Tag - arnaud miranda

Arnaud Miranda / Cartografia della neoreazione
Quando Peter Thiel si presentò all’Institut de France il 26 gennaio 2026 per concludere un ciclo di seminari sull’“avvenire della democrazia”, i resoconti oscillarono tra l’“allucinato” e il “tecnofascista”. Pochissimi, però, erano in grado di collocare le sue posizioni in un sistema di pensiero preciso, con una storia e un vocabolario specifico. Ecco il vuoto che il libro di Arnaud Miranda — dottore in teoria politica al CEVIPOF di Sciences Po, pubblicato da Gallimard/Le Grand Continent a gennaio 2026 e ora tradotto da Rizzoli — si propone di colmare. Il primo merito dello studio è la chiarezza della cartografia. Miranda offre una vera tassonomia della neoreazione, con evoluzione, diramazioni e sottocorrenti: alt-right, postliberali, neoreazionari propriamente detti, paleolibertari. Una distinzione tanto più necessaria quanto più, nel discorso pubblico italiano (e non solo), questi termini vengono usati come sinonimi intercambiabili. La differenza tra alt-right e neoreazionari è il punto teoricamente più denso del libro: l’alt-right — il movimento che portò Steve Bannon nell’orbita di Trump durante il primo mandato — è un fenomeno culturale di massa, nazionalista, populista, identitario, che mobilita il risentimento di una base bianca rurale e operaia attraverso una retorica anti-establishment accessibile. Il suo immaginario attinge al folklore, al nazionalismo etnico, a un certo comunitarismo reattivo: è, in ultima analisi, ancora un prodotto del politico, nel senso schmittiano, una mobilitazione dell’amico contro il nemico entro coordinate riconoscibili. La neoreazione è più intellettuale, legata alla nuova economia digitale, centrata su mezzi di diffusione come internet e i meme; non è priva di solide basi intellettuali ma le supera e le reinterpreta. Soprattutto, è ideologicamente più radicale: mentre i postliberali rimangono ancorati alla Costituzione americana, i neoreazionari ne chiedono l’abolizione tout court. Questo scarto si è manifestato con evidenza nel passaggio dal primo al secondo mandato di Trump. Nel 2016-2020, l’influenza culturale decisiva era quella dell’alt-right bannoniana: nazionalismo economico, protezionismo, retorica anti-immigrazione, recupero di un’America profonda. Un anno dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il trumpismo appare più strutturato ideologicamente che durante il primo mandato e la grammatica neoreazionaria ne fornisce l’ossatura. Miranda rileva come questa influenza sia visibile non tanto nella presenza diretta di funzionari di stretta osservanza NRx nell’apparato governativo, quanto nella logica che presiede alle decisioni politiche: gli orientamenti geopolitici non vengono più giustificati in nome della morale o della democrazia, come accadeva durante la fase neoconservatrice, ma si inscrivono in una logica assumée della potenza bruta. I pensatori analizzati nel saggio sono sei. Il capostipite è Curtis Yarvin, alias Mencius Moldbug, il cui blog Unqualified Reservations (aperto nel 2007) costituisce, agli occhi di Miranda, “l’atto di nascita della neoreazione”. Su questa piattaforma, Yarvin firma i suoi principali testi, dei quali Miranda analizza lo stile pamphletario: il ricorso sistematico all’ironia, le metafore efficaci — tra cui quella della red pill e della blue pill, riprese dal film Matrix, che irroreranno una certa cultura internet. Un’altra metafora frequentemente usata è quella della Cattedrale, che raggrupperebbe stampa, media e università — tutto infiltrato dall’ideologia progressista — come sistema che impedirebbe ai neoreazionari di realizzare i propri obiettivi: la distruzione della democrazia. Yarvin ne propone l’abolizione a favore di una monarchia gestita come un’azienda — con il CEO (Chief Executive Officer), per noi italiani l’Amministratore Delegato (AD), sovrano al posto del monarca. Il secondo pilastro è Nick Land, figura ben più complessa e intellettualmente stimolante. Land fu, negli anni Ottanta e Novanta, un esponente dell’avanguardia deleuziana, noto come teorico dell’accelerazionismo. Nel corso degli anni 2000, dopo aver lasciato l’università e essersi trasferito a Shanghai, scivolò progressivamente verso posizioni antidemocratiche. Scoprendo gli scritti di Yarvin all’inizio degli anni 2010, si convertì esplicitamente a posizioni neoreazionarie. Questo passaggio dalla critica postmoderna a un pensiero reazionario assunto svela una mutazione più ampia. Non si tratta di un semplice ritorno della tradizione reazionaria, ma della sua trasformazione a contatto con categorie provenienti dallo sviluppo del capitalismo tecnologico. Mentre per Yarvin la tecnologia è al servizio della sovranità, Land fa della transizione neoreazionaria un trampolino verso l’accelerazione tecnocapitalista: la democrazia non va semplicemente abolita, verrà necessariamente abolita dall’accelerazione stessa del capitale; si tratta quindi di non frapporsi, lasciare che il sistema si consumi fino allo sfacelo produttivo. Completano il corpus Spandrell, Bronze Age Pervert (Costin Alamariu) e Zero HP Lovecraft, nei quali la rigenerazione biologica e l’eugenetica diventano elementi centrali, consustanziali al loro profondo razzismo e maschilismo. Miranda li tratta con la stessa cura analitica riservata ai pensatori più sistematici, e questa scelta è giusta: è proprio nell’incontro tra la blogosfera masculinista – la manosphere antifemminista di internet – e le tesi tecnocapitaliste di Yarvin che si genera la sintesi più pericolosa, quella che ha poi raggiunto le orecchie dei miliardari Musk e Thiel. Perché proprio i magnati della Silicon Valley? La risposta di Miranda è economicamente precisa: il successo ideologico della neoreazione si fonda non solo sulla sua critica della democrazia, ma su un rifiuto più generale del politico come campo autonomo. Questa volontà di distruzione del politico passa per la dissoluzione di ogni libertà politica. I cittadini devono in ultima istanza rinunciare al proprio statuto di cittadini per diventare clienti dei servizi dello Stato. La governance aziendale come modello statuale — il CEO sovrano al posto del monarca — si sposa perfettamente con la visione del mondo di chi ha costruito fortune nell’economia delle piattaforme. L’anti-democratismo è anche, e forse soprattutto, anti-regolatoria. La pensée néoréactionnaire non esprime una “volontà di preservazione”, come fa il conservatorismo. Afferma una «volontà di ricostituzione»: il conservatore si accomoda con la democrazia pur criticandola; il neoreazionario vuole abbatterla. Non si tratta di un semplice ritorno della tradizione reazionaria, ma della sua trasformazione al contatto con categorie provenienti dallo sviluppo del capitalismo tecnologico. È questo fenomeno singolare di ibridazione ad apparire particolarmente interessante ed è in questa distinzione che risiede il valore analitico maggiore del libro. La critica francese più esigente ha però segnalato il limite principale. Il libro è un tableau descrittivo più che un’analisi approfondita, e non va mai al di là della storia delle idee. Miranda racconta con precisione cosa pensano i neoreazionari, ma non sviluppa né la critica immanente alle loro posizioni filosofiche, né l’analisi delle condizioni materiali che hanno reso queste idee appetibili proprio quando il capitalismo delle piattaforme si è saldato con la crisi della rappresentanza liberale. La storia delle idee da sola non spiega perché certe idee attecchiscono in certi momenti. Rimane tuttavia un’introduzione necessaria — la prima disponibile in italiano su un fenomeno che non riguarda soltanto gli Stati Uniti.   L'articolo Arnaud Miranda / Cartografia della neoreazione proviene da Pulp Magazine.
July 10, 2026
Pulp Magazine