Potere forte, un libro per riflettere sulla nonviolenza
Non deve stupire che su un’iniziativa nonviolenta che richiede diritti sociali
si sia abbattuta la repressione della forza pubblica: la violenza, specie sotto
forma di dominio, regge ancora le moderne società, anche quelle di ispirazione
democratica.
Il 2026 è l’anno dei settant’anni dallo sciopero alla rovescia di Danilo Dolci
(il cui trentennale della morte cade nel 2027) e dei sessantacinque dalla prima
Marcia Perugia-Assisi organizzata da Aldo Capitini. Due date che riportano la
nonviolenza fuori dalla memoria pacifista e dentro la storia politica italiana,
ed è in questo orizzonte che effequ pubblica la nuova edizione di Potere forte.
Attualità della nonviolenza, il saggio della giornalista e giurista Roberta
Covelli dedicato a una parola e una pratica, spesso fraintesa.
La nuova prefazione riapre il libro davanti a un presente in cui la guerra è
tornata a occupare non solo la cronaca, ma il linguaggio, i bilanci pubblici,
l’immaginario. La militarizzazione del discorso, già affrontata da Federico
Faloppa in Disarmare il discorso, la crescita del riarmo, la repressione del
dissenso e la fragilità del diritto internazionale rendono ancora più urgente la
domanda di Covelli: che cosa può la nonviolenza quando la violenza appare
ordinaria, amministrata, perfino ragionevole? È una domanda che attraversa anche
il magistero di Leone XIV, dal messaggio per la Giornata mondiale della pace
2026, dedicato a una pace “disarmata e disarmante”, fino all’enciclica Magnifica
Humanitas, dove la normalizzazione della guerra, il potere tecnologico e la
necessità di disarmare le parole diventano questioni decisive per la
salvaguardia dell’umano.
La tesi di Potere forte è che la nonviolenza sia una teoria pratica. Nasce da
una scelta etica, ma si verifica nei comportamenti, nei corpi, nelle scuole, nei
tribunali, nei luoghi di lavoro, nei movimenti. Covelli insiste sulla coerenza
tra mezzi e fini: un obbiettivo di giustizia perseguito attraverso umiliazione,
sopraffazione o cancellazione dell’avversario conserva dentro di sé la forma
della violenza che vorrebbe combattere. La nonviolenza non promette vittorie
immediate e non trasforma ogni gesto in risultato. Molte azioni vengono
represse, neutralizzate, sconfitte nella cronaca. La loro forza, però, agisce in
una durata più lunga, perché produce testimonianza, responsabilità, memoria.
Capitini e Dolci sono i due riferimenti italiani intorno a cui il saggio
costruisce la propria idea di potere. Da Capitini arriva il pensiero di un
potere di tuttə che non scende dall’alto e non coincide con il comando, ma si
costruisce nel riconoscimento dell’altro e nella partecipazione. Da Dolci arriva
la dimensione maieutica e comunitaria del cambiamento, fondata sull’emersione
collettiva di bisogni, intelligenze e possibilità. L’obiezione di coscienza, la
non collaborazione, il boicottaggio, l’interposizione nei contesti di guerra, la
disobbedienza civile e la resistenza passiva richiedono preparazione, misura,
lettura del contesto, disciplina collettiva. Covelli mostra come la nonviolenza
diventi efficace quando riesce a togliere alla violenza l’alibi della reazione
simmetrica, costringendo il potere a mostrarsi e impedendo di ridurre il nemico
a cosa. La sua forza sta nel modo in cui espone il conflitto, lo rende
leggibile, lo sottrae alla sola capacità di ferire.
Uno dei passaggi più attuali riguarda la giustizia. La critica alla pena, al
carcere e alla logica punitiva nasce dalla stessa domanda che attraversa il
discorso sulla guerra: che cosa resta di una società quando la risposta al male
è organizzata come retribuzione di una vendetta e isolamento dal consesso
sociale? Covelli non cancella la responsabilità di chi compie violenza e non
dissolve il danno in una conciliazione generica. Sposta il centro del problema
dalla punizione alla riparazione, dal castigo alla verità, dalla rimozione del
conflitto alla ricostruzione dei legami spezzati. In questa prospettiva anche
l’educazione diventa un terreno decisivo: una pratica capace di formare ascolto,
pensiero critico, responsabilità, immaginazione politica, invece di addestrare
all’obbedienza o alla semplice trasmissione del sapere.
Potere forte torna in un momento in cui la nonviolenza rischia di essere
liquidata come parola ingenua proprio mentre se ne avverte con più evidenza la
necessità. Roberta Covelli ne restituisce la complessità spirituale e politica,
individuale e collettiva, storica e quotidiana. A settant’anni dal gesto di
Dolci e a sessantacinque dalla marcia di Capitini, il libro ricorda che la pace
non è un orizzonte astratto.
Redazione Torino