Virginia Evans / Corrispondenze amichevoli, amorose e non
Il titolo originale di questo romanzo è The Correspondent, ed è infatti composto
tutto e soltanto di corrispondenza: lettere scritte a mano, spedite e ricevute,
e qualche email. Chi manda e riceve la corrispondenza è Sybil Van Antwerp, che
conosciamo quando ha appena compiuto 73 anni e, nonostante stia perdendo la
vista, continua a vivere e raccontare la sua vita attraverso le lettere. Sybil
scrive a mano, con pazienza e metodo, usando quello che la scrittura ci permette
di fare: cioè correggere, modificare, ripensare; concentrarci; scegliere tra le
parole quelle che sono proprio giuste; avere l’interlocutore solo nella propria
testa. Una dimensione di libertà e di ordine al tempo stesso, che è difficile
trovare altrove. Sybil è un’avvocata in pensione, ha lavorato più di vent’anni
come capo cancelliera alla Corte d’Appello del Maryland, in un sodalizio
strettissimo con il giudice Guy Donnelly; è divorziata e ha due figli, vive in
una bella villetta con vista sul fiume, ad Annapolis; cura il giardino, legge, e
appunto scrive lettere.
La corrispondenza di Sybil non è un pretesto letterario. Le lettere non sono mai
a senso unico, sono risposte o esigono una risposta, che siano rivolte al
fratello o agli scrittori di cui ha amato i libri, all’amica di scuola o al
rifugiato siriano che lavora nel customer care di “Consanguineità”. Sybil è
stata adottata, e per Natale il figlio le ha regalato il test del DNA,
attraverso cui potrebbe scoprire le sue vere origini. Non che Sybil lo desideri,
e anzi all’inizio ne è infastidita e vorrebbe rifiutarlo; ma ne capisce anche la
necessità, e alla fine accetta non solo di farlo ma anche di essere messa in
contatto con la persona che si è scoperto abbia con lei una compatibilità
altissima. La scoperta di appartenere anche a un’altra famiglia è sconvolgente
ma bellissima. Ed è una delle trame del romanzo, a cui le lettere danno però
modo di essere una tessitura, ricamata e decorata come un arazzo, con molteplici
disegni e sovrapposizioni, a riprova della ricchezza della vita, qualunque sia
l’età e il luogo in cui si vive.
Sybil ha perso un figlio, e questo dolore che non ha né parole né limiti né
tregua, l’ha come congelata per un lungo periodo della sua vita. Ed è un insieme
di circostanze, come delle finestre che, una volta aperta una, chiedono di
essere spalancate tutte, che la porta a una sorta di nuova vita, fatta di
relazioni, viaggi, scoperte, amori. Non tutte le finestre che si aprono danno
sull’esterno: ce ne sono molte che portano Sybil a rivedere le proprie scelte, a
riesaminare il proprio passato. E se non tutto è recuperabile e aggiustabile,
dire la verità a se stessi è l’unica strada che abbiamo verso la pace dentro di
noi (che guarda caso è anche la base per la pace con gli altri e con il mondo).
E Sybil ha l’opportunità e poi il coraggio di farlo.
Sono tante le cose belle che succedono in questo romanzo, che ci conforta e
rasserena sul fatto che la vita è piena di possibilità, e soprattutto che la
vita è del tutto nostra, fino all’ultimo momento in cui stiamo qui sulla terra.
Ci conforta e rasserena anche sul fatto che possiamo essere strani e diversi,
possiamo scegliere di esprimerci in un modo considerato antiquato e desueto, e
ciò nonostante possiamo trovare il nostro posto nel mondo. Ci conforta e
rasserena sapere che tutti sbagliamo, che gli errori sono in genere
irreparabili, ma che si può fare ammenda e che da questa ammenda si può ricavare
e ricevere sollievo.
E ci conforta e rasserena anche la forma di questo romanzo: la lentezza
implicita nella scrittura manuale, la fiducia che quello che si scrive venga
letto fino in fondo e riceva una risposta, la permanenza fisica di quello che
siamo e lasciamo quando non siamo più, sono qualcosa a cui non siamo più
abituati, sommersi come siamo da email indesiderate, messaggi senza risposta e
soprattutto mai letti fino in fondo. Sono anche un invito a non farsi travolgere
dalla follia del mondo in cui viviamo, dal catastrofismo imperante e da quella
falsa logica capitalista per cui con l’intelligenza artificiale scompariranno la
scrittura e la creatività individuale. Starà a noi, ovviamente, non farle
scomparire. Ma il fatto che nel 2026 sia un romanzo intitolato The Correspondent
e fatto solo di lettere a vincere il Women’s Prize for Fiction (ex Orange Prize,
tra i più prestigiosi premi britannici, vivo e vegeto da trent’anni), è un
segnale forte e chiaro. Che penso riempia di gioia tutti noi lettori.
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Pulp Magazine.