Cittadinanza spagnola ai Sahrawi: un passo avanti che lascia irrisolto il diritto all’autodeterminazione
La decisione del Congresso dei Deputati di Madrid può cambiare concretamente la
vita di decine di migliaia di sahrawi. Tuttavia, mentre si restituisce una
cittadinanza storicamente negata, il diritto collettivo all’autodeterminazione
di un popolo colonizzato resta senza risposta e l’ingiustizia di fondo rimane
irrisolta.
Il 10 settembre il Congresso spagnolo ha approvato una proposta di legge che
consente ai sahrawi nati nel Sahara Occidentale sotto amministrazione spagnola
(prima del 29 settembre 1977) e ai loro discendenti di primo grado di accedere
alla cittadinanza spagnola tramite una procedura straordinaria. È una svolta di
grande impatto umano e civile, ma va letta all’interno di una storia complessa
che dura da cinquant’anni, segnata da responsabilità storiche, promesse
internazionali non mantenute e violazioni dei diritti umani.
Che cosa prevede la normativa e quali sono i suoi limiti
La misura non rappresenta un’assegnazione automatica e generalizzata della
cittadinanza a tutta la popolazione sahrawi. Riguarda specificamente chi è nato
nel territorio prima della fine dell’amministrazione de facto della Spagna e i
parenti diretti. Per i sahrawi legalmente residenti in Spagna, la legge riduce
inoltre a due anni il tempo necessario per la naturalizzazione. Le stime parlano
di una platea potenziale di oltre 100.000 persone.
Non si tratta, dunque, di un riconoscimento esteso indistintamente a chiunque:
un giovane sahrawi nato nei campi profughi algerini da genitori nati dopo il
1977 non rientrerà automaticamente nei parametri previsti. Ciononostante, per le
persone coinvolte il valore pratico è inestimabile: uscire dallo status di
apolidia o di estrema precarietà giuridica, ottenere la libertà di movimento, di
studio e di lavoro nell’Unione Europea e disporre di una tutela legale prima
inesistente.
La contraddizione della Spagna: riparazione individuale e abbandono politico
La proposta di legge arriva da quello Stato che ha amministrato il Sahara
Occidentale fino al ritiro del 1975-1976, avvenuto a seguito degli Accordi
Tripartiti di Madrid e dell’invasione marocchina (la “Marcia Verde”). La Spagna
abbandonò il territorio senza completare il processo di decolonizzazione
prescritto dalle Nazioni Unite, lasciando il popolo sahrawi esposto
all’occupazione militare.
L’iniziativa sulla cittadinanza assume un contorno fortemente paradossale se
confrontata con gli indirizzi di politica estera adottati di recente dal governo
spagnolo. Nel marzo 2022, il Presidente del Governo Pedro Sánchez ha compiuto
una svolta storica, abbandonando la tradizionale posizione di neutralità attiva
e di adesione ai piani ONU per definire la proposta di autonomia avanzata dal
Marocco nel 2007 come la base “più seria, credibile e realistica” per la
risoluzione del conflitto.
Il piano autonomista marocchino parte dal presupposto invalicabile della
sovranità del Regno del Marocco sul Sahara Occidentale, escludendo a priori
l’opzione dell’indipendenza. Riconoscendo la cittadinanza su base individuale,
la Spagna compie dunque un atto di riparazione storica verso singoli individui,
ma continua sul piano diplomatico a sostenere un’ipotesi politica che nega
l’esercizio del loro diritto collettivo all’autodeterminazione.
Il referendum mancato e l’impasse della MINURSO
Secondo il diritto internazionale e le risoluzioni dell’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite, il Sahara Occidentale figura ancora oggi nell’elenco dei
“Territori non autonomi” in attesa di completare la decolonizzazione.
Nel 1991, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU istituì la MINURSO (Missione delle
Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale) con il mandato preciso
di organizzare e vigilare su una consultazione referendaria libera ed equa. I
sahrawi avrebbero dovuto scegliere chiaramente tra l’indipendenza e
l’integrazione con il Marocco.
Quel referendum, tuttavia, non è mai stato celebrato. Per oltre trent’anni la
consultazione è stata bloccata da continue controversie sull’identificazione del
corpo elettorale, dal boicottaggio politico e dai mutamenti geopolitici
internazionali. Negli anni, i tentativi di mediazione e le risoluzioni del
Consiglio di Sicurezza hanno gradualmente affievolito la centralità del
referendum, spingendo verso la ricerca di una “soluzione politica reciprocamente
accettabile”, di fatto congelando il diritto all’autodeterminazione espresso
dalle risoluzioni originarie.
Una popolazione divisa tra l’amarezza dei campi e la repressione nei territori
occupati
Cinquant’anni di mancata decolonizzazione hanno spezzato la società sahrawi in
due realtà drammatiche e speculari:
1. I campi profughi di Tindouf (Algeria): Circa 170.000 persone vivono da
decenni in uno degli ambienti deserto-rocciosi più ostili del pianeta
(l’Hamada algerina). Intere generazioni sono nate e cresciute nei campi,
dipendendo quasi interamente dall’aiuto umanitario internazionale, i cui
tagli recenti mettono a rischio la sicurezza alimentare e l’accesso ai
servizi base. In questa realtà di esilio forzato, la speranza di un ritorno
si scontra quotidianamente con la rassegnazione politica e la precarietà
economica.
2. I territori occupati del Sahara Occidentale: I sahrawi rimasti sotto il
controllo del Marocco vivono in un contesto segnato da continue denunce da
parte di organizzazioni internazionali per i diritti umani (come Amnesty
International e Human Rights Watch). Sono documentate violazioni
sistematiche: restrizioni alla libertà di espressione e di associazione,
arresti arbitrari, torture nei confronti di attivisti indipendentisti,
processi non equi e la repressione di qualsiasi manifestazione pacifica. A
ciò si aggiunge lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio
(fosfati e pesca) senza il consenso della popolazione autoctona.
Una tutela individuale per gli attivisti?
L’acquisizione della cittadinanza spagnola introduce un elemento inedito sul
piano del diritto internazionale. Un sahrawi residente nei territori occupati
che dovesse ottenere il passaporto spagnolo diventerebbe a tutti gli effetti un
cittadino dell’Unione Europea.
Ove subisse arresti, persecuzioni o violazioni dei propri diritti fondamentali
da parte delle autorità di occupazione marocchine, la sua situazione creerebbe
un vincolo giuridico e un obbligo di protezione diplomatica da parte di Madrid.
Pur non garantendo uno scudo automatico contro gli abusi, questa condizione
potrebbe offrire agli attivisti dei diritti umani un nuovo e più forte strumento
di visibilità e tutela di fronte alla comunità internazionale.
Conclusione: un diritto fondamentale non si sostituisce con un passaporto
La nuova legge approvata dal Congresso spagnolo è indubbiamente una notizia
positiva per decine di migliaia di persone che vedono riconosciuto un pezzo
della propria storia personale e una via d’uscita dall’invisibilità burocratica.
Tuttavia, esiste il concreto rischio politico che la questione del Sahara
Occidentale venga progressivamente declassata da vertenza di decolonizzazione e
autodeterminazione a pura emergenza umanitaria e gestione di diritti
individuali.
Una riparazione formale sui documenti d’identità non può esaurire il debito
morale e politico della Spagna, né sostituire l’applicazione delle risoluzioni
ONU. Il diritto di viaggiare o di risiedere nell’Unione Europea non equivale al
diritto di decidere liberamente sul futuro della propria terra. Senza
l’esercizio effettivo dell’autodeterminazione, la questione sahrawi rimarrà una
ferita aperta nel diritto internazionale.
Paolo Mazzinghi