali o le persone che portano avanti l’inchiesta per toglierle mordente e
credibilità. Ma non siamo soli. Il 5 maggio per esempio il Times ha pubblicato
un articolo che da altre fonti conferma bersagli e cifre”.
A distanza di oltre 30 anni attendono giustizia migliaia di famiglie. Tra loro i
genitori di Irina, che raccontano in “Sarajevo Safari” della loro figlioletta
uccisa da un cecchino durante una breve passeggiata 4 giorni dopo il suo primo
compleanno.
Claudia Cangemi