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Palestina, la terra invisibile
I mutilatini di Gaza Un giovane palestinese di 21 anni è stato assassinato e altri due sono rimasti feriti ieri, sabato, in un raid effettuato da un drone israeliano su un veicolo civile in Al-Rashid Street, a ovest del campo profughi di Nuseirat. Il drone ha preso di mira il veicolo civile con diversi missili, poi ha inseguito, e colpito a mitragliate, le persone a bordo mentre cercavano di allontanarsi verso la riva del mare. Nella Striscia di Gaza meridionale, l’ospedale Nasser ha annunciato la morte di un palestinese, deceduto a causa delle ferite riportate in un precedente raid israeliano contro le tende degli sfollati nella zona di Al-Mawasi. A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco. Sabato, associazioni della società civile di Gaza hanno organizzato un evento in onore dei bambini che hanno perso un arto a causa della guerra, con l’obiettivo di risollevare il loro morale e richiamare l’attenzione sulla loro difficile situazione umanitaria. Sono stati lanciati appelli per la fornitura di cure mediche, protesi e per garantire loro la possibilità di viaggiare per ricevere ulteriori cure all’estero. Uno degli organizzatori dell’evento, svoltosi nel campo profughi di Bureij, ha sottolineato la necessità di sostenere i piccoli e di fornire loro assistenza psicologica, morale e materiale, data quella che ha definito la grave carenza della comunità internazionale e delle organizzazioni internazionali nel soddisfare i loro bisogni medici. Un altro partecipante ha rivolto un messaggio alla comunità internazionale, esortandola a prestare maggiore attenzione ai feriti, in particolare agli amputati, sottolineando che i loro bisogni primari includono cure mediche, possibilità di viaggiare e la fornitura di protesi. Una madre di un bambino che ha perse le due gambe, ha affermato che “nonostante le ferite, rimaniamo determinati e ambiziosi, impegnandoci a continuare a vivere e a realizzare i sogni dei nostri bambini”. Ha considerato il riconoscimento ricevuto in questo evento come un messaggio che dimostra che c’è ancora qualcuno che si ricorda di loro e si preoccupa della loro causa, il che dà loro il sostegno morale per perseverare. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), quasi 42.000 persone a Gaza hanno subito lesioni permanenti a causa della guerra. Un quarto dei feriti è un bambino. L’UNRWA ha pubblicato un rapporto secondo il quale, “Gaza ha ora la più grande popolazione di bambini amputati nella storia moderna”. Con il sistema sanitario al collasso durante la guerra, coloro che hanno subito gravi lesioni faticano ad accedere alle cure e alla riabilitazione necessarie per ricostruire le proprie vite. La democrazia dell’apartheid Oggi, domenica, sette palestinesi sono rimasti feriti, contusi e soffocati in seguito ad un attacco effettuato dai coloni ebrei israeliani in Cisgiordania contro il villaggio di Huwwara a Masafer Yatta, a sud di Hebron. I feriti sono un anziano, 4 donne e 2 bambini che si trovavano nel loro terreno agricolo adiacente la loro casa. Terreno e casa fanno gola ai colonialisti che se ne vogliono impossessare cacciando gli abitanti nativi. L’esercito di occupazione israeliano è intervenuto ed ha arrestato non gli aggressori ma i tre uomini palestinesi aggrediti sulla loro terra. È la democrazia del’Apartheid. Anche l’amministrazione militare israeliana della Cisgiordania si adopera alacremente nel furto di terre palestinesi. Nel 2026, sono state emesse 49 ordinanze militari che limitano l’accesso dei proprietari palestinesi ai loro appezzamenti. Con questi ordini sono stati sottratti di fatto ai palestinesi 2093 donum. La distribuzione geografica di questi terreni dimostra la loro contiguità a colonie ebraiche. Una sottrazione di terreni palestinesi che servirà all’allargamento di queste colonie oppure per la costruzione di strade di collegamento segregazioniste con il territorio israeliano. Il garbuglio elettorale Le elezioni politiche palestinesi sono condizionate dalle decisioni del governo di Tel Aviv in merito al voto a Gerusalemme est occupata. Nel 2019, Abbas ha rinviato le elezioni con il pretesto della mancata partecipazione degli elettori palestinesi di Gerusalemme, impedita dal governo israeliano. Analisti palestinesi e arabi sostengono che le pressioni internazionali (Usa e UE) per il rinnovamento dell’ANP e per addomesticarla sono tali che questa volta il presidente palestinese non avrà la possibilità di rinviare le elezioni con quel pretesto. Infatti egli si è limitato a indire le sole elezioni legislative e ha escluso quelle presidenziali. Malgrado la modifica unilaterale della legge elettorale e le norme di esclusione ivi previste, tutte le organizzazioni palestinesi hanno deciso di partecipare al voto. Al-Fatah è divisa in tre tronconi e non sembra vi siano possibilità di unificarli in un’unica lista. La stampa israeliana rincara la dose della discordia e parla di una legge elettorale, approvata con un decreto di Abbas, che tra le righe chiude le porte alla candidatura di Marwan Barghouti. “Si prevede la presenza fisica del candidato alla presentazione della domanda”, ma il Mandela palestinese è dietro le sbarre in un carcere israeliano. Abu Safiya sia liberato Mentre prosegue l’occupazione del Sud del Libano e la guerra contro l’Iran, il mondo si attiva per la liberazione di Abu Safiya. Oggi pomeriggio, il webinar di Doctors Against Genocide affronterà la campagna per la liberazione del dr Abu Safiya e come svilupparla per aumentare le pressioni sul governo Netanyahu e smuovere le diplomazie inette. Questo il link a Zoom per partecipare Iscrizione al Webinar – Zoom domenica a mezzogiorno L’associazione IJAN (International Jewish Anti-zionist Network) di Londra ha organizzato il 10 luglio un presidio davanti all’ambasciata israeliana, per chiedere la liberazione del dr. Abu Safiya. Amnesty International ha dichiarato che le autorità israeliane devono scarcerare immediatamente il pediatra palestinese e direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il dottor Hussam Abu Safiya, detenuto arbitrariamente, alla luce delle informazioni riferite dal suo avvocato dopo una visita in carcere, secondo le quali la sua vita è in imminente pericolo a causa delle torture e dei maltrattamenti cui è stato sottoposto durante la detenzione. Per firmare la petizione: Il medico palestinese Hussam Abu Safiya è in grave pericolo di vita – Amnesty International Italia Il 15 luglio: l’Ora della Solidarietà Globale. Un’ora a mezzogiorno (ora locale), ovunque voi siate, per chiedere la liberazione di tutti gli ostaggi palestinesi, a partire dagli operatori sanitari. Appello in solidarietà con il dr Hussam abu Safiya da Doctors Against Genocide.         ANBAMED
July 12, 2026
Pressenza
Davanti a Montecitorio si è rotto il silenzio su Hussam Abu Safiya
Hussam Abu Safiya, il volto della resistenza sanitaria a Gaza: cresce la mobilitazione per la sua liberazione e quella dei prigionieri palestinesi Da Roma a Londra, da Parigi a Madrid, fino a numerose città del mondo arabo e dell’America Latina, continua ad allargarsi la mobilitazione internazionale per la liberazione del dottor Hussam Abu Safiya e degli altri prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Il medico palestinese è ormai diventato uno dei simboli più riconoscibili della tragedia che attraversa la Striscia di Gaza e della battaglia per la tutela del personale sanitario nei conflitti armati. Anche a Roma, venerdì 10 luglio, si è svolto un presidio davanti a Montecitorio, promosso da diverse realtà della solidarietà internazionale. Una mobilitazione per chiedere la liberazione immediata del direttore dell’ospedale Kamal Adwan e, insieme a lui, dei prigionieri palestinesi le cui condizioni di detenzione continuano a suscitare denunce e preoccupazioni da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Il dottor Hussam Abu Safiya è un pediatra e il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, una delle poche strutture sanitarie rimaste operative nel nord della Striscia di Gaza durante i mesi più duri della guerra. Mentre gran parte degli ospedali veniva distrutta o costretta a sospendere le attività per la mancanza di elettricità, carburante, medicinali e personale, Abu Safiya ha continuato a lavorare insieme ai suoi collaboratori, prestando assistenza ai feriti, ai bambini e ai civili rimasti intrappolati nell’area. Le immagini del medico che continuava a svolgere il proprio lavoro sotto i bombardamenti hanno fatto il giro del mondo. È diventato così uno dei volti più conosciuti dell’emergenza sanitaria di Gaza: un medico rimasto al proprio posto mentre intorno a lui il sistema sanitario veniva progressivamente travolto dalla guerra. Il 27 dicembre 2024, durante un’operazione militare israeliana che ha coinvolto l’ospedale Kamal Adwan, Hussam Abu Safiya è stato arrestato dalle forze israeliane. Da allora è detenuto in Israele. La sua detenzione e le condizioni in cui si trova hanno suscitato interrogativi sempre più pressanti sul rispetto delle garanzie previste dal diritto internazionale. Negli ultimi mesi la preoccupazione è cresciuta ulteriormente a causa delle notizie sulle sue condizioni di salute. Il suo avvocato e organizzazioni come Physicians for Human Rights Israel hanno denunciato condizioni di detenzione estremamente dure, parlando di isolamento prolungato, perdita di peso, difficoltà nell’accesso alle cure mediche e maltrattamenti. Le autorità israeliane hanno respinto le accuse sul trattamento dei detenuti, sostenendo di agire nel rispetto della normativa vigente e per ragioni di sicurezza. La vicenda è arrivata anche all’attenzione delle Nazioni Unite. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui Territori palestinesi occupati ha chiesto il rilascio immediato del medico e del personale sanitario detenuto arbitrariamente, ricordando la particolare protezione che il diritto internazionale umanitario riconosce ai sanitari impegnati nelle aree di conflitto. Anche l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha espresso preoccupazione, chiedendo che siano garantite l’incolumità di Abu Safiya, le cure necessarie e il rispetto delle garanzie fondamentali. Ma la vicenda del direttore del Kamal Adwan è soltanto una parte di una questione molto più grande. Migliaia di palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane. Tra loro ci sono uomini e donne, minori, giornalisti, operatori sanitari, attivisti e figure politiche. Una parte dei detenuti si trova in regime di detenzione amministrativa, uno strumento che permette di privare una persona della libertà senza un processo ordinario e sulla base di elementi che possono rimanere segreti. Israele sostiene che questo strumento sia necessario per ragioni di sicurezza e per contrastare il terrorismo. Numerose organizzazioni per i diritti umani ne denunciano invece da anni l’uso esteso e le conseguenze sulle garanzie fondamentali delle persone detenute. È anche su questo che si concentra la mobilitazione che sta crescendo in numerosi Paesi. Associazioni umanitarie, organizzazioni sindacali, reti di medici e operatori sanitari, movimenti e realtà della solidarietà internazionale chiedono la liberazione di Hussam Abu Safiya, la protezione del personale sanitario e il rispetto dei diritti dei prigionieri palestinesi. Il nome di Hussam Abu Safiya, però, rappresenta ormai qualcosa che va oltre la vicenda personale di un singolo medico. È diventato il simbolo della difesa del diritto alla cura anche durante la guerra, della protezione degli ospedali e di chi vi lavora, ma anche di una domanda che la comunità internazionale non può continuare a eludere: che valore hanno le norme del diritto internazionale se non vengono applicate proprio quando servono a proteggere chi è più esposto? Le manifestazioni organizzate in diverse città vogliono impedire che questa storia venga inghiottita dal susseguirsi quotidiano delle notizie provenienti dalla Palestina. Perché il rischio, di fronte alla quantità di immagini di morte e distruzione, è che persino l’orrore diventi abitudine. Che un ospedale distrutto diventi soltanto una notizia in più, che un medico arrestato venga dimenticato, che migliaia di detenuti si trasformino semplicemente in un numero. Il presidio che si è svolto davanti a Montecitorio ha voluto rompere proprio questo silenzio. Riportare nel cuore politico e istituzionale del Paese il nome di Hussam Abu Safiya e, insieme al suo, quello di tutti coloro che restano dietro le sbarre. La richiesta della sua liberazione si intreccia così con una battaglia più ampia per i diritti dei prigionieri palestinesi e per il rispetto di principi che non possono valere soltanto quando è conveniente applicarli. La liberazione di Hussam Abu Safiya e la difesa dei diritti dei detenuti palestinesi non riguardano soltanto il conflitto israelo-palestinese. Riguardano la credibilità stessa del diritto internazionale e la capacità della comunità internazionale di far rispettare le norme che dovrebbero proteggere la dignità umana, il personale sanitario e le persone private della libertà. Per questo la mobilitazione continua. E per questo il nome di Hussam Abu Safiya non deve essere dimenticato.   Giovanni Barbera
July 11, 2026
Pressenza