Open access sì, ma non a qualsiasi costo
La decisione di Cancer Research UK di interrompere il finanziamento delle
Article Processing Charges (APC) riapre un dibattito che interessa l’intera
comunità scientifica. L’open access rappresenta una conquista fondamentale e non
dovrebbe essere messo in discussione. A richiedere una riflessione è, piuttosto,
il modello economico che si è sviluppato negli ultimi anni per sostenerlo. Se la
conoscenza è un bene pubblico, occorre chiedersi se sia sostenibile che una
quota crescente delle risorse destinate alla ricerca venga assorbita dai costi
della pubblicazione.
L’OPEN ACCESS È UNA CONQUISTA DA PRESERVARE
L’accesso aperto ai risultati della ricerca costituisce uno dei più importanti
progressi della comunicazione scientifica. La conoscenza prodotta nelle
università, negli enti di ricerca e nelle istituzioni scientifiche dovrebbe
poter essere consultata liberamente da ricercatori, studenti, imprese e
cittadini. Si tratta di un principio eticamente corretto, che favorisce la
diffusione della conoscenza, accelera l’innovazione e rende più efficace
l’investimento nella ricerca. Il problema, dunque, non è l’open access, ma il
modo in cui esso viene oggi finanziato.
Il costo della pubblicazione si è semplicemente spostato
Negli ultimi anni il sistema editoriale ha progressivamente trasferito il costo
della pubblicazione dal lettore all’autore o, più spesso, alle università e agli
enti finanziatori, attraverso le APC e gli accordi trasformativi. L’accesso ai
contenuti è diventato gratuito per chi legge, ma non per chi pubblica. Il
risultato è che una parte crescente delle risorse destinate alla ricerca viene
impiegata per sostenere i costi della comunicazione scientifica anziché
finanziare nuovi progetti, infrastrutture o giovani ricercatori. La recente
scelta di Cancer Research UK nasce proprio da questa consapevolezza: non si
tratta di abbandonare l’open access, quanto piuttosto di mettere in discussione
la sostenibilità del modello che oggi lo finanzia.
A questa riflessione se ne aggiunge un’altra. La quasi totalità del valore
scientifico prodotto da una rivista nasce all’interno della comunità accademica.
Gli articoli vengono scritti dai ricercatori, la revisione tra pari è svolta
prevalentemente da altri studiosi senza compensi dedicati, e anche molti editor
scientifici appartengono al mondo universitario. È quindi legittimo chiedersi se
l’attuale distribuzione dei costi sia realmente efficiente. Non si tratta di
negare il ruolo degli editori, che rimane fondamentale per garantire qualità,
diffusione e indicizzazione, ma di domandarsi se l’equilibrio economico
dell’intero sistema non debba essere ripensato.
La lezione dei Preprint
L’evoluzione degli ultimi anni dimostra che esistono modalità diverse di
diffondere la ricerca. Piattaforme come RePEc o arXiv consentono di pubblicare
milioni di preprint, accessibili gratuitamente e consultati quotidianamente
dalla comunità scientifica internazionale. In molti settori rappresentano il
primo momento di diffusione di una scoperta e consentono agli autori di
stabilire la priorità scientifica delle proprie idee. Naturalmente un preprint
non sostituisce una pubblicazione peer reviewed, ma dimostra che la
distribuzione digitale della conoscenza può avvenire a costi estremamente
contenuti. Se è possibile diffondere gratuitamente milioni di lavori
scientifici, è lecito domandarsi perché il costo della pubblicazione continui
invece ad aumentare.
Separare diffusione e certificazione della ricerca
Forse è arrivato il momento di distinguere più chiaramente la diffusione della
conoscenza dalla sua certificazione scientifica. I risultati potrebbero essere
resi immediatamente disponibili attraverso repository aperti, mentre la
valutazione potrebbe essere organizzata mediante infrastrutture condivise di
peer review, anche a livello europeo. Per gli articoli di maggiore interesse, la
revisione tradizionale potrebbe essere affiancata da forme di open peer review o
di valutazione post-pubblicazione, valorizzando il contributo dell’intera
comunità scientifica. Le riviste continuerebbero così a svolgere la loro
funzione essenziale di selezione e certificazione della qualità, ma all’interno
di un sistema più aperto ed efficiente.
L’European Youth Think Tank propone di avviare una riflessione sulla
realizzazione di una piattaforma europea della ricerca che integri repository di
preprint e working paper, strumenti condivisi di peer review e servizi comuni
per la comunicazione scientifica. Iniziative come Open Research Europe
rappresentano un importante passo in questa direzione, dimostrando la
fattibilità di un’infrastruttura europea per la pubblicazione scientifica
aperta. La proposta qui avanzata mira, tuttavia, a un sistema ancora più
integrato, capace di riunire in un’unica infrastruttura i diversi servizi della
comunicazione scientifica, favorendo interoperabilità, trasparenza, riduzione
delle duplicazioni e contenimento dei costi complessivi del sistema. L’obiettivo
non è sostituire le riviste, ma rafforzarne il ruolo all’interno di un
ecosistema europeo più efficiente e coordinato.
Misurare il costo del sistema per costruire alternative
Parallelamente, sarebbe opportuno promuovere uno studio sistematico che
quantifichi le risorse trasferite ogni anno da università, enti di ricerca e
finanziatori agli editori attraverso APC e accordi trasformativi. Solo
disponendo di questi dati sarà possibile valutare se parte di tali risorse possa
essere investita nella costruzione di infrastrutture comuni della ricerca,
sostenendo modelli come il Green Open Access e il Diamond Open Access, o
sperimentando nuove forme di finanziamento che riducano il peso economico oggi
sostenuto dagli autori e dalle loro istituzioni.
L’open access rappresenta una conquista che va difesa. Ma proprio perché la
conoscenza è un bene comune, anche il modello economico che ne sostiene la
diffusione dovrebbe essere coerente con questo principio. Più che discutere se
pubblicare in open access, è arrivato il momento di interrogarsi su come
costruire un sistema capace di garantire, allo stesso tempo, accessibilità,
qualità e sostenibilità economica, evitando che una quota crescente delle
risorse destinate alla ricerca venga assorbita dai costi della pubblicazione
anziché dalla produzione della conoscenza.