Cutro, il naufragio della civiltà
C’è un errore di fondo, drammatico e strutturale nelle ricostruzioni –
burocratiche – che continuano a circolare sulle stragi in mare: l’idea che una
scelta, politica o amministrativa, possa condizionare il dovere di effettuare un
soccorso in mare.
Sentire qualcuno che giustifica l’inazione parlando di “scelte di policy”, di
“operazioni di polizia” (law enforcement) o di buona “galleggiabilità” di un
caicco evidentemente carico di migranti, significa ignorare deliberatamente il
pilastro fondamentale della civiltà umana e giuridica: non è e non deve mai più
essere il potere, la politica, a decidere quando salvare una vita, ma è la legge
a stabilire quando sorge una situazione di pericolo e quando si deve provvedere.
Ma l’etica di ognuno, sulla base di esperienza e competenza, avverte ancora
prima il funzionario responsabile che deve prepararsi ad agire.
Il dovere di soccorso in mare, infatti, non è una concessione e non può essere
stoltamente confuso con miserande strategie elettorali. Non è un’opzione
discrezionale lasciata ai burocrati, ma una necessità degli uomini, un obbligo
fissato anche da convenzioni internazionali (Amburgo, SOLAS, UNCLOS), le quali
sono norme che costituiscono solo la codificazione giuridica dell’antico codice
del mare, ovvero di un principio etico ancestrale che riconosce priorità alla
fragilità dell’uomo.
Una fragilità che non si consuma solo in mezzo al mare, ma che è connaturata
alla stessa condizione umana: davanti alle guerre, alla miseria e persino di
fronte all’indifferenza dei sistemi violentemente burocratici. Rispetto alla
fragilità il mare è solo il paradigma più drammatico e immediato di questa
vulnerabilità universale. Se lo Stato, le istituzioni e le leggi non servono a
proteggere l’uomo proprio nel momento della sua massima fragilità — ovunque essa
si manifesti —, allora perdono la loro stessa ragion d’essere. Cedere alla
retorica delle “frontiere da difendere” lasciando o respingendo in mare chi è in
pericolo significa rinnegare e disconoscere il legame umano fondamentale.
E in pericolo si trova ogni imbarcazione sovraccarica, senza dotazioni di
sicurezza o condotta da persone inesperte. Sono chiarissimi i manuali
internazionali di ricerca e soccorso aero marittimo e i regolamenti europei: non
c’è da fare alcuna ulteriore interpretazione nel momento operativo, c’è da
agire.
Classificare una situazione così caratterizzata, come “operazione di polizia”
non è legittimo, è un vero e proprio cortocircuito che calpesta l’etica e costa
dolore e vite umane.
Nessuna direttiva politica, nessuna circolare ministeriale può cambiare il nome
alle cose; ogni elemento della catena di comando rimane responsabile e ha il
dovere di osservare i trattati internazionali, oltre che di rispondere alla
propria coscienza e gli uni e l’altra hanno rango superiore a qualsiasi
protervia in carica pro tempore.
Non si abdica alla propria responsabilità genuflettendosi al potere. In mare,
come in terra, la legge della vita, il rispetto della fragilità e il dovere di
umanità vengono prima di qualsiasi dinamica di potere o di polizia. Sempre.
I servitori dello Stato — a ogni livello della catena di comando — giurano
fedeltà alla Costituzione e alle sue leggi, non agli interessi elettorali di
qualcuno e nessuna divisa o funzionario potrà mai giustificarsi, neppure con sé
stesso, dietro un “Ho eseguito gli ordini” quando a naufragare è la nostra
stessa civiltà.
Gregorio De Falco