Naama Asfari, Abu Safiya, Barghouti: «Nessuno è libero finché anche un solo uomo al mondo sarà in catene»
Dalla «Battaglia per la Dignità» del Sahara Occidentale alle mobilitazioni
internazionali: il filo rosso dell’arbitrio di Stato e l’esigenza di una
solidarietà universale.
Il grido dell’attivista afroamericana per i diritti civili Fannie Lou Hamer
risuona oggi con spietata attualità nelle celle oscure di mezzo mondo. È la
medesima consapevolezza che nel 1967, nel suo discorso alla Southern Christian
Leadership Conference, portò Martin Luther King Jr. a ribadire un principio
etico universale: «Un’ingiustizia commessa ovunque è una minaccia alla giustizia
ovunque». In un’epoca segnata dal progressivo sgretolamento del diritto
internazionale e dalla normalizzazione della prepotenza e sopruso di alcuni
potenti, le parole di Hamer e Martin Luther King cessano di essere semplici
citazioni per trasformarsi in una bussola d’azione politica ed etica
improrogabile.
Non è un caso che esiste una linea di continuità tra le diverse latitudini del
dissenso punito, partendo dall’estrema protesta di Naama Asfari nel Sahara
Occidentale occupato dal Marocco, per ricongiungerla ai soprusi sul Dottor
Hussam Abu Safiya di Gaza, Marwan Barghouti in Cisgiordania, Narges Mohammadi in
Iran, Ilham Tohti in Cina e Alaa Abd El-Fattah in Egitto. Non si tratta di
accostamenti casuali, ma della denuncia di un sistema globale di repressione del
libero pensiero e del dissenso che utilizza la privazione arbitraria della
libertà come strumento per annientare la dignità umana e la ricerca della
giustizia.
Naama Asfari e la «Battaglia per la Dignità» nel Sahara Occidentale
Naama Asfari, attivista saharawi per i diritti umani e vicepresidente del
Comitato per les Libertés et le Respect des Droits Humains au Sahara Occidental
(CORELSO) è stato incarcerato nel 2010 alla vigilia dello sgombero violento del
campo di protesta di Gdeim Izik, Asfari ed è stato condannato a 30 anni di
reclusione da un tribunale militare marocchino. Una sentenza emessa al termine
di un procedimento privo di garanzie processuali e fondato unicamente su
confessioni estorte sotto tortura.
Oggi Naama Asfari sta conducendo nel carcere di Kenitra quella che egli stesso
ha definito la «Battaglia per la Dignità»: uno sciopero della fame a oltranza
giunto ormai al secondo mese. Con un corpo fortemente debilitato e una perdita
di oltre nove chilogrammi, Asfari ha spinto la propria protesta fino a rifiutare
ogni interazione con il medico penitenziario e a rinunciare all’ora d’aria,
denunciando l’ipocrisia delle visite del Consiglio Nazionale Marocchino per i
Diritti Umani (CNDH), un organo privo di indipendenza e asservito al Makhzen
marocchino.
Le sue richieste sono nitide e sostenute dai massimi organismi internazionali:
l’immediata attuazione delle decisioni del Comitato delle Nazioni Unite contro
la Tortura (CAT) e del Parere n. 23/2023 del Gruppo di Lavoro ONU sulla
Detenzione Arbitraria (WGAD). Tali organismi hanno accertato la natura
illegittima della condanna del gruppo di Gdeim Izik, ordinando la liberazione
immediata dei detenuti, il risarcimento dei danni e il loro trasferimento nelle
carceri del Sahara Occidentale, vicini alle famiglie.
Attorno ad Asfari si è mobilitata la campagna internazionale «OraLiberi –
FreeNow», promossa dalla Rete Saharawi e dal movimento di solidarietà italiano e
internazionale. In Spagna, la formazione politica Sumar ha presentato al
Congresso dei Deputati un’iniziativa per esigere che il governo di Madrid
intervenga presso Rabat affinché vengano applicate le Regole Nelson Mandela e
autorizzate le visite dell’Alto Commissariato ONU, della Croce Rossa e del
Relatore Speciale sulla Tortura. A questa battaglia si affianca da oltre
quindici anni la straordinaria testimonianza di sua moglie, l’attivista francese
Claude Mangin-Asfari, a cui il regime marocchino impedisce l’ingresso nel Paese
e qualsiasi contatto visivo con il marito dal 2019, concedendole solo brevi e
contingentate telefonate di pochi minuti.
La trama comune della repressione: gli schemi del potere autoritario
L’esperienza di Naama Asfari non costituisce un fatto isolato, ma si inserisce
in una matrice repressiva globale analoga e strutturata. Analizzando i
differenti contesti geopolitici, emergono sei pilastri sistematici mediante i
quali gli Stati neutralizzano il dissenso:
* Uso della «Legge» come Arma (Lawfare) e Norme Emergenziali: i governi
raramente ammettono di detenere prigionieri per motivi politici; utilizzano
invece leggi dalla definizione vaga (sicurezza nazionale, lotta al
terrorismo, notizie false) per trasformare il dissenso in reato comune.
* Detenzione Amministrativa e Incommunicado: il rifiuto di formulare accuse
ufficiali per mesi o anni e l’isolamento prolungato senza contatti con
familiari, avvocati o medici di fiducia vengono usati come strumento di
coercizione psicologica.
* Tribunali Non Indipendenti o Militari: l’impiego di corti speciali o militari
per giudicare civili viola il principio fondamentale del giusto processo e
della terzietà del giudice.
* Estorsione di Confessioni tramite Tortura: l’uso di maltrattamenti fisici,
privazione del sonno e tortura psicologica per estorcere confessioni usate
poi come unica prova nei processi.
* Negazione dell’Assistenza Medica (Medical Neglect): la privazione deliberata
di cure adeguate viene impiegata come ulteriore strumento di punizione ed
estorsione.
* Ostacolo alle Organizzazioni Neutrali: il blocco sistematico dell’accesso
alle prigioni opposto al Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) e
ai relatori speciali dell’ONU.
Una mappa delle detenzioni arbitrarie: da Gaza, al Sahara Occidentale a Pechino
La campagna per Naama Asfari si rispecchia nelle mobilitazioni nate a sostegno
di altri difensori dei diritti o comunque personaggi illegalmente detenuti
stritolati dai medesimi ingranaggi:
* Hussam Abu Safiya (Gaza / Israele): pediatra e direttore dell’ospedale Kamal
Adwan nel nord di Gaza, arrestato nel dicembre 2024 durante un blitz
israeliano. È trattenuto senza accuse né processo in virtù della Law on
Unlawful Combatants (Legge sui combattenti illegali), una norma che consente
la detenzione a tempo indeterminato negando il giusto processo e le cure
mediche. La campagna per la sua liberazione è promossa da Physicians for
Human Rights, Amnesty International e organizzazioni mediche globali.
* Marwan Barghouti (Palestina / Israele): figura politica palestinese di
primissimo piano, spesso definito «il Nelson Mandela palestinese»,
incarcerato dal 2002 e condannato a 5 ergastoli. L’Unione Interparlamentare
(IPU) ne ha denunciato il processo dinanzi a un tribunale civile israeliano
come viziato da violazioni procedurali e assenza di giurisdizione. Subisce
isolamento prolungato e violenze. La campagna per la sua liberazione è molto
attiva in Italia: un importante incontro nazionale al Nelson Mandela Forum di
Firenze, con la partecipazione delle istituzioni e del figlio Arab Barghouti,
ha ribadito la richiesta della sua scarcerazione.
* Narges Mohammadi (Iran): premio Nobel per la Pace 2023, giornalista e
difenditrice dei diritti delle donne. Condannata a più riprese a decenni di
carcere e frustate per la sua opposizione alla pena di morte e al velo
obbligatorio. Campagna: #FreeNarges (Amnesty, Reporters Sans Frontières).
* Ilham Tohti (Cina / Xinjiang): economista uiguro e difensore dei diritti
delle minoranze, condannato all’ergastolo con la vaga accusa di «separatismo»
solo per aver promosso il dialogo tra Han e Uiguri. Campagna: Amnesty, Human
Rights Watch, Unione Europea.
* Alaa Abd El-Fattah (Egitto): attivista pro-democrazia della Primavera Araba,
detenuto ripetutamente per «diffusione di notizie false» e condannato
unicamente per post sui social network. Campagna: #FreeAlaa, guidata dalla
famiglia e da PEN International.
A questi si possono affiancare molti altri fra cui citiamo la vicenda di
Vladimir Kara-Murza, condannato in Russia a 25 anni per «alto tradimento» dopo
aver criticato l’invasione dell’Ucraina e rilasciato nell’agosto 2024 in uno
scambio di prigionieri: la prova che la pressione diplomatica e la mobilitazione
internazionale possono spezzare l’arbitrio punitivo.
L’imperativo del nostro impegno e dell’azione collettiva
Difendere la pace, la nonviolenza, i diritti umani, non è, e non deve essere, un
impegno astratto dettato da buonismo. Significa svelare le strutture di violenza
istituzionale e riaffermare che il rispetto del diritto e dei diritti umani non
è una richiesta «di parte», ma la denuncia inderogabile dell’assenza di un
giusto processo, della negazione di cure mediche indipendenti e delle condizioni
carcerarie inumane: la difesa della nostra stessa libertà e umanità.
Chiedendo la liberazione di Naama Asfari, del Dottor Abu Safiya, di Marwan
Barghouti, di Narges Mohammadi, di Ilham Tohti e di Alaa Abd El-Fattah,
chiediamo il ripristino della legalità internazionale e della tutela dei civili,
dei medici e dei prigionieri di coscienza e, purtroppo, spesso anche di bambini.
Finché un solo uomo al mondo rimarrà in catene, la libertà di ciascuno sarà
mutilata. Sostenere la campagna «OraLiberi» e rompere il muro del silenzio su
questa battaglia e le altre simili, è l’unico modo per dare valore e concretezza
alla riflessione di Fannie Lou Hamer e Martin Luther King Jr., trasformando la
solidarietà in un’azione irrinunciabile per la pace, la giustizia universale e
la libertà.
Alcuni video sulla Campagna OraLiberi
Campagna “Liberi ORA”
Naama Asfari. Resistere con mezzi pacifici
Paolo Mazzinghi