Marc Bloch e la lunga storia delle false notizie
Marc Bloch. La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni
(1921). Tr. Gregorio De Paola. Fazi, pp. 120, euro 9,50.
--------------------------------------------------------------------------------
Uno dei limiti della conversazione letteraria in Italia è quello di non prendere
in considerazione la prosa dei grandi storici oltre a quella dei narratori,
intendendo con questo termine gli autori di fiction, come si dice in inglese.
Eppure quando si parla di letteratura latina non è che Tacito, Tito Livio,
Svetonio vengano tenuti fuori dal sacro recinto della Grande Letteratura. Ma a
chi viene in mente di considerare – per esempio – Mario Isnenghi come uno dei
migliori prosatori del secondo Novecento? E se leggerete un capolavoro
storiografico come La società feudale del grandissimo Marc Bloch: resterete
incantati anche in traduzione da uno stile superbo.
Lo stesso stile si ritrova in queste due opere minori dello storico francese,
raccolte in un agile volumetto di gradevolissima lettura, per quanto gli
argomenti trattati non siano di quelli proprio piacevoli. Sono stati messi
insieme un memoriale nel quale lo storico racconta le sue esperienze sul fronte
occidentale della Grande guerra, e un saggio di taglio accademico ma di grande
attualità (ci torneremo) sulla genesi di quelle che oggi chiamiamo fake news con
sfoggio non necessario dell’inglese, ma che potremmo definire più semplicemente
notizie tarocche. Ebbene sì, erano un problema già nel 1921, quando Bloch
pubblicò questo saggio: niente di nuovo sotto il sole.
Ma partiamo da “Ricordi di guerra 1914-1915”. Questo scritto consta di due
parti: la prima, più lunga, racconta quel che vide e fece e subì Marc Bloch,
effettivo al 272° reggimento di fanteria dell’esercito francese col grado di
sergente (solo perché aveva già svolto il servizio di leva anni prima), dal 10
agosto 1914 al 10 gennaio 1915. Sono i primi mesi di combattimenti, e Bloch,
come i suoi commilitoni, non aveva ancora idea di essere finito in un conflitto
che avrebbe cambiato non solo la guerra, ma anche l’Europa e il mondo; eppure
sentiva di dover mettere su carta la sua testimonianza, e lo fa nei primi mesi
del 1915, battendo il ferro quand’è ancora caldo, mentre era in licenza di
convalescenza per una febbre tifoide contratta nell’ambiente malsano delle
trincee. La seconda parte è di poche pagine: in essa lo storico voleva
registrare il seguito della sua esperienza militare, a partire dal 7 giugno
1915, quando finisce la sua convalescenza e torna al reggimento e poi al fronte.
Non finì mai di raccontare cosa gli successe nel resto della guerra, nonostante
avesse la fortuna, a differenza di milioni di altri soldati, di uscirne vivo e
non troppo malmesso.
Evidentemente Bloch non riuscì in quegli anni a trovare quel che più desiderava
mentre era nel fango delle trincee: un momento di quiete, un tavolo, una sedia,
la possibilità di sedersi a scrivere. Non a caso la prima parte del memoriale la
butta giù mentre era in convalescenza, e la seconda quando il suo reggimento,
dopo essere sopravvissuto alla battaglia della Somme, viene trasferito in
Algeria e adibito a compiti di ordine pubblico (cioè al controllo di un
possedimento coloniale). Nell’introduzione alla seconda parte, lo storico
scrive: “trascorro a Costantina una vita tranquilla, confortevole e un po’
vuota”, e proprio per questo si accinge a “far appello al passato per riempire
il presente”, ma evidentemente – purtroppo – quella vita tranquilla non durò
molto. Peccato, perché sarebbe stato interessante confrontare il suo racconto
degli anni di guerra dal 1915 al 1917 con le memorie di altri combattenti su
quel fronte, da Remarque a Jünger, da Dorgeles a Renn.
Comunque, il memoriale di Bloch è una lettura preziosa anche per chi non nutra
un particolare interesse per la letteratura di guerra. L’esperienza al fronte,
la vita gomito a gomito con altri francesi in uniforme, persone ben diverse da
quelle che lo storico aveva fino a quel momento frequentato nell’ambiente
universitario, gli fanno scoprire una diversa dimensione della storia: non più
il mondo dei re, degli imperatori, dell’aristocrazia, dei ceti dominanti che
reggono il timone di regni e nazioni, bensì l’universo della gente comune, dei
contadini, degli operai, dei commercianti, di quelli che subiscono le decisioni
dei governanti. Di qui viene l’idea di andare oltre la storia dei Grandi Eventi,
delle battaglie decisive, degli atti e delle leggi che decretano una qualche
svolta pretesa epocale, per concentrarsi sulle trasformazioni di lunga durata, e
sulle continuità che legano epoche diverse al di là dei cambi di monarchi e
dinastie. Soprattutto c’è l’attenzione alla dimensione collettiva del divenire
storico, alle pratiche diffuse (non a caso Bloch insegnò storia economica), che
si sintetizza nel titolo della celeberrima rivista fondata e diretta dal nostro
assieme a Febvre e altri: Annales d’histoire économique et sociale.
Dall’incontro con la gente comune del suo paese nei campi di battaglia della
Marna scaturiscono in ultima analisi caposaldi della scrittura storiografica
come I re taumaturghi e La società feudale.
A seguire abbiamo un saggio che ci tocca fors’anche più da vicino: “Riflessioni
di uno storico sulle false notizie della guerra”. Da un lato non stupisce che
nel 1920 un veterano della Prima guerra mondiale voglia comprendere come si
producano le falsità che circolavano durante il conflitto su entrambi i lati
della linea; dall’altro, uno storico di razza come Bloch non può non porsi il
problema di quale credibilità attribuire a quelle testimonianze individuali
sulle quali si basa il lavoro di ricostruzione della storiografia. La domanda
che viene posta all’inizio di questo scritto è di capitale importanza: “Non
esiste buon testimone, né deposizione esatta in ogni sua parte; ma su quali
punti un testimone sincero e che ritiene di dire la verità merita d’essere
creduto?” Ovviamente Bloch s’interroga su leggende metropolitane (o forse
sarebbe meglio dire militari) come i franchi tiratori belgi che sparavano a
tradimento sui soldati tedeschi, o l’aereo francese che avrebbe sganciato bombe
su Norimberga quando ancora tra Francia e Germania non c’era uno stato di
guerra, storie poi risultate prive di fondamento, e ormai dimenticate – ma la
questione delle notizie fasulle, in tutto o (ancor peggio) in parte è senz’altro
attualissima, in questi anni di guerra tra Ucraina e Palestina.
Però un insegnamento che Bloch impartisce nel suo saggio vale anche per la
cronaca nera italiana di adesso: lo storico spiega che una falsa notizia
attecchisce e prende piede nella coscienza collettiva nella misura in cui il
terreno è già preparato, perché quell’avvenimento, per quanto inventato o
deformato, viene incontro a pregiudizi, aspettative, paure già presenti nella
mente del pubblico. Bloch sostiene che il pubblico tedesco credette nel 1914
alle notizie sui franchi tiratori belgi perché già nella guerra franco-tedesca
del 1870 si erano sparse notizie simili su civili francesi che sparavano a
tradimento sui soldati tedeschi che avanzavano in terra di Francia. Ora basta
riportare questo meccanismo, mutatis mutandis, alla quotidianità italica dei
giorni nostri, e pensare a come, quando viene ucciso qualche malcapitato in una
rapina, subito si lanci l’idea che il colpevole è “evidentemente” un immigrato –
e la notizia fa presa perché fin dagli anni Novanta l’apparato mediatico
berlusconiano ha battuto incessantemente sul tasto della minaccia portata
dall’esterno, della delinquenza alimentata dall’immigrazione. Prima del 2000 il
problema erano gli albanesi e i rumeni; oggi tocca ai maranza, ma la musica è
sempre la stessa, per quanto stonata.
Ringraziamo quindi Fazi per aver proposto questi scritti solo apparentemente
minori di uno dei maggiori storici del Novecento, che ancora tanto ha da
insegnarci sia sul Medioevo che sul presente più prossimo a noi.
L'articolo Marc Bloch e la lunga storia delle false notizie proviene da Pulp
Magazine.