Traffico di armi dai porti italiani. Una vittoria parziale ma straordinaria al Tar di Bologna
Il primo luglio un’importante sentenza del Tar ha obbligato l’Agenzia delle
Dogane di Ravenna a rivelare parzialmente i dati sui traffici di armi. La
vicenda nasce a seguito di un’istanza di accesso civico promossa dalla
giornalista Linda Maggiori, nostra autrice e collaboratrice di Altreconomia,
testata per cui ha redatto il dossier La flotta del genocidio. Le Dogane hanno
strumentalmente rigettato l’istanza, trincerandosi dietro la tutela dell’ordine
pubblico e della concorrenza. I giudici amministrativi hanno ribadito che
l’accesso alle informazioni è fondamentale
È partito tutto da un accesso civico generalizzato formulato da chi scrive lo
scorso gennaio, nel quale si chiedeva all’ufficio doganale Romagna 1 “la
quantità di materiale bellico e componenti di armamenti partiti dal porto di
Ravenna nel 2025, divisi per quadrimestre (gennaio-aprile, maggio-agosto,
settembre-dicembre) e divisi per export transito, e se possibile destinazione e
provenienza”.
Le Dogane hanno rigettato l’istanza sottolineando che la pubblicazione di questi
dati avrebbe “minato la sicurezza nazionale e i rapporti tra gli Stati”,
appellandosi paradossalmente alla Legge 185/1990 che a loro dire prevede un
regime di segretezza sugli armamenti (mentre storicamente è nato con la
motivazione opposta, proprio per opporsi al regime di segretezza di epoca
fascista).
Assistita dall’avvocato Andrea Maestri, l’11 febbraio, ho quindi presentato
ricorso al Tar. L’udienza si è tenuta il 13 maggio e le Dogane hanno presentato
una loro “relazione difensiva”, dove affermano che “non può non tenersi conto
del rischio di possibili strumentalizzazioni derivanti dalla pubblicazione dei
dati in questione, con potenziale pregiudizio per l’ordine pubblico e la
politica estera. La divulgazione delle informazioni richieste comporterebbe la
rivelazione di dati economici strategici suscettibili di utilizzo da parte di
potenziali concorrenti, arrecando un danno concreto all’operatività commerciale
dei soggetti potenzialmente controinteressati”.
Come già raccontato nel dossier di Altreconomia “La flotta del genocidio”, le
principali compagnie che scalano dal porto di Ravenna sono Msc e Zim e sono
state coinvolte, nel 2025, in traffici di armi, dual use e prodotti agricoli
verso colonie israeliane illegali. Ma ciò che sappiamo è solo una minima parte
della realtà.
Per questo è necessario avere tutti i dati. Per giustificare il diniego, le
Dogane hanno inoltre aggiunto che “non può bastare ‘l’interesse mediatico’ per
avere diritto di conoscere dati e/o informazioni sensibili, poiché l’interesse
pubblico […] è qualcosa di ben diverso dall’interesse del pubblico. Orbene sia
consentito dubitare che, nel caso di specie, le reiterate richieste della
ricorrente siano dirette a consentire un controllo diffuso sull’operato delle
pubbliche amministrazioni, sembrando di contro ‘orientate’ a un interesse
mediatico connesso ai pur tragici eventi che hanno animato (e purtroppo
continuano a caratterizzare) lo scenario geopolitico del Medio Oriente, che
nulla hanno a che fare con la legittimità dell’operato di questa
Amministrazione”. Il traffico di armi verso un genocidio in corso è quindi
derubricato al far rumore.
Dopo 45 giorni di attesa, il primo luglio arrivata la sentenza del Tar.
> “Il diniego di Adm non è supportato da adeguata e idonea motivazione, in
> quanto il mero dato numerico e quantitativo di materiale bellico e armamenti
> partiti dal porto di Ravenna nell’anno 2025 appare neutro e, quindi,
> irrilevante rispetto agli interessi pubblici richiamati dall’Amministrazione,
> non costituendo tali dati un ‘pregiudizio concreto’ alla tutela dei suddetti
> interessi. Nemmeno è chiarito dall’Amministrazione in quali termini le
> informazioni richieste avrebbero ‘natura sensibile’, tale da compromettere gli
> interessi pubblici tutelati dalla disposizione normativa richiamata.
>
> Non pare condivisibile nemmeno […] che la divulgazione delle informazioni
> richieste comporterebbe la rivelazione di dati economici strategici
> suscettibili di utilizzo da parte di potenziali concorrenti, arrecando un
> danno concreto all’operatività commerciale dei soggetti potenzialmente
> controinteressati, atteso che, come detto, si tratta unicamente di generici
> dati numerici e quantitativi, senza alcun riferimento, ovviamente, ai
> nominativi dei soggetti interessati al transito (destinatari, spedizionieri,
> etc.), per cui il rischio paventato dall’Amministrazione […] non appare
> concretamente (ma nemmeno potenzialmente) configurabile. […]
>
> Adm non spiega in che termini le informazioni e i dati richiesti sarebbero
> informazioni di natura riservata o fornite in via riservata dalle autorità
> doganali durante l’effettuazione dei loro compiti […]. Per le esposte ragioni,
> dunque, il diniego di accesso generalizzato alla richiesta relativa alla
> ‘quantità di materiale bellico’ è illegittimo e va annullato, con conseguente
> ordine all’Amministrazione di concedere l’accesso ai dati e alle informazioni
> richieste”.
Il Tar però non ha accolto il ricorso per la parte che riguarda il “Paese di
provenienza e/o destinazione” del materiale bellico e degli armamenti transitati
per il porto di Ravenna in quanto “può determinare, indubbiamente, una
interferenza con la tutela degli interessi pubblici connessi alla sicurezza
nazionale e alle relazioni internazionali, come sopra declinati”.
In realtà è facile dedurre dove vanno buona parte delle armi che partono da
Ravenna. I dati statistici ci dicono che a maggio 2026 sono partiti
1.800 container verso i porti di Haifa e Ashdod, 2.400 ad aprile e così via gli
altri mesi prima, con una media di 1.500-2.000 container ogni mese. Israele
resta sempre in cima a tutte le destinazioni delle navi che escono dal porto di
Ravenna.
Secondo l’avvocato Maestri si tratta di “una vittoria parziale ma straordinaria
per l’impatto che ha nella lotta per la trasparenza e nella causa per i diritti
umani violati in Palestina anche grazie al transito di armi dal nostro porto.
Viene fortemente stigmatizzata la genericità e pretestuosità delle motivazioni
utilizzate dalle Dogane per bloccare l’accesso a informazioni che invece sono un
diritto di ogni singolo cittadino e dell’opinione pubblica posto che la stessa
legge definisce il diritto di accesso come un corollario del principio
democratico”.
Questa sentenza è importante non solo per Ravenna perché potrà essere usata come
giurisprudenza per avere trasparenza anche in tutti i porti d’Italia, dove si
sta rafforzando una rete di attivisti e lavoratori per opporsi ai traffici di
armi.
Linda Maggiori