Rosa Matteucci / Liturgia del ridicolo
Come è possibile che non avessi mai letto un libro di Rosa Matteucci, mi chiedo
ora che ho finito Cartagloria ridendo fino alle lacrime e promettendomi di
recuperare tutta la sua opera. L’ultima volta che ho riso così è stato con i
libri di Francesco Permunian, anche quelli incontrati per caso e subito amati
per la scrittura sulfurea e incandescente. O quando, mi si perdoni, mi capita di
imbattermi in certe scenette di Checco Zalone, sospese sul crinale neanche
troppo sottile tra il triviale e il grottesco.
Cartagloria è un viaggio allucinato e feroce dentro un’autobiografia spirituale
che si rifiuta di accettare l’ordine consolatorio del racconto lineare.
L’autrice ci trascina in un mondo dove galline parlanti, carrelli della spesa e
cani risorti convivono con i traumi religiosi dell’infanzia, dentro una lingua
teatrale e irriverente, capace di trasformare ogni disastro in canto, ogni
dolore in caricatura. Il romanzo inizia con una sorta di delirio dove la
protagonista è una fante-cuciniera arruolata in un esercito assurdo, guidato da
un padre-maresciallo megalomane, e da lì parte una guerra che non finirà mai:
contro Dio, contro i genitori, contro sé stessa. La guerra dell’infanzia, della
fede negata, della ricerca del sacro in un mondo che sa solo rispondere con
silenzi o farsa.
La scrittura è un continuo rovesciamento: l’India è la terra dove si beve urina
sperando in una grazia, Lourdes un bagno umiliante, la messa tridentina un rito
formale e iniziatico — e tuttavia, finché dura, un approdo, un punto fermo in
mezzo al caos. Il sacro e l’osceno si guardano negli occhi, si riconoscono. La
Prima Comunione è un gesto fallito, Dio è un padre assente, un’ossessione senza
risposta, e ogni prova si trasforma in una gag tragica che affonda nella carne.
Eppure, è proprio lì che abita la verità: nelle reliquie pelose del trisavolo,
nei vetri che si rompono da soli, nei fedeli molesti in pigiama che disturbano
la liturgia, nei ministranti inquietanti che trasformano la Messa in uno
spettacolo spettrale. Il testo è attraversato da una rabbia che non si placa:
una rabbia verso Dio che non è bestemmia, ma urgenza, fame, preghiera distorta e
urlata. La rabbia di chi ha cercato, invano, un volto che lo guardasse, una
madre che le dicesse “Ti voglio bene” piuttosto che farle leggere la letteratura
più alta e classica. Una madre che tocca l’apice del pragmatismo quando, con
disarmante naturalezza, propone di sistemare la bara del marito in verticale –
“come gli egizi usavano con i sarcofagi delle mummie” – così da evitare
l’incomodo di riesumare qualche avo per liberare spazio nella tomba di famiglia!
L’infanzia, il corpo, la fede: tutto viene masticato e riscritto. Il linguaggio
liturgico, che dovrebbe elevare, viene ribaltato in una partitura comica e
feroce. La scrittura è densa, ritmica, colta, continuamente percorsa da
riferimenti religiosi e culturali, eppure sempre pronta a inciampare, a sporcare
il sublime con una scoreggia, un vomito, una caduta. C’è qualcosa di felliniano
nei personaggi, qualcosa di biblico nelle posture: la nonna superstiziosa e
mistica, il nonno assassino-suicida, l’esorcista spaventato dal sesso, le amiche
Cagnetta e Lupenga: tutte apparizioni che sembrano uscite da un vangelo apocrifo
illustrato da Bosch. Ma anche il corpo dell’autrice è in scena, costantemente
esposto e deriso, ferito e goffo: i denti caduti, le ginocchia sbucciate, la
febbre, le umiliazioni, gli inciampi, tutto diventa materia di un testo che non
vuole guarire, ma restare vivo.
Non c’è nulla di sterile in questo continuo ritorno all’inadeguatezza, alla
marginalità. Anzi, è lì che si costruisce il senso profondo del libro: una fede
rovesciata che si incarna nel ridicolo, una liturgia che non pretende più di
salvare, ma solo di raccontare ciò che resta quando tutto crolla. Ogni scena è
una parabola storta, una preghiera senza autorizzazione. Il libro di Giobbe, che
dovrebbe offrire consolazione, viene rifiutato: quella pazienza non è più
possibile, quella accettazione del dolore è un insulto. L’unico modo per stare
davanti a Dio, se Dio c’è, è ridere. Ridere con violenza, con intelligenza, con
disperazione. Ma ridere.
Cartagloria è un salterio laico, frammentato, imbevuto di malinconia, furia e
desiderio. L’autrice mette in scena una voce letteraria colta, affilata, capace
di attraversare i registri senza perdere mai tensione, né compassione. La
famiglia in totale decadenza economica – con il padre mitomane e la madre
autoritaria – diventa il primo teatro di questa liturgia rovesciata; la scuola,
un luogo di punizione; il corpo, l’unico altare possibile. Non c’è salvezza, ma
c’è scrittura. Colpisce soprattutto la contraddizione interna alla lingua del
romanzo: può affondare nel triviale senza perdere controllo, dissacrare senza
annullare, mantenere – anche nel grottesco – uno sguardo partecipe verso ciò che
è umano. È un libro che fa ridere, spesso in modo spiazzante, ma lascia sempre
intravedere, dietro l’ironia, una nota di dolore.
Il momento più intenso arriva nel finale, con una fotografia: cinque uomini
trasportano un Cristo ligneo durante la guerra in Ucraina. L’immagine sconvolge
la protagonista, evocando la visione di Vasilij Grossman davanti alla Madonna
Sistina, ai cui piedi stanno i celebri angioletti poi finiti sulle magliette di
Fiorucci. Ancora una volta, l’autrice non resiste dal mettere in evidenza un
dettaglio “sporco”, grottesco, che incrina l’aura sacra. Ma è proprio lì, in
quell’attrito, che croce e libertà coincidono. Il Cristo fragile diventa simbolo
del dolore umano e della speranza di risurrezione. È una rivelazione improvvisa,
che restituisce senso a ciò che sembrava perduto. Da allora, la Vergine di
plastica o di gesso – immobile nelle nicchie delle città di Genova, tra i resti
e la miseria – diventa per la protagonista un conforto discreto. La saluta ogni
giorno, in segreto, con una devozione che non ha bisogno di parole, e sente che
non è più sola nel cammino.
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