Isaac B. Singer / Una “gigantesca mitologia” narrata in yiddish
La totale astrazione dal mondo che li circonda accomuna il principe Myškin,
protagonista dell’Idiota di Dostoevskij, a Gimpel l’idiota, “eroe” dell’omonimo
racconto di Isaac B. Singer. Li unisce un certo atteggiamento puerile verso la
realtà, il loro essere stranieri all’interno di una società che non li può
comprendere, il comune trovarsi in bilico fra sanità e follia. Inoltre, come
Dostoevskij si immedesimava nel suo protagonista, il quale non a caso soffre del
simbolico mal caduco dal quale era affetto lo scrittore, anche Singer si
riconosce nel suo antieroe, zimbello dell’intero villaggio di Franpol. Gimpel
crede a tutto, e viene a tal punto manipolato dagli abitanti del borgo da
sposare una prostituta con la sua nidiata di bastardi. La sua dabbenaggine, alla
fine, si rivela saggezza; se una cosa non succede ad uno può sempre accadere a
un altro, e anche l’inverosimile può avverarsi. Gimpel, in definitiva, è il vero
saggio, perché comprende tutto eppure non reagisce; come Myškin è figura
visionaria e dalle tangenze cristologiche, ma anche evocativa della follia
donchisciottesca.
Il racconto di Singer, che dà il titolo alla silloge di undici irresistibili
prose appena pubblicata da Adelphi nella traduzione di Anna Bassan Levi, è
stilisticamente lontano dalla concentrazione drammatica di Dostoevskij e gioca
su un registro di irresistibile ironia. Viene in mente casomai il Gogol’ delle
Veglie, con il suo stile scanzonato, estroso e colmo di spirito ludico. Un libro
sul diavolo, si è detto, e anche in Singer gli spiriti maligni occupano un posto
di rilievo. Così il signore di Cracovia che seduce il villaggio con le sue
ricchezze non è altro che il demonio in persona, pronto a scatenare un vero
pandemonio sui malcapitati abitanti. Nello Specchio una fenditura nel mezzo
simboleggia il varco fra il reale e il magico, nel quale si annida uno
spiritello dispettoso in grado di solleticare la vanità femminile. Demoni
sbirciano le donne nei bagni rituali, o si divertono a rubacchiare qua e là. Le
loro malefatte non restano prive di conseguenze per un’umanità debole e
afflitta. Gli ebrei popolano i loro poveri villaggi, a volte fanno fortuna in
America, senza mai obliare del tutto le proprie radici. Le ricchezze vanno e
vengono mostrando la loro natura effimera, mentre l’angelo della morte è
costantemente in agguato. In Gioia il Rebbe, colpito da svariate disgrazie,
arriva a dubitare dell’esistenza di Dio, salvo tornare in sé nel momento
supremo. La morte diviene così un’epifania, prima della quale può esclamare: “si
deve sempre essere pieni di gioia”. In Al lume delle candele dei morti, una
pestilenza provoca profonde meditazioni sulla vita e sulla morte.
Una colpa non resta mai senza il suo castigo. Singer crea una mitologia del
tutto personale, legata profondamente alla tradizione ebraica, un affascinante
quanto inesauribile repertorio di caratteri. Non a caso l’yiddish resta la sua
lingua, anche quando abbandona l’Europa infestata dalle persecuzioni per
raggiungere gli Stati Uniti. Nato a Leoncin nel 1902, morirà a Miami nel 1991.
Tale dicotomia lo lacera, ovvero il trovarsi orfano del proprio mondo,
catapultato in una realtà del tutto diversa. Una condanna ma anche uno stimolo a
testimoniare quanto ha visto durante gli anni giovanili. Osservando le pene e i
peccati degli uomini, Singer adotta uno sguardo ironico ma non privo di empatia,
sempre colmo di profonda umanità.
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