Il Gusto dell’Altro a Re-imagine Peace
Abbiamo parlato con Tze’ela Rubinstein e Shadi Hasbun, che parteciperanno a
Re-imagine Peace con un cooking show intitolato “Il Gusto dell’Altro”.
Che cos’è “Il Gusto dell’Altro” e che cosa farete concretamente insieme?
Shadi Hasbun: In realtà, forse ancora non lo sappiamo nemmeno noi con certezza.
Cuciniamo, certo, ma la cucina in questo caso è solo un pretesto per stare
insieme e cercare di conoscerci. Forse la cosa più difficile è stata proprio
l’inizio: scoprire l’uno i gusti dell’altro e viceversa. Non è stato tutto rosa
e fiori fin dal primo momento con Tessela.
Prima ancora di comprenderci come chef, abbiamo dovuto conoscerci come persone,
e non è stato un percorso semplice. Oggi siamo molto amici, ci tengo a
sottolinearlo, ma è stato il frutto di un percorso duro, durato due o tre anni,
in cui una competizione prima ci ha messi contro e poi ci ha uniti.
Piano piano abbiamo iniziato a costruire qualcosa insieme. La nostra toscanità –
io per via delle mie radici e lei perché vive qui – ci ha aiutati a trovare i
primi punti in comune. Ma oltre a questo, abbiamo scoperto di condividere gli
stessi pensieri e le stesse situazioni. Ho vissuto anche diverse crisi di
coscienza in questi anni di lavoro condiviso, ma alla fine il senso del “Gusto
dell’Altro” è proprio questo: cercare di immergersi nell’altro per capire
quanto, in fondo, siamo simili.
Tze’ela Rubinstein: Il gusto dell’altro è praticamente una collaborazione nata
di un’amicizia che è nata in cucina fra i fornelli, fra Chef Shadi e me. Ci sono
diversi modi di lettura della parola altro, e anche in ebraico parliamo
dell’altro. Chi è quello altro? Potrebbe essere un sospetto: chi è quello altro,
quell’altro ancora, chi è quello sconosciuto? E il gusto dell’altro è proprio
quello, conoscere, sapere e avvicinarsi a quello sconosciuto. In ebraico c’è un
altro significato per quell’altro. Nella nostra tradizione abbiamo il dovere
morale di riconoscere e di trattare bene tre gruppi sociali molto distinti: gli
orfani, le vedove e gli altri. Nella nostra tradizione e nella nostra Bibbia è
scritto proprio di lasciare un po’ di margine nei nostri campi nella raccolta
per questi tre gruppi, gli orfani, le vedove e gli altri, perché sono i più
deboli, perché sono i più bisognosi. E quell’altro è sconosciuto, magari le
vedove e gli orfani li conosciamo, gli altri non li conosciamo. Chi è questo
altro? Non importa, è un essere umano, lo dobbiamo trattare bene. Con Shadi,
l’altro, ovviamente nel contesto sia politico che attuale, ma anche della storia
di questi due popoli, palestinesi e israeliani, questa parola significa tanto,
tanto perché va riconosciuto quell’altro, chi è quello altro: come ci
avviciniamo a quell’altro, come vediamo che lui è un essere umano come noi. E
noi che siamo chef, che operiamo fra gusti, sapori e tradizioni, volevamo
proprio condire, insaporire il nostro contesto con l’altro tramite una
conoscenza comune, tramite il cibo tramite una cosa che ci si siede intorno al
tavolo, si parla, si gusta si assaggia e ci si riconosce meglio.
Cucinare insieme può essere quindi un modo per avvicinarsi e trovare nuove forme
di dialogo?
Shadi Hasbun: Sì, sicuramente. Credo che né io né Tze’ela abbiamo la presunzione
di poter cambiare il mondo o di risolvere l’attuale situazione geopolitica con
quello che facciamo. Portiamo entrambi le nostre storie che, alle radici, sono
inevitabilmente diverse. Tuttavia, abbiamo cercato di trovare un terreno comune
come persone e la cucina è diventata il nostro linguaggio. Se il cibo è stato il
pretesto per avvicinarci, allora sì, posso dire che il cibo aiuta.
Io non condivido ciò che accade nella mia terra d’origine, e penso che anche
Tze’ela viva con molta pesantezza la situazione attuale. Nonostante questo,
vorremmo lanciare un messaggio a chi ci viene a guardare: un modo per dialogare
e per trovare una soluzione esiste. Forse non nel contesto attuale, ma la
possibilità di un cambiamento che ci faccia stare bene c’è, e il cibo è un
veicolo fondamentale per dimostrarlo.
Tze’ela Rubinstein: Assolutamente sì, nel senso che lavorando su qualsiasi cosa,
su qualsiasi passione che uno condivide con un altro si costruisce un ponte di
dialogo. Nel nostro caso è la cucina, i sapori, gli ingredienti, le consistenze,
i colori, la vivacità degli ingredienti, il richiamo delle viuzze mediterranee,
il suk, il mercato, tutte queste cose riuniscono. Quando noi entriamo in cucina
e cominciamo con la nostra arte, perché è un’arte come la percepisco io, la
cucina è un’arte, è un’immaginazione che uno mette, un passione che uno mette
nel piatto. Se in due, due lati diversi, lo fanno insieme, non può risultare
altro che collaborazione, conoscenza, dialogo e quello che è successo fra me e
Shadi: quando siamo sulle pentole, fra i fornelli e praticamente venendo dalla
stessa terra, con ingredienti molto molto simili, con i gusti che si richiamano
uno all’altro. Qui si crea una nuova amicizia fra i fornelli che non può essere
altro che una passione comune che porta con sé anche onde di energie positive
che noi riflettiamo sulle nostre zone limitrofe della famiglia, degli amici, di
conoscenti professionali; la gente a volte è un po’ stupita di vedere come
collaboriamo. Io sono assolutamente convinta che quella è l’unica strada che può
riunire gente che apparentemente, e sottolineo apparentemente, sta su due lati
di un conflitto.
Qual è il senso della vostra partecipazione a Re-imagine Peace?
Tze’ela Rubinstein: Re-imagine Peace is like a glove to our hands, è come un
guanto per le nostre mani, Shadi e io ci crediamo: è già diversi anni che
facciamo la stessa attività che porteremo a Re-imagine e siamo molto onorati di
andare sul palco su questa bellissima iniziativa che riunisce tanta gente in un
cammino che noi abbiamo iniziato qualche anno fa e mi sembra un percorso
naturale di procedere con iniziative che riuniscono tramite collaborazione,
dialogo e tanta tanta speranza e tanta tanta sostanza. Attualmente sembra che a
volte la gente perda la speranza di un’alternativa alla situazione. Invece gente
come noi e come Re-imagine diamo sostanza alla speranza e diamo una vera e
propria alternativa alla situazione attuale. Bisogna essere coraggiosi per dire
sì, io voto per l’alternativa, io costruisco l’alternativa.
Shadi Hasbun: Come dicevo, parlare di pace non significa ignorare la tragica
realtà dei fatti. Per noi la pace si fa concretamente, stando presenti su un
palco per raccontare la nostra esperienza. È un grande onore essere stati
invitati a questa manifestazione.
Personalmente ho il cuore molto pesante per quello che sta succedendo. Spero
però che un evento del genere possa dimostrare che il dialogo tra le parti è
possibile e che si possono cercare soluzioni che non facciano soffrire le
persone. Porteremo il nostro cooking show per condividere con il pubblico
ingredienti, sapori e punti in comune. Per quanto mi riguarda, è anche un modo
per dire che la Palestina esiste, che non può essere ignorata, e per dare voce a
questa realtà su un palco importante come quello di Re-imagine Peace.
Grazie mille per le vostre risposte. Allora ci vediamo domenica 12 luglio a
Firenze per il vostro cooking show.
il video integrale dell’intervista:
In allegato la scheda dell’evento
LA CUCINA COME UN PUNTO DI INCONTRO
Chef Shady è di origine palestinese. Chef Tze’ela è di origine israeliana. Si
sono incontrati attraverso il cibo, in Toscana, usano le differenze come spezie.
Sono amici, colleghi e forse l’immagine più concreta di ciò che il Re-Imagine
Peace Festival porta a Firenze.
Domenica 12 luglio, il Teatro del Sale – uno dei luoghi più amati e iconici di
Firenze – ospiterà un cooking show dal vivo con i due chef, moderato dallo
scrittore e giornalista Adam Smulevich.
Sul palco del Teatro del Sale, ogni ingrediente racconterà una storia: la
tahina, il melograno, il cous cous, il sommacco – alimenti che portano con sé
memoria, geografia e identità da entrambe le parti. Shady, con i suoi ricordi di
infanzia tra Ramallah e Betlemme. Tze’ela, con i sapori afferrati in gioventù
nella sua vita girovaga tra kibbutz, deserto e Tel Aviv.
Shady viene da Arezzo, Tze’ela da Lucca: Firenze è per entrambi il punto di
incontro naturale. La loro storia di amicizia è anche una storia di questa
regione: un luogo dove culture diverse trovano un terreno comune attraverso la
bellezza, il cibo e l’arte di stare insieme a tavola.
Olivier Turquet