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Hormuz, sindacati dei trasporti marittimi e marinai
I media aziendali preferiscono parlare di Donald Trump con una frequenza giornaliera che ha da tempo superato quella di altri intrattenitori: la guerra tra USA e Israele contro l’Iran, il petrolio – dove coloro che hanno aiutato a mettere Trump alla Casa Bianca ottengono un ottimo ritorno sul loro investimento […] L'articolo Hormuz, sindacati dei trasporti marittimi e marinai su Contropiano.
April 20, 2026
Contropiano
Abusi sistematici sui migranti in Libia: un rapporto delle Nazioni Unite
Il rapporto  “Business as Usual: Human Rights Violations and Abuses against Migrants, Asylum-Seekers, and Refugees in Libya“, pubblicato congiuntamente dall’UNSMIL e dall’OHCHR, mette in luce le modalità con cui sono state perpetrati – in condizioni di impunità – violazioni dei diritti umani e abusi nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Libia nel corso del 2024 e del
Abiti Puliti: campagne, appuntamenti e libri
Quel che possiamo fare noi. C’è una domanda che ci sentiamo fare spesso: “Ma comprare di seconda mano è sufficiente?” È una domanda onesta, e merita una risposta onesta. Ce la offre un report di Südwind — partner tedesco della Clean Clothes Campaign — che abbiamo trovato così utile da volerlo condividere. Si intitola «Swipe, Sell, Sustain? What Second-Hand Fashion Can
Roma, sabato 28 marzo: cittadin3 mai più invisibili
La marcia partita dal Colosseo confluisce nella grande manifestazione No Kings. Sabato 28 marzo centinaia di persone hanno sfilato dal Colosseo a Piazza della Repubblica per chiedere diritti, permesso di soggiorno e la chiusura dei CPR, confluendo poi nella grande manifestazione No Kings. Coperte termiche sulle spalle, cartelli, bandiere e uno striscione che recitava “CITTADIN3 MAI PIÙ INVISIBILI”. Si è svolta sabato 28 marzo la “Marcia degli e delle Invisibili“, partita alle 12 dal Colosseo e conclusa a Piazza della Repubblica, dove è confluita nello straripante corteo No Kings che nel pomeriggio ha attraversato il centro della capitale fino a bloccare la tangenziale est. A promuovere la marcia è stata una rete composita di associazioni, collettivi, sindacati e Ong, uniti da un’agenda antirazzista costruita in anni di mobilitazione. Tra le persone scese in piazza i braccianti dell’Agro Pontino e del Foggiano, i cittadini bengalesi truffati dal decreto flussi e tante lavoratrici e lavoratori indispensabili all’economia italiana ma invisibili al sistema di tutele e garanzie. «Invisibili sono le persone di origine straniera, gli immigrati, i rifugiati, utilizzati in questi anni solo a scopo di propaganda elettorale», ha spiegato Filippo Miraglia di Arci Immigrazione, tra i promotori della marcia. Una invisibilità, ha sottolineato, prodotta deliberatamente: «Questo governo ha legiferato solo per produrre razzismo e irregolarità». Le storie che hanno camminato in corteo raccontano meccanismi precisi. I cittadini bengalesi truffati dal decreto flussi si sono ritrovati senza lavoro e senza permesso di soggiorno, costretti a lavorare in nero e in condizioni di sfruttamento. Ma anche chi i documenti ce li ha non se la passa meglio: ogni rinnovo, ogni cambio di lavoro diventa una potenziale trappola burocratica, in una precarietà strutturale che rende le persone ricattabili e prive di tutele reali. I braccianti lavorano per pochi euro all’ora con orari massacranti, vivono nei ghetti e chiedono da tempo alloggi dignitosi e un salario minimo al di sopra della soglia di povertà. L’agenda della marcia è stata anticipata dal testo di indizione. La prima rivendicazione, quella più visibile, riguarda la chiusura dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio con lo striscione “Stop lager” del Network Against Migrant Detention, una rete transnazionale che lotta per l’abolizione della detenzione amministrativa e la chiusura di tutti i CPR, compresi quelli in territorio albanese previsti dal Protocollo siglato dal governo Meloni con Tirana. La critica si è allargata poi a tutti gli accordi con cui l’Unione Europea e l’Italia hanno scaricato sui Paesi terzi il “lavoro sporco” nella gestione dei flussi migratori: dal Memorandum con la Libia a quello con la Tunisia, fino a quelli che saranno previsti per effetto della nuova Direttiva rimpatri. Intese che producono solo violenza, morti e deportazioni, in reiterata violazione dei diritti fondamentali. Le coperte termiche indossate in corteo hanno richiamato il soccorso in mare, quello che le politiche europee ostacolano e che il decreto Piantedosi criminalizza. Da qui la richiesta di un programma europeo permanente di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, affidato agli Stati, e la fine della persecuzione giudiziaria delle ONG che operano nelle acque internazionali e in particolare nel Mediterraneo. Molto sentita in piazza è stata anche la denuncia del decreto flussi, considerato una “truffa di Stato”. Migliaia di persone pagano cifre enormi per ottenere un visto di ingresso ritrovandosi poi in Italia senza documenti e lavoro. Occorre uscire dal circolo vizioso “quote previste-click day”, per andare verso percorsi di ingresso regolari indipendenti per ricerca lavoro e una regolarizzazione permanente per chi ha già costruito legami lavorativi e affettivi in Italia. L’esempio che è possibile mettere in campo politiche diverse è quello della regolarizzazione spagnola. Sul fronte della cittadinanza la posizione è stata ugualmente chiara: chi nasce in Italia, chi ci cresce, chi ci vive e lavora da anni non può dipendere dalla discrezionalità politica del governo di turno. Il corteo ha rilanciato come priorità non rinviabile la riforma della legge sulla cittadinanza e l’attuazione dello ius soli. Altrettanto sentita è la denuncia della profilazione razziale e degli abusi da parte delle forze dell’ordine che negli ultimi anni hanno visto un’escalation molto preoccupante con violenze e uccisioni. Un fenomeno di razzismo sistematico e impunità documentato e denunciato anche da ECRI, la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza e che rimane spesso invisibilizzato. In Piazza Esquilino, poco prima della conclusione del percorso e di confluire nella manifestazione No Kings, i/le manifestanti si sono seduti per terra in un flash mob per scandire collettivamente le proprie richieste. Per chi ha sfilato, la posta in gioco va oltre questa singola marcia: la sfida collettiva sarà quella di riportare la questione migratoria e dei diritti delle persone migranti e/o con background migratorio al centro del dibattito pubblico e del movimento, sottraendola una volta per tutte alla propaganda del governo.       Melting Pot Europa
March 30, 2026
Pressenza
La schiavitù, il voto alle Nazioni Unite e l’Occidente che non vuole fare i conti con il colonialismo
Il 25 marzo 2026 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi e la schiavitù razziale degli africani come il più grave crimine contro l’umanità, per la sua scala, la sua durata, la sua brutalità e per le conseguenze che continuano ancora oggi. La risoluzione è passata con 123 voti a favore, 3 contrari e 52 astensioni. Il nuovo mondo avanza, mentre il vecchio ostinatamente lo rifiuta destinandosi a ripetere gli errori e gli orrori del passato. Il colonialismo non appartiene solo alla storia: continua a influenzare i rapporti economici, giuridici e politici del presente. La risoluzione è stata presentata da decine di Paesi africani, caraibici e latinoamericani. Hanno chiesto scuse ufficiali, restituzione dei beni culturali, risarcimenti, giustizia riparativa. Il senso è profondo, i crimini contro l’umanità non possono essere archiviati come se appartenessero a un altro mondo, perché le loro conseguenze strutturano ancora il mondo di oggi. La maggioranza dell’Assemblea ha votato a favore. Ma i tre paesi che hanno votato contro – Stati Uniti, Israele e Argentina – e i cinquantadue che si sono astenuti – tra cui tutte le principali nazioni con una storia compromessa sul piano colonialista, dall’Unione Europea al Regno Unito, dal Canada al Giappone – hanno motivato la loro posizione con tre argomenti giuridici: non bisogna creare gerarchie tra crimini contro l’umanità; il diritto internazionale non è retroattivo; non esiste un obbligo legale di risarcimento per fatti che all’epoca non erano formalmente illegali. Sono argomenti che sembrano tecnici, ma in realtà sono profondamente politici e rivelano qualcosa di più: chi oggi rifiuta di fare i conti con la storia è spesso lo stesso che, nel presente, sta riscrivendo le regole per produrre nuove forme di esclusione. Dire che non si devono creare gerarchie tra crimini contro l’umanità è formalmente corretto, ma la tratta transatlantica e la schiavitù razziale non furono solo una serie di crimini: furono un sistema giuridico ed economico mondiale durato quattro secoli, che ha organizzato la divisione del lavoro tra continenti, l’accumulazione di ricchezza, la costruzione degli Stati moderni e delle gerarchie razziali globali. Riconoscerne la specificità storica non significa stabilire una classifica del dolore, ma riconoscere la natura sistemica di quel crimine. Dire che il diritto non è retroattivo è un principio fondamentale del diritto penale, pensato per proteggere gli individui da leggi arbitrarie, ma qui non si tratta di processare individui vissuti secoli fa. Si tratta di responsabilità storiche, economiche e politiche di Stati e istituzioni che esistono ancora oggi e che su quel sistema hanno costruito parte della propria ricchezza. Non si parla di retroattività penale, ma di giustizia riparativa, che nella storia è già esistita in molti casi: dalle riparazioni pagate dalla Germania dopo il nazismo agli indennizzi per le vittime dell’apartheid. Dire che non esiste un obbligo legale di risarcimento è un’affermazione politicamente rivelatrice, perché il diritto internazionale non è immutabile: cambia nel tempo, si costruisce attraverso trattati, sentenze, risoluzioni e rapporti di forza. Dire che non esiste un obbligo significa, in realtà, dire che non si vuole che quell’obbligo esista. È una scelta politica presentata come necessità giuridica. Il voto all’ONU, quindi, non è stato solo un voto sul passato. È stato un voto su come leggere il presente. Prendiamo l’Italia, che si è astenuta come il resto dell’Unione Europea. Negli ultimi anni sono state introdotte norme che consentono di vietare l’ingresso di imbarcazioni in acque italiane in caso di “pressione migratoria eccezionale”. Ma quando l’eccezione diventa la regola, il diritto diventa discrezionale e la discrezionalità diventa sospensione permanente dei diritti. Le organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo lo ripetono da anni: queste politiche non servono a gestire i flussi, servono a impedire i soccorsi. Il risultato? Aumentano i morti in mare. Dal 2014 a oggi, secondo le organizzazioni internazionali che monitorano le migrazioni, le persone morte o scomparse nel Mediterraneo sono decine di migliaia, ma il numero reale è certamente molto più alto, perché non si contano i corpi che restano in fondo al mare né le persone che muoiono nei centri di detenzione libici prima ancora di arrivare alla costa. E proprio in Libia l’Europa è presente con finanziamenti, accordi, addestramento e motovedette. Negli ultimi anni organizzazioni giuridiche e gruppi di avvocati internazionali hanno presentato alla Corte Penale Internazionale denunce che accusano funzionari europei di complicità nei crimini contro i migranti detenuti in Libia: rapimenti, torture, stupri, lavoro forzato. Nel frattempo, sulla terraferma, dentro i confini dell’Unione Europea, esiste un altro sistema che è assimilabile a una nuova forma di schiavitù: il caporalato. Non è relegato in centri di detenzione libici, ma nelle campagne, nei capannoni, nei magazzini della grande distribuzione. In Italia centinaia di migliaia di lavoratori agricoli, in gran parte migranti, lavorano in condizioni di sfruttamento estremo: paghe da pochi euro l’ora, giornate di lavoro senza orari, alloggi degradati, dipendenza totale dal caporale per il trasporto, il cibo, perfino l’acqua. Secondo diverse stime, il lavoro irregolare e lo sfruttamento in agricoltura muovono ogni anno decine di miliardi di euro e costituiscono una parte strutturale di intere filiere produttive. Situazioni analoghe si riscontrano anche nell’edilizia, nella logistica, nel lavoro dei rider e dei facchini della grande distribuzione. Negli ultimi mesi, in Italia, il governo ha portato avanti una riforma della giustizia che molti magistrati e giuristi hanno interpretato come un tentativo di indebolire l’indipendenza dei pubblici ministeri, cioè di coloro che indagano su corruzione, sfruttamento del lavoro e rapporti tra politica e interessi economici. Il referendum si è tenuto il 22 e 23 marzo. La riforma è stata bocciata. Non è stato solo un voto tecnico sulla giustizia: è stato anche un voto sul controllo di legalità in un Paese in cui le grandi inchieste su caporalato, appalti e sfruttamento toccano interessi economici enormi. Il voto all’ONU, le astensioni occidentali, le politiche migratorie, la Libia, il caporalato, lo scontro sulla magistratura non sono fatti separati. La storia non cambia sostanza, cambia forma. E la parola “clandestino” è la prova: serve oggi a fare ciò che la legge coloniale faceva con altri nomi. La risoluzione dell’Assemblea Generale sancisce che la schiavitù fu un sistema che trasformò gli esseri umani in proprietà e la violenza in norma. Oggi quella trasformazione non avviene più attraverso il diritto di proprietà sugli esseri umani, ma attraverso la produzione di persone senza diritti: il migrante che può essere lasciato morire in mare, il lavoratore irregolare che può essere sfruttato senza tutele, la solidarietà che può essere criminalizzata, la tortura che può essere esternalizzata fuori dai confini geografici e giuridici. Ridurre la schiavitù a un crimine è limitante; fu un sistema economico, giuridico e politico globale. E quando un sistema produce masse di persone prive di diritti, ricattabili, sfruttabili, respingibili, detenibili senza garanzie, la domanda che la storia ci pone è inevitabile: basta cambiare la forma di un sistema per dire che è cambiata anche la logica su cui si regge? Scriveva Pier Paolo Pasolini: “La porta della storia è una porta stretta: infilarsi dentro costa una spaventosa fatica; c’è chi rinuncia e chi non rinuncia ma male e tira fuori il cric dal portabagagli e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità”. Senza una riforma dell’ordine internazionale, la logica conseguenza dice che il passaggio non sarà pacifico. E allora noi occidentali siamo sicuri di volerci assumere questa grave responsabilità storica?     Herta Manenti
March 26, 2026
Pressenza
Un Altro Salento. Carta non solo turistica
Siamo abituati al racconto del Salento come luogo idilliaco, alla narrazione romantica fatta di scorci magnifici, sabbie dorate, erbette di campo e ricci di mare, anziani sorridenti e giovani abbronzati. Ma le cose stanno davvero, soltanto, così? C’è una nuova mappa (non solo) turistica del Salento. Non mostra gli attrattori, le cose belle, le chicche di un territorio di grande
Il Proletariato ha le Piume
di Paperino. Monologo raccolto da Fabrizio Melodia (*). A seguire un percorso – molto serio – di letture. Prendetela come una «scor-data» per i 90 anni di Donald Duck.   Mi chiamo Paperino. Sono un lavoratore. Forse mi conoscete. Forse avete riso delle mie disavventure, delle mie esplosioni di rabbia, dei miei fallimenti continui. Forse pensate che io sia semplicemente
Riders in sciopero in tutta Italia
“Si lavora per vivere, non per sopravvivere”. Con questo slogan, diventato ormai un simbolo della battaglia dei ciclofattorini, migliaia di riders sono scesi in piazza sabato 14 marzo in oltre 30 città italiane, in occasione della giornata di mobilitazione nazionale indetta dalla Nidil Cgil per chiedere diritti, salari dignitosi e tutele contro lo sfruttamento che ancora caratterizza il settore del food delivery. https://www.facebook.com/NIdiLCGIL La manifestazione romana ha riempito piazza Re di Roma a partire dalle 11, con decine di riders di Glovo e Deliveroo che hanno esposto cartelli, slogan e i pannelli termici usati per le consegne trasformati in strumenti di protesta. Condizioni di lavoro estreme: “Turni da 10 ore e 2 euro a consegna” La denuncia dei lavoratori riguarda turni massacranti – fino a 10 ore al giorno per 6 o 7 giorni alla settimana – e compensi che oscillano tra 2 e 4 euro a consegna, lontani da un salario ritenuto dignitoso dalla Costituzione. Lo ha ribadito da Roma la segretaria confederale Cgil Francesca Re David, parlando di “salari sotto la soglia di dignità” e di condizioni che espongono i riders a precarietà, zero tutele e rischi quotidiani. La mobilitazione arriva a pochi giorni dall’inchiesta della Procura di Milano, che ha portato al controllo giudiziario di Deliveroo e a gravi accuse per Glovo e le piattaforme coinvolte, accusate di mantenere migliaia di lavoratori in condizioni assimilabili al caporalato digitale. Le foto delle manifestazioni in tutta Italia Le richieste: contratto nazionale, tutele e fine del cottimo La Cgil chiede l’applicazione del Contratto collettivo nazionale Merci e Logistica, che garantirebbe ai riders non solo aumenti salariali, ma anche ferie retribuite, malattia, infortuni, tredicesima, quattordicesima e Tfr. Secondo i sindacati, un rider full time potrebbe arrivare a percepire circa 2.200 euro lordi al mese, contro gli attuali 1.200–1.500, spesso frutto di oltre 10 ore quotidiane in sella. “Serve un salto di qualità – spiega Simone Cioncolini della Nidil Cgil – per uscire dalla povertà lavorativa e garantire una vita dignitosa anche ai lavoratori migranti, che rappresentano una parte importante della categoria”. Un settore esploso negli ultimi anni Roma è una delle città con il maggior numero di riders: circa 7.000, una cifra in forte aumento rispetto ai 2.000 presenti cinque anni fa, complice la crisi economica e la crescita dei servizi di consegna esplosi durante la pandemia. Ogni giorno i ciclofattorini percorrono chilometri su bici o scooter, regolati da un algoritmo che decide tempi, distanze, punteggi e compensi. “È inaccettabile che il lavoro sia dominato da un’intelligenza artificiale che assegna turni e paghe senza trasparenza”, denuncia la Cgil.   Volantinaggi e iniziative diffuse nei punti caldi della città Oltre alla piazza, i riders hanno organizzato volantinaggi nei punti strategici di Roma dove solitamente si radunano in attesa degli ordini: piazza Vittorio, Termini, via La Spezia, via Appia e via Tuscolana. Obiettivo: spiegare direttamente ai clienti le ragioni della protesta e denunciare le storture del sistema. L’inchiesta di Milano: un’occasione per cambiare il settore Per la Cgil, l’inchiesta di Milano e la mobilitazione nazionale rappresentano “un’occasione storica” per avviare un cambiamento strutturale nel settore del food delivery e costringere anche Glovo e Deliveroo a riconoscere contratti veri, sul modello Just Eat, l’unica azienda che ha già firmato il contratto della logistica. “Basta sfruttamento”, hanno ribadito in coro i lavoratori in piazza Re di Roma, chiedendo che il Parlamento recepisca la direttiva europea sulle piattaforme e che il governo intervenga per mettere fine al cottimo digitale. Rete #NOBAVAGLIO
March 15, 2026
Pressenza