“Renditi conto”: la campagna del TAI sui costi nascosti dei centri in Albania
Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), di cui Amnesty International Italia fa
parte, lancia la campagna “Renditi conto – Centri in Albania. Il costo non è
solo economico”, focalizzata sui costi umani e democratici dei centri per
persone migranti costruiti dal governo Meloni in Albania.
La campagna prende forma sui canali digitali simulando l’alert di un inatteso
addebito di ben 74 milioni di euro per la costruzione dei centri in Albania – la
sola spesa pienamente documentabile del Protocollo Italia-Albania tratta – e
mette in luce alcuni aspetti del cosiddetto “modello Albania” rimasti sempre in
ombra.
Al di là del costo economico esorbitante di questo progetto che ha sottratto
fondi alla collettività, “Renditi conto” punta un faro su ciò che troppo spesso
resta invisibile: i costi umani, sociali e democratici del modello Albania.
Il costo più alto di questi centri lo pagano proprio le persone trattenute:
isolate, private della libertà personale, spostate senza informazioni su
destinazione e ragioni del trasferimento; persone che vedono i propri diritti
alla salute e alla cura ostacolati, con accesso limitato alla tutela legale e
per le quali anche la comunicazione con i familiari risulta estremamente
difficile. Molte delle persone trattenute sperimentano una situazione di grave
sofferenza psicologica, che porta a un’ampia somministrazione di psicofarmaci
così come a ripetuti atti di autolesionismo, tentativi di suicidio compresi.
“Sono sempre solo, ho paura” oppure “Appena qualcuno mi dice qualcosa, io
piango” o ancora “Volevo il contratto, ma nessuno me lo ha fatto”: sono alcune
delle eloquenti testimonianze delle persone trattenute raccolte durante le
visite ai centri effettuate dal TAI.
Accanto al costo umano c’è un costo democratico: l’accesso alle informazioni è
limitato anche per i parlamentari, una mancanza di trasparenza che diventa
opacità diffusa per i cittadini e sottrazione al controllo dell’opinione
pubblica. Organizzazioni della società civile, operatori e operatrici
dell’informazione e persino delegazioni parlamentari in visita ai centri hanno
incontrato diverse difficoltà nell’ottenere dati essenziali sul numero delle
persone trattenute, sulle procedure applicate e sulle condizioni di permanenza
nei centri. Come se i centri italiani in Albania fossero luoghi in cui non vige
lo stato di diritto.
Infine, esiste un costo economico che ricade sull’intera collettività: oltre 670
milioni di euro fino al 2028 stando a quanto preventivato dal governo. Risorse
sottratte a servizi davvero essenziali che andrebbero a beneficio di tutta la
società: asili nido, scuole, ospedali, posti in terapia intensiva, borse di
specializzazione per il personale sanitario, potenziamento dei servizi
socio-sanitari, assistenziali e di welfare.
Nati per trattenere persone migranti soccorse in mare e gestirne le procedure
accelerate di asilo lontano dal nostro territorio e poi trasformati in luoghi di
detenzione amministrativa per persone già trattenute nei Cpr italiani, i centri
di Shëngjin e Gjadër sono apparsi da subito problematici e resta irrisolta la
questione della compatibilità di questo modello con il diritto europeo.
Grazie alla collaborazione con alcuni parlamentari italiani ed europei il TAI ha
avuto accesso ai centri e condotto un monitoraggio indipendente, con cui ha
denunciato gravi criticità sul piano dei diritti, della trasparenza e delle
garanzie sia nella fase iniziale del progetto, sia nella sua successiva
estensione al trattenimento delle persone provenienti dai Cpr italiani.
Quanto accade in Albania non riguarda soltanto le persone trattenute, ma
l’intera società italiana: a Shëngjin e Gjadër vengono attuate pratiche che
ledono la tutela dei diritti e la qualità della democrazia, in Italia e in
Europa. Per questo il TAI da tempo chiede la chiusura dei centri in Albania, in
quanto luoghi di sofferenza non riformabili.
Lungi dall’essere una risposta efficace a esigenze reali, con i centri oltre
Adriatico il governo italiano sta sperimentando una forma inedita di
delocalizzazione, che sposta la frontiera oltre i confini nazionali e normalizza
l’idea che sia possibile comprimere diritti e garanzie in spazi sempre più
distanti dagli occhi dei cittadini e dal controllo pubblico. Un preoccupate
salto di qualità nelle politiche di esternalizzazione, in atto da diversi anni
anche a livello europeo, che non può essere corretto, ma che deve solo essere
eliminato. Per tutti questi motivi il TAI torna a chiedere con forza la chiusura
dei centri e l’abbandono definitivo del modello Albania.
Per maggiori informazioni: #RenditiConto: il costo non è solo economico –
Amnesty International Italia
Qui per
l’approfondimento: centri-in-albania-un-pericolo-laboratorio-di-autoritarismo.pdf
Fanno parte del Tavolo Asilo e Immigrazione:
A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo
Sviluppo, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Avvocato di strada ONLUS,
Caritas Italiana, Casa dei diritti, sociali, Centro Astalli, CGIL, CIES, CIR,
CNCA, Commissione migranti e GPIC Missionari Comboniani Italia, Comunità di
Sant’Egidio, Comunità Papa Giovanni XXIII, CONNGI, Emergency, Ero Straniero,
Europasilo, FCEI, Fondazione Migrantes, Forum per cambiare l’ordine delle cose,
International Rescue Committee Italia, Intersos, Legambiente, Medici del Mondo
Italia, Medici per i Diritti Umani, Movimento italiani senza cittadinanza,
Medici Senza Frontiere Italia, Oxfam Italia, Re.Co.Sol, Red Nova, Refugees
Welcome Italia, Salesiani per il sociale, Save the Children, Senza confine, SIMM
(Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), UIL, UNIRE.
Amnesty International