Storia, fatiche e speranze del popolo chicano – messicani e nativi statunitensiHo cercato online uno specialista di orchidee perché mi dispiace ogni volta
vederle appassire lentamente e morire. L’esperta spiegava che il 90% vengono
malamente invasate in contenitori di plastica con un solo foro sul fondo (a
volte manca anche quello) e le loro lunghe radici vengono così tanto compresse
da stritorarle. Sebbene mostrino fiori dai colori sgargianti e dalla forma
perfetta, in verità stanno morendo per soffocamento. Per salvarle bisogna
liberarle dal vaso e ripulirle, tagliando con una forbice sterile la parte
radicale ormai secca. Sono piante robuste e si riprenderanno, ma “l’operazione è
da fare con cura e amore, perché non vogliamo creare loro altre ferite”. E
mentre parlava accarezzava le radici delle piantine.
Le radici del mondo vegetale le possiamo toccare e vedere, mentre altre, quelle
degli esseri che si muovono, sono immateriali, ma ciò non significa che non
siano forti e ben presenti. E quando vengono strappate, che sia per cattiveria,
ignoranza o interesse, il soggetto che subisce prova dolore. Bob Marley cantava
che i progenitori dei neri americani furono “stolen from Africa”; altri, come i
navajo o gli armeni, furono costretti a marce estenuanti per allontanarli dalla
loro terra; oggi si propone ai palestinesi l’“emigrazione volontaria”. E poi ci
sono altri popoli che vivono come le orchidee: le loro radici sono state
inscatolate e compresse nel bieco tentativo di farle morire. Uno di questi è il
popolo chicano.
Richy Guzman, giovane messicano americano e membro dei Brown Berets, mi ha dato
appuntamento a Tierra Mia Coffee, un locale chicano di Long Beach, a sud di Los
Angeles, con l’intenzione di farmi gustare un vero caffè al cioccolato messicano
e farmi vivere qualcosa della sua cultura. La sala è gremita da persone di ogni
età dal chiaro aspetto centro-americano e il frappé al marzapane è delizioso.
Sebbene si pensi alla California del sud come la terra delle star e dei
surfisti, anche il turista più distratto non può evitare di incontrare i
chicano; sono dietro le scrivanie degli uffici e alle casse dei supermercati, ti
assistono negli ospedali e nelle banche, li vedi nello specchietto retrovisore
della macchina. Sono, semplicemente, la maggioranza. Una maggioranza silenziosa,
pacifica e che si lamenta poco e forse per questo in pochi conoscono la loro
causa e la discriminazione di cui sono stati e sono ancora oggetto. Proviamo a
conoscerli attraverso le parole di Richy.
Sono cresciuto in una comunità a nord di Los Angeles, per il 98 % chicana; non
tutte le famiglie sono emigrate, alcuni sono messicani che vivono qui da
generazioni. Con mia sorella parlavo inglese, ma con i genitori era un segno di
rispetto usare lo spagnolo (fino agli anni Sessanta dello scorso secolo era
vietato). Nel quartiere succedeva la stessa cosa: tra noi ragazzi parlavamo in
inglese, con gli anziani in spagnolo. Ascoltavo la musica che piace a tanti
ragazzi, il punk-rock e mangiavo tacos e fajitas; per me quella era l’America e
la consideravo la mia patria. E invece nel momento stesso in cui mi sono
avventurato per il mondo, ho scoperto che vivevo in una bolla.
È faticoso riconoscersi come chicano?
Si, all’inizio lo è stato. La parola stessa è impegnativa, significa “non di
qua-non di là”; accettarla fino a diventarne orgogliosi è un processo che prende
tempo, che va a scavare nel profondo, che ti mette a nudo con te stesso. Tutti
noi chicano abbiamo subito un indottrinamento bianco e fino a un certo punto
della mia vita ero convinto di essere un messicano-americano alla pari degli
altri cittadini americani; invece, fuori dalla bolla, l’altra America mi parlava
come a un messicano forestiero, usando per altro tutti i più scontati cliché,
dai baffi alla musica mariachi. A volte, fingendo di scherzare, mi sono persino
sentito chiamare “wetback”(“schiena bagnata”, un termine denigratorio riferito a
chi entra di nascosto negli Stati Uniti attraversando il fiume che fa confine
con il Messico). Mai si permetterebbero simili libertà con un nero; così a un
certo punto ho realizzato che non importa quello che fai e quanto ti sforzi, la
maggior parte dei bianchi non ti vedrà mai come uguale a loro.
Raccontami dei Brown Berets.
Fu durante il servizio militare – sono stato in Marina per poter studiare
fotografia e giornalismo – che tante piccole cose che non tornavano, indizi che
negavo, composero un quadro chiaro. Dovetti accettare che non ero considerato
nello stesso modo di un cittadino americano bianco. Tornato a casa sentii un
gran bisogno di cercare le mie radici e incontrai i Brown Berets. Il gruppo è
nato nel 1967 per aiutare il popolo messicano e nativo a emanciparsi e a reagire
ai soprusi di cui erano vittime. Hanno fatto tanto per noi, tante battaglie; ad
esempio è merito dei B.B. se in California nelle scuole è incluso il pasto.
Prima era una spesa che le famiglie dovevano sostenere e per molte era
difficile. Crediamo molto nella comunità e ci poniamo totalmente al suo
servizio.
Si tratta di una comunità interamente nativa e messicana?
No, siamo tutti mischiati. Anche i B.B. non sono un gruppo chiuso, accogliamo
chiunque sia motivato a difendere e proteggere i più deboli dalle ingiustizie.
Nel nostro gruppo c’è una donna bianca che crede molto nella causa; è sposata
con un chicano, ma lui non ha voluto impegnarsi, mentre lei lo ha fatto e si
trova benissimo.
Che cosa succede con l’ICE? Danno da fare anche a voi?
Sì, l’ICE ci dà un bel po’ da fare, ma soprattutto la nostra America, quella
chicana, è costituita da nativi. In molti Stati dell’Ovest siamo la maggioranza,
quindi come possono dirmi che loro proteggono l’America? Di quale America stiamo
parlando?
E che cosa fate?
Come associazione offriamo sostegno economico e tutela legale e organizziamo
feste: andiamo in un parco, montiamo tendoni e mettiamo bancarelle con cibo,
vestiti, libri, gratuiti ovviamente, organizziamo giochi per bambini e facciamo
musica. Una vera festa, ma circondiamo l’area e la pattugliamo perché ICE non si
avvicini. Molti immigrati, intere famiglie, vivono segregati in casa; poter
uscire e svagarsi è importante per tutti. Nel Giorno del Ringraziamento è venuta
fuori una festa proprio bella.
Recentemente sono emerse scomode verità su César Chavez, un leader contadino che
negli anni Sessanta si è battuto per i diritti dei chicano. Alcune anziane
militanti lo hanno accusato di averle violentate da ragazze. Che cosa significa
questo per la causa chicana?
Assolutamente nulla. I B.B. da molti anni hanno preso le distanze da Chavez; i
politici (democratici) lo celebrano perché fa loro comodo, ma in pochi sanno che
già a quei tempi le sue rivendicazioni erano limitate ai contadini residenti e
cittadini. Chavez era contrario all’immigrazione e sosteneva che i braccianti
venivano a rubare il lavoro. Questo fatto recente è solo un’ulteriore
testimonianza che non era un uomo integro. Diversi gruppi di B.B. hanno emesso
comunicati in cui si dichiara che “siamo vicini a Dolores Huerta e a tutte le
donne che vorranno uscire dall’oblio. La verità va sostenuta e il nostro compito
di tenere alta la fiaccola della causa chicana è diventato ancora più
importante.
È venuto il momento di salutarci. Ci abbracciamo calorosamente. Potrei essere un
moscerino al cospetto di Richy, che ha la struttura tipica dei messicani nativi,
spalle imponenti e un petto maestoso; impossibile per me abbracciarlo tutto.
Mentre guido nel traffico rifletto. Ci sono popoli, come il mio, che secoli fa
hanno elaborato la consapevolezza di diventare un popolo e riconoscersi in un
territorio e infatti studiamo il Risorgimento; pensiamo mai che ce ne sono altri
che stanno oggi elaborando le proprie radici? Chi sono? Da dove vengono? Che
cosa gli corrisponde?
Il caso dei chicano è particolarmente interessante perché rappresentano un
popolo, e lo dicono i numeri, antico e giovane nello stesso tempo. Il loro sogno
è di poter celebrare come patria quella che chiamano Aztlan, “la nostra terra
indigena” (Richy mi mostra il nome scritto a caratteri cubitali e colorato sulla
maglietta che indossa). È sbagliato? Non ci siamo noi liberati da secoli di
dominazioni? Un popolo non prende forma in un giorno, è un fenomeno complesso e
stratificato. È Richy a propormi questa visione e si dimostra ben conscio di
vivere in un multiculturalismo che potrebbe essere un bene, se non fosse che una
parte è cieca.
Sempre recentemente ho scambiato due chiacchiere con due simpatiche signore
bianche dagli occhi azzurri e lucenti. Erano state in Italia e ammiravano la
nostra storia e i muri spessi delle nostre case e si lamentavano dicendo che
loro hanno una storia così breve. No, signore care, in questa immensa terra
millenni fa i pueblo costruivano splendidi villaggi a più piani in adobe,
mattoni robusti che proteggono dal caldo e dal freddo. Quando i vostri
progenitori sono arrivati questa terra non era vuota e possedeva già una lunga
storia.
Marina Serina