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La Rete Saharawi e la delegazione italiana all’ONU per la causa saharawi
Sahara Occidentale all’ONU: la Rete Saharawi e la delegazione italiana in prima linea per l’autodeterminazione e i diritti umani New York, 7 ottobre 2026 – Il dossier del Sahara Occidentale torna al centro del dibattito internazionale alle Nazioni Unite. Durante la quarta seduta plenaria della Quarta Commissione dell’Assemblea Generale dell’ONU (Commissione politica speciale e per la decolonizzazione), svoltasi martedì 6 ottobre nell’ambito dell’81ª sessione, si è tenuto un articolato confronto che ha visto protagonista la società civile internazionale. Tra le voci più incisive emerse a Palazzo di Vetro spicca l’azione coordinata della delegazione italiana e della Rete Saharawi, intervenute con i propri rappresentanti al fianco del Fronte Polisario, di ONG e di firmatari internazionali a sostegno del diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi. LA DELEGAZIONE ITALIANA E LA RETE SAHARAWI: I VOLTI E LE VOCI A PALAZZO DI VETRO A rappresentare l’impegno dell’Italia per la tutela dei diritti umani e il completamento del processo di decolonizzazione del Sahara Occidentale sono stati, in particolare:   – Fabio Salvia, intervenuto a nome dell’EUCOCO (Coordinamento Europeo di Sostegno al Popolo Sahrawi), parte integrante del network promozionale della Rete Saharawi;   – Amelia Pecoretti, studentessa di Giurisprudenza e rappresentante dell’Associazione Hurria (membro della Rete Saharawi);   – Federica Petti, vicesindaca del Comune di Campi Bisenzio, portavoce dei 127 Comuni italiani aderenti alla rete di accoglienza e cooperazione con la Repubblica Democratica Araba Sahrawi (RASD). SALVIA (EUCOCO / RETE SAHARAWI): «BASTA DOPPI STANDARD, SI RISPETTI IL DIRITTO INTERNAZIONALE» Nel corso del suo intervento a nome dell’EUCOCO, Fabio Salvia ha richiamato con forza l’Assemblea Generale al rispetto rigoroso della Carta delle Nazioni Unite, chiedendo il rinnovo e il rafforzamento del mandato della missione MINURSO. Salvia ha ricordato come il Sahara Occidentale rimanga un Territorio Non Autonomo e che nessuna normalizzazione dell’occupazione militare marocchina possa sostituirsi al legittimo percorso di decolonizzazione. > «Il diritto internazionale non va applicato con doppi standard», ha denunciato > Salvia, sollecitando la tutela concreta dei difensori dei diritti umani, la > liberazione immediata dei prigionieri politici e l’istituzione di un > meccanismo di monitoraggio indipendente sulle violazioni nei territori > occupati. L’esponente della delegazione ha inoltre censurato le politiche demografiche attuate da Rabat, richiamando l’articolo 49(6) della Quarta Convenzione di Ginevra e ribadendo che lo status del territorio non può essere alterato unilateralmente, né le sue risorse naturali sfruttate senza il consenso espresso e preventivo del popolo sahrawi. PECORETTI (ASSOCIAZIONE HURRIA): «I REFERTI ONU ATTESTANO VIOLAZIONI SISTEMATICHE: LA PROPOSTA DI AUTONOMIA NON BASTA» L’attenzione della Commissione si è poi focalizzata sui dati giuridici e sulle evidenze documentali presentate da Amelia Pecoretti per l’Associazione Hurria. L’intervento ha analizzato formalmente il quadro dei diritti umani basandosi esclusivamente su decisioni e relazioni ufficiali degli organi delle Nazioni Unite, tra cui il Comitato contro la Tortura (CAT) e il Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrarie (WGAD). Pecoretti ha evidenziato come le pronunce degli organi ONU documentino una prassi strutturale e non episodica da parte del Regno del Marocco, caratterizzata da arresti arbitrari, violazioni delle garanzie del giusto processo, torture e mancata celebrazione di indagini indipendenti. > «Un semplice assetto amministrativo o un’etichetta di autonomia non possono > sanare violazioni di norme imperative di diritto internazionale (jus cogens) e > dei diritti umani fondamentali in assenza di meccanismi d’indagine e > monitoraggio indipendenti», ha evidenziato Pecoretti nel suo discorso, > ricordando che un’opzione imposta senza la libera scelta del popolo sahrawi > violerebbe il diritto all’autodeterminazione esterna e rischierebbe di > cristallizzare un sistema di abusi, alimentando ulteriori tensioni nel > territorio. PETTI (CAMPI BISENZIO): «127 COMUNI ITALIANI AL FIANCO DEL POPOLO SAHRAWI DAL 1982» A testimoniare il profondo legame tra i territori italiani e la causa sahrawi è intervenuta la vicesindaca di Campi Bisenzio, Federica Petti, in rappresentanza dei 127 Comuni coordinati nella rete di solidarietà istituzionale. Petti ha illustrato il valore del programma estivo di accoglienza che ogni anno porta in Italia oltre cento «piccoli ambasciatori di pace» sahrawi, definendolo non soltanto un gesto umanitario, ma un preciso atto di solidarietà politica verso la RASD e il Fronte Polisario. Rievocando lo storico gemellaggio siglato il 28 gennaio 1993 tra Campi Bisenzio e il comune sahrawi di Bir Lehlu, Petti ha richiamato le istituzioni internazionali alle proprie responsabilità: > «Non ero ancora nata quando venne siglato quel patto, ma oggi non posso > accettare che i sahrawi continuino a non poter decidere del proprio futuro. Il > governo della RASD ha scelto la via della pace e della diplomazia fin dal > 1991: spetta ora all’ONU e alla MINURSO garantire l’attuazione degli accordi e > lo svolgimento del referendum». LE RICHIESTE FINALI ALLA COMMISSIONE ONU: A conclusione dei lavori, la delegazione italiana ha rinnovato l’appello affinché l’Assemblea Generale dell’ONU assicuri che tutte le opzioni sullo stato finale del territorio — compresa la piena indipendenza — possano essere considerate e sostenute liberamente e pacificamente, nel rispetto delle opzioni previste dal diritto internazionale e con garanzie effettive a tutela dei diritti fondamentali della popolazione sahrawi. (pubblicato da Wesatimes) Redazione Toscana
October 7, 2026
Pressenza
Cittadinanza spagnola ai Sahrawi: un passo avanti che lascia irrisolto il diritto all’autodeterminazione
La decisione del Congresso dei Deputati di Madrid può cambiare concretamente la vita di decine di migliaia di sahrawi. Tuttavia, mentre si restituisce una cittadinanza storicamente negata, il diritto collettivo all’autodeterminazione di un popolo colonizzato resta senza risposta e l’ingiustizia di fondo rimane irrisolta. Il 10 settembre il Congresso spagnolo ha approvato una proposta di legge che consente ai sahrawi nati nel Sahara Occidentale sotto amministrazione spagnola (prima del 29 settembre 1977) e ai loro discendenti di primo grado di accedere alla cittadinanza spagnola tramite una procedura straordinaria. È una svolta di grande impatto umano e civile, ma va letta all’interno di una storia complessa che dura da cinquant’anni, segnata da responsabilità storiche, promesse internazionali non mantenute e violazioni dei diritti umani. Che cosa prevede la normativa e quali sono i suoi limiti La misura non rappresenta un’assegnazione automatica e generalizzata della cittadinanza a tutta la popolazione sahrawi. Riguarda specificamente chi è nato nel territorio prima della fine dell’amministrazione de facto della Spagna e i parenti diretti. Per i sahrawi legalmente residenti in Spagna, la legge riduce inoltre a due anni il tempo necessario per la naturalizzazione. Le stime parlano di una platea potenziale di oltre 100.000 persone. Non si tratta, dunque, di un riconoscimento esteso indistintamente a chiunque: un giovane sahrawi nato nei campi profughi algerini da genitori nati dopo il 1977 non rientrerà automaticamente nei parametri previsti. Ciononostante, per le persone coinvolte il valore pratico è inestimabile: uscire dallo status di apolidia o di estrema precarietà giuridica, ottenere la libertà di movimento, di studio e di lavoro nell’Unione Europea e disporre di una tutela legale prima inesistente. La contraddizione della Spagna: riparazione individuale e abbandono politico La proposta di legge arriva da quello Stato che ha amministrato il Sahara Occidentale fino al ritiro del 1975-1976, avvenuto a seguito degli Accordi Tripartiti di Madrid e dell’invasione marocchina (la “Marcia Verde”). La Spagna abbandonò il territorio senza completare il processo di decolonizzazione prescritto dalle Nazioni Unite, lasciando il popolo sahrawi esposto all’occupazione militare. L’iniziativa sulla cittadinanza assume un contorno fortemente paradossale se confrontata con gli indirizzi di politica estera adottati di recente dal governo spagnolo. Nel marzo 2022, il Presidente del Governo Pedro Sánchez ha compiuto una svolta storica, abbandonando la tradizionale posizione di neutralità attiva e di adesione ai piani ONU per definire la proposta di autonomia avanzata dal Marocco nel 2007 come la base “più seria, credibile e realistica” per la risoluzione del conflitto. Il piano autonomista marocchino parte dal presupposto invalicabile della sovranità del Regno del Marocco sul Sahara Occidentale, escludendo a priori l’opzione dell’indipendenza. Riconoscendo la cittadinanza su base individuale, la Spagna compie dunque un atto di riparazione storica verso singoli individui, ma continua sul piano diplomatico a sostenere un’ipotesi politica che nega l’esercizio del loro diritto collettivo all’autodeterminazione. Il referendum mancato e l’impasse della MINURSO Secondo il diritto internazionale e le risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Sahara Occidentale figura ancora oggi nell’elenco dei “Territori non autonomi” in attesa di completare la decolonizzazione. Nel 1991, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU istituì la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale) con il mandato preciso di organizzare e vigilare su una consultazione referendaria libera ed equa. I sahrawi avrebbero dovuto scegliere chiaramente tra l’indipendenza e l’integrazione con il Marocco. Quel referendum, tuttavia, non è mai stato celebrato. Per oltre trent’anni la consultazione è stata bloccata da continue controversie sull’identificazione del corpo elettorale, dal boicottaggio politico e dai mutamenti geopolitici internazionali. Negli anni, i tentativi di mediazione e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza hanno gradualmente affievolito la centralità del referendum, spingendo verso la ricerca di una “soluzione politica reciprocamente accettabile”, di fatto congelando il diritto all’autodeterminazione espresso dalle risoluzioni originarie. Una popolazione divisa tra l’amarezza dei campi e la repressione nei territori occupati Cinquant’anni di mancata decolonizzazione hanno spezzato la società sahrawi in due realtà drammatiche e speculari: 1. I campi profughi di Tindouf (Algeria): Circa 170.000 persone vivono da decenni in uno degli ambienti deserto-rocciosi più ostili del pianeta (l’Hamada algerina). Intere generazioni sono nate e cresciute nei campi, dipendendo quasi interamente dall’aiuto umanitario internazionale, i cui tagli recenti mettono a rischio la sicurezza alimentare e l’accesso ai servizi base. In questa realtà di esilio forzato, la speranza di un ritorno si scontra quotidianamente con la rassegnazione politica e la precarietà economica. 2. I territori occupati del Sahara Occidentale: I sahrawi rimasti sotto il controllo del Marocco vivono in un contesto segnato da continue denunce da parte di organizzazioni internazionali per i diritti umani (come Amnesty International e Human Rights Watch). Sono documentate violazioni sistematiche: restrizioni alla libertà di espressione e di associazione, arresti arbitrari, torture nei confronti di attivisti indipendentisti, processi non equi e la repressione di qualsiasi manifestazione pacifica. A ciò si aggiunge lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio (fosfati e pesca) senza il consenso della popolazione autoctona. Una tutela individuale per gli attivisti? L’acquisizione della cittadinanza spagnola introduce un elemento inedito sul piano del diritto internazionale. Un sahrawi residente nei territori occupati che dovesse ottenere il passaporto spagnolo diventerebbe a tutti gli effetti un cittadino dell’Unione Europea. Ove subisse arresti, persecuzioni o violazioni dei propri diritti fondamentali da parte delle autorità di occupazione marocchine, la sua situazione creerebbe un vincolo giuridico e un obbligo di protezione diplomatica da parte di Madrid. Pur non garantendo uno scudo automatico contro gli abusi, questa condizione potrebbe offrire agli attivisti dei diritti umani un nuovo e più forte strumento di visibilità e tutela di fronte alla comunità internazionale. Conclusione: un diritto fondamentale non si sostituisce con un passaporto La nuova legge approvata dal Congresso spagnolo è indubbiamente una notizia positiva per decine di migliaia di persone che vedono riconosciuto un pezzo della propria storia personale e una via d’uscita dall’invisibilità burocratica. Tuttavia, esiste il concreto rischio politico che la questione del Sahara Occidentale venga progressivamente declassata da vertenza di decolonizzazione e autodeterminazione a pura emergenza umanitaria e gestione di diritti individuali. Una riparazione formale sui documenti d’identità non può esaurire il debito morale e politico della Spagna, né sostituire l’applicazione delle risoluzioni ONU. Il diritto di viaggiare o di risiedere nell’Unione Europea non equivale al diritto di decidere liberamente sul futuro della propria terra. Senza l’esercizio effettivo dell’autodeterminazione, la questione sahrawi rimarrà una ferita aperta nel diritto internazionale. Paolo Mazzinghi
September 12, 2026
Pressenza
Saharawi: la vera Odissea è la normalizzazione, il silenzio e l’economia del neocolonialismo
Il recente film Odyssey di Christopher Nolan, pur presentandosi come un’opera cinematografica di indiscutibile fascino artistico grazie a una magnetica destrutturazione temporale e a maestose riprese panoramiche in 70mm capaci di tradurre il viaggio mitologico in una profonda riflessione filosofica sulla memoria e sull’ossessione del ritorno, porta con sé una pesante implicazione geopolitica. Questa produzione, infatti, rischia di inserirsi in una sistematica strategia di normalizzazione culturale volta a rendere invisibile la drammatica condizione del popolo Saharawi e la sua legittima lotta per l’autodeterminazione nei territori occupati del Sahara Occidentale. Attualmente, il Regno del Marocco controlla militarmente circa l’80% del territorio, mentre la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) il restante 20%, un’area interna, desertica e priva di sbocchi costieri o significative risorse economiche. Il quadro giuridico internazionale, tuttavia, è inequivocabile. Già nel 1975, il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito l’assenza di qualsiasi vincolo di sovranità territoriale tra il Marocco e il Sahara Occidentale, definendo di fatto Rabat come una potenza occupante de facto. Nel 2002, il parere legale del Sottosegretario per gli Affari Legali delle Nazioni Unite, Hans Corell, ha ribadito che lo sfruttamento delle risorse naturali nei Territori Non Autonomi è lecito esclusivamente a due condizioni tassative: deve andare a diretto beneficio della popolazione autoctona e deve avvenire previo consenso e in conformità con i desideri della stessa. A confermare questo orientamento si sono aggiunte le storiche sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), che hanno annullato a più riprese gli accordi commerciali e di pesca tra UE e Marocco nella misura in cui includevano illegalmente le terre e le acque territoriali del Sahara Occidentale. Le origini del conflitto risalgono al novembre del 1975, quando il re Hassan II diede inizio alla “Marcia Verde“, un’operazione strategica che vide la penetrazione di 350.000 civili marocchini scortati da ingenti forze militari. Questa massiccia occupazione costrinse gran parte della popolazione indigena a una drammatica fuga verso l’inospitale deserto algerino, dove oggi circa 200.000 profughi sopravvivono nei campi di accoglienza situati nella regione di Tindouf. Coloro che sono rimasti nelle zone occupate vivono in uno stato di costante privazione dei diritti fondamentali, all’interno di uno scenario documentato di “impunità strutturale”. Come rilevato da molteplici organismi internazionali – tra cui il Robert F. Kennedy Human Rights, il Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria (WGAD), il Comitato contro la Tortura (CAT) delle Nazioni Unite, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani (OHCHR), Amnesty International, Human Rights Watch e il centro NOVACT – il governo marocchino ricorre sistematicamente alla detenzione amministrativa e giudiziaria come strumento di persecuzione politica per reprimere il dissenso, blindando al contempo l’area per impedire l’accesso a osservatori e media indipendenti esterni. Nonostante gli accordi per il cessate il fuoco siglati nel 1991 sotto l’egida dell’ONU, che prevedevano l’istituzione della missione MINURSO e la promessa di un referendum per l’autodeterminazione, la consultazione non è mai stata celebrata a causa dei continui veti e ostruzionismi opposti da Rabat. Questa situazione di stallo si è consolidata nel tempo anche grazie all’avallo esplicito di importanti attori geopolitici occidentali e internazionali, come gli Stati Uniti, Israele, la Francia e la Spagna, nonché al silenzio complice di numerose altre nazioni. Al contrario, l’Unione Africana e molti Stati storicamente vicini al movimento dei non allineati mantengono una ferma posizione di supporto alla causa saharawi. Questo prolungato stallo politico consente al Marocco di sfruttare indisturbato le immense ricchezze del territorio: il controllo strategico delle coste oceaniche (tra le rotte più pescose al mondo), i ricchi giacimenti di fosfati, lo sviluppo di impianti di energia rinnovabile, le esplorazioni per idrocarburi e, non da ultimo, la promozione del turismo internazionale. Una penetrazione economica ed estrattivista che non sarebbe realizzabile senza il supporto di investimenti esteri e una diffusa complicità internazionale. In questo scenario, la cultura e l’industria del cinema si trasformano in potenti vettori di legittimazione e normalizzazione geopolitica. Il piano strategico di investimenti del governo marocchino offre infatti un tax rebate (rimborso fiscale) del 30% per le produzioni internazionali che spendono almeno un milione di dollari e garantiscono un minimo di 18 giorni di riprese nel Paese. Questa agevolazione economica viene deliberatamente estesa anche ai territori occupati del Sahara Occidentale. Il Centro Cinematografico Marocchino (l’ente statale incaricato di erogare i fondi) assimila formalmente l’area al resto del Regno, definendola una «provincia del sud» al fine di promuoverla a livello internazionale come territorio pienamente nazionale. È così che le suggestive sequenze di Odyssey hanno trasformato la Duna Bianca – una straordinaria oasi naturalistica incontaminata nei pressi della città occupata di Dakhla – nel set ideale per rappresentare Ogigia, l’isola mitologica in cui la ninfa Calipso trattiene Ulisse. La scelta di questa location dimostra come Rabat utilizzi la settima arte come un sofisticato strumento di soft power, capace di occultare una complessa realtà di occupazione militare dietro la bellezza delle immagini e l’efficienza di un’infrastruttura industriale competitiva su scala globale. Di fronte a questa operazione di mistificazione, suscita profonda perplessità l’atteggiamento di testate giornalistiche tradizionalmente vicine alle lotte post-coloniali e all’autodeterminazione dei popoli. È il caso del quotidiano Il Manifesto, che in un lungo articolo intitolato «Odissea, la ricerca del mito nel nostro tempo», ha dedicato ampi spazi celebrativi alla pellicola di Nolan limitandosi a una recensione puramente artistico-critica, omettendo qualsiasi accenno alla gravità del contesto geopolitico in cui le riprese si sono svolte. Una voce critica si leva invece dalle pagine della testata MOW (Men On Wheels), in cui si sottolinea come «Odyssey sia un film sensazionale che ha incantato la critica» ma si ricorda al contempo che «alcune scene sono state girate nella città di Dakhla. Siamo nel Sahara Occidentale, in un territorio conteso occupato dal Marocco, dove le popolazioni indigene non possono raccontare le proprie storie senza timore di essere imprigionate». L’articolo conclude denunciando come la scelta produttiva abbia «contribuito a legittimare il controllo marocchino sul territorio conteso», delineando «un’Odissea geopolitica molto più complessa di quella epica». Parallelamente, il Western Sahara International Film Festival (FiSahara) ha espresso una dura condanna, evidenziando come la produzione «contribuisca alla repressione del popolo saharawi da parte del Marocco» e agevoli «gli sforzi del regime marocchino per normalizzare l’occupazione». Un monito ribadito con forza dall’attivista saharawi Mamine Hachimi, il quale ha dichiarato che filmare in quei territori senza il consenso della popolazione locale rende la produzione stessa complice e parte integrante del sistema repressivo. Le parole più toccanti e incisive giungono dall’artista, regista e scrittore saharawi Mohamed Sleiman Labat: «Utilizzare i territori del Sahara Occidentale per girare un film senza il consenso del popolo sahrawi non è meno problematico ed estrattivista che sfruttare i nostri fosfati, le nostre risorse ittiche, il vento, il sole o qualsiasi altra risorsa: è un furto a tutti gli effetti e un’appropriazione indebita del territorio e della cultura. Christopher Nolan, non c’è bisogno di tornare indietro nel tempo di 3000 anni per “scavare” una storia umana di ritorno a casa, sfollamento, guerra, sofferenza umana e tradimento. Proprio il luogo in cui il tuo film è stato in parte girato racconta oggi esattamente quei temi. Tu e la tua troupe vi trovavate su una terra i cui legittimi proprietari sono stati sfollati con la forza e che da 50 anni cercano di tornare a casa. L’odissea odierna e il lungo viaggio di ritorno a casa, costellato di ostacoli, sono una realtà vissuta dai sahrawi e da molte altre comunità sfollate. È incredibile rendersi conto che, per raccontare la storia del viaggio decennale di Ulisse verso casa, hai dovuto utilizzare la terra di un popolo che da 50 anni cerca di tornare a casa». Paolo Mazzinghi
July 20, 2026
Pressenza
I Piccoli Ambasciatori di Pace Saharawi tornano in Italia dal 4 luglio al 21 agosto
Dal 4 luglio al 21 agosto tornano in Italia i Piccoli Ambasciatori di Pace Saharawi, il progetto di accoglienza nato nel 1982 che ha consentito ad oltre 15.000 bambine e bambini provenienti dai campi profughi saharawi di Tindouf (Algeria), di trascorrere un periodo nel nostro Paese grazie all’impegno di associazioni, enti locali, famiglie e migliaia di volontarie e volontari. L’edizione 2026 coinvolgerà sette regioni – Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Campania – attraverso una rete coordinata dalla Rete Saharawi, in collaborazione con la Rappresentanza in Italia del Fronte Polisario, le associazioni territoriali e il Ministero della Gioventù e dello Sport della Repubblica Araba Saharawi Democratica. Per gli aspetti autorizzativi il progetto è realizzato in collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali italiano. Per i 120 bambini coinvolti il soggiorno rappresenta un’importante occasione di tutela della salute, grazie ai controlli medici e alle attività educative, sportive e ricreative, ma anche un’esperienza di incontro e di scambio con le comunità italiane. Al tempo stesso il progetto promuove un’accoglienza rispettosa della loro identità culturale, linguistica, religiosa e dei legami familiari. Negli ultimi due anni questa rete ha coinvolto oltre 4.000 volontarie e volontari e promosso più di 230 incontri istituzionali con amministrazioni locali, Regioni, Parlamento, enti pubblici e organizzazioni della società civile. Ogni edizione richiede mesi di preparazione: dalla selezione dei minori alla formazione degli accompagnatori, dall’organizzazione dei viaggi al coordinamento sanitario e logistico. Un impegno reso possibile quasi esclusivamente dal volontariato e dall’autofinanziamento delle associazioni. Da quarantaquattro anni i Piccoli Ambasciatori di Pace Saharawi rappresentano una delle più significative esperienze italiane di solidarietà internazionale, capace di unire istituzioni, associazioni e comunità locali, attorno ai valori della pace, della cooperazione e del diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi. Durante il periodo di permanenza saranno organizzati incontri pubblici, conferenze stampa e iniziative con le delegazioni saharawi, le associazioni promotrici e le comunità ospitanti. Restiamo a disposizione di giornalisti, emittenti televisive, radio e testate online per interviste, dichiarazioni e approfondimenti durante l’intero periodo di accoglienza. www.retesaharawi.it presidenza@retesaharawi.it Redazione Italia
July 2, 2026
Pressenza