Il 4 luglio di Trump e quello di Mamdani
Nel 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti i
discorsi del presidente Donald Trump e del sindaco di New York Zohran Mamdani
offrono il quadro di un Paese in cui convivono visioni opposte del passato, del
presente e del futuro.
Trump ha pronunciato il suo discorso dal Monte Rushmore, dove sono scolpiti i
volti di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham
Lincoln, lanciandosi in una retorica celebrazione della grandezza dell’America:
“A 250 anni, l’America è la Repubblica più antica del mondo. Siamo il popolo più
libero del mondo. Abbiamo la Costituzione più giusta e duratura del mondo. Siamo
il Paese più forte e potente del mondo. E per grazia di Dio, gli Stati Uniti
d’America sono la nazione di maggior successo, più realizzata e più eccezionale
mai esistita nella storia dell’umanità.
La nascita e la sopravvivenza della nazione americana sotto la protezione di Dio
è semplicemente la cosa migliore e più incredibile che sia mai accaduta su
questo pianeta per mano dell’uomo. Nessun altro Paese ha fatto più bene a questo
mondo degli Stati Uniti d’America. Dobbiamo ricordare che ciò che abbiamo creato
in questo paese non è la normalità. Non è la norma. È l’eccezione. È raro. È
inestimabile. Ed è veramente miracoloso. Il trionfo dell’indipendenza americana
è stato il risultato delle persone più straordinarie della storia, della cultura
più straordinaria della storia e delle idee più straordinarie della storia, che
insieme hanno creato la repubblica più straordinaria di sempre.”
Tale grandezza è però minacciata da “radicali ed estremisti interni” e qui Trump
riesuma la minaccia comunista con uno stile che ricorda i deliri maccartisti
degli anni Cinquanta: “Il comunismo è il nemico dei popoli liberi ovunque, in
tutto il mondo, non funziona mai, è il nemico della Costituzione, soprattutto è
il nemico del 4 luglio 1776 – è il nemico per eccellenza”, per poi impegnarsi in
un solenne giuramento: “Dichiariamo e giuriamo che l’America non sarà mai un
Paese comunista.“
Bisogna fare uno sforzo per superare la prima reazione di sghignazzo davanti a
tanta tronfia retorica, che ignora la realtà (la “grandezza” dell’America è
basata sulla schiavitù e sul genocidio dei nativi e nel nuovo mondo multipolare
non è più il Paese più forte e potente) per chiedersi il motivo di toni così
esagerati perfino per un soggetto al limite dello squilibrio mentale e del
ridicolo come Trump.
Il suo interesse non è tanto quello di rivolgere un monito ai “nemici esterni”
da combattere con bombardamenti e guerre commerciali, ma appunto a quelli
interni, identificati con i pericolosi comunisti che minacciano l’identità
americana, ma soprattutto rischiano di vincere le elezioni di metà mandato.
Insomma, gli odiati democratici, ma soprattutto la corrente dei socialisti
democratici di cui fa parte Mamdani e che ultimamente hanno vinto una primaria
dopo l’altra in vista delle elezioni di novembre.
Nessuno di loro si può definire comunista: il Partito Democratico è nella sua
essenza una copia di quello Repubblicano (basti pensare alla politica estera
imperialista portata avanti da tutti i presidenti senza distinzioni), ma non
sono comunisti neanche i socialisti democratici. Nel linguaggio rozzo di Trump,
però, è più facile agitare lo spettro della minaccia rossa, sperando che questa
retorica anni Cinquanta funzioni ancora.
E qui veniamo al punto centrale, ben rappresentato dal discorso di Mamdani in
occasione del 4 luglio: non si tratta solo di una differenza tra politici, o tra
un miliardario ottantenne e un giovane sindaco musulmano, ma di visioni del
Paese opposte. Da una parte l’arroganza del bullo che pensa di poter risolvere
tutto con ogni tipo di violenza, il potere del denaro e la legge del più forte,
dall’altra la rivendicazione di un’America multi-etnica, costruita dagli
immigrati e dai lavoratori, che ha ancora molto da fare per realizzare gli
ideali proclamati nella Dichiarazione d’Indipendenza.
Anche il luogo dove Mamdani ha tenuto il discorso ha una grande valenza
simbolica: la sede del Municipio di New York, seduto alla scrivania appartenuta
a George Washington e circondato da un gruppo di immigrati che avevano appena
ottenuto la cittadinanza statunitense.
Tutto il discorso e alcuni passi in particolare mostrano l’enorme differenza di
tono e contenuto rispetto al tracotante messaggio di Trump.
“Per i potenti l’America è un’arena di supremazia, dove solo a pochi eletti è
concessa la libertà, dove non tutti sono creati uguali. L’America, se lo
chiedete a loro, diventa meno americana quanto più persone accoglie. L’America,
vi diranno, appartiene solo a chi ha l’accento giusto o la giusta tonalità di
pelle. Il resto di noi, insistono, dovrebbe essere grato per il semplice fatto
di poterla visitare.
Quanto sono meschini, deboli e privi di originalità! In ogni momento del nostro
passato, coloro che hanno governato attraverso l’esclusione e l’isolamento hanno
cercato di conquistare il potere e arricchirsi mettendoci gli uni contro gli
altri. La divisione è il trucco più antico della politica e anche il più
meschino. Ma più e più volte — anche 250 anni fa — quelle forze di divisione
sono state sconfitte dalle forze del progresso. Come scrisse Thomas Paine:
«Questo nuovo mondo è stato il rifugio per gli amanti della libertà civile e
religiosa perseguitati…». Eppure oggi, troppi dei nostri leader non credono in
una visione di questa nazione come rifugio per i perseguitati — ma piuttosto
come una nazione che perseguita chi vi cerca rifugio”.
Riferendosi a New York, Mamdani si chiede: “Mentre celebriamo i nostri 250 anni,
cosa vediamo? Vediamo una città piena di contraddizioni all’interno di una
nazione piena di contraddizioni. Vediamo il Paese più ricco della storia del
mondo — un Paese in cui i bambini vanno a dormire affamati mentre il primo
“trillionario” del mondo brama ancora di più. Vediamo monopoli che dominano ogni
settore e oligarchi che comprano le elezioni. Vediamo agenti mascherati che
terrorizzano le nostre strade e mangiano il cibo cucinato dai nostri vicini
privi di documenti prima di portarli via di nascosto in furgoni senza
contrassegni”.
Le contraddizioni evidenti a New York si estendono a tutto il Paese e lo sguardo
di Mamdani si allarga: “Vediamo una nazione la cui immensa ricchezza è stata
costruita da chi ha le mani callose e sporche di terra — coloro che faticano
nelle fabbriche e scolpiscono la pietra — e vediamo una nazione che ha permesso
che gran parte di quella ricchezza finisse invece nelle mani delicate di un
ristretto numero di privilegiati.
Vediamo l’America nelle assicurazioni sanitarie che sfruttano i malati, ma anche
nell’infermiera che fa il doppio turno e poi si ferma sulla strada di casa per
controllare un vicino malato.
Vediamo l’America nei proprietari immobiliari per i quali la negligenza è un
modello di business. La vediamo anche nel padre che rimbocca le coperte ai figli
sotto un soffitto macchiato dalle infiltrazioni, che si sveglia prima dell’alba
per andare al lavoro e crede ancora che il suo Paese possa fare di meglio per la
sua famiglia.
Vediamo l’America quando spendiamo i soldi delle nostre tasse in bombe e
salvataggi finanziari, quando vendiamo le nostre elezioni al miglior offerente.
Eppure la vediamo altrettanto chiaramente in ogni americano che crede ancora che
questo Paese appartenga a noi, il popolo.
Vediamo l’America ogni volta che i vicini si stringono l’uno all’altro — senza
chiedersi da quanto tempo vivono qui, o quali documenti abbiano — mentre l’ICE
invade i nostri quartieri.
Vediamo l’America ogni volta che giovani e anziani restano in piedi sotto la
pioggia battente o nel caldo torrido per esprimere il loro voto.
Vediamo l’America ogni volta che i lavoratori chiedono di più — non solo per sé
stessi, ma per i propri concittadini.
C’è chi risponde a chi chiede di più all’America con un semplice ritornello:
«Amala o vattene!». Ma il patriottismo non ha mai significato fingere che la
nostra nazione sia priva di difetti. Il patriottismo è ogni atto di giusto
dissenso, è ogni marcia sotto il sole cocente, è ogni protesta organizzata con
un decennio di anticipo sui tempi, perché amare il nostro Paese significa
lottare per la sua versione migliore. È proprio perché amiamo questa nazione che
non la lasceremo.”
Anna Polo