Heimito von Doderer / Il Danubio e la ricerca della realtà
Scriveva Claudio Magris in un saggio di molti anni fa (Al di là della lingua.
L’opera di Hermann Broch, 1993) che gli scrittori austriaci del Novecento più
facilmente assimilabili dall’editoria italiana si distinguono in due categorie:
i “nostalgici”, che vagheggiano il mondo di ieri delineando un’immagine
trasfigurata della scomparsa monarchia asburgica con i suoi principii di ordine
e sicurezza, e i “profeti della crisi”, per i quali la vecchia Austria era il
laboratorio del disfacimento dei valori e del nichilismo moderni. A queste
categorie si potrebbe aggiungere un terzo gruppo di autori mitteleuropei che
hanno ottenuto in Italia una certa risonanza, ovvero gli adelphiani Alfred
Kubin, Leo Perutz e Alexander Lernet-Holenia che evocano nei loro racconti
atmosfere fantastiche, misteriose e vagamente occulte. A nessuna di queste
categorie si lascia ascrivere l’opera sui generis del viennese Heimito von
Doderer (1896-1966), giunto al successo negli anni Cinquanta e i cui romanzi
sono assenti ormai da decenni dal mercato editoriale italiano, ovvero da quando
l’editore milanese SE ne pubblicò una breve antologia di racconti (Divertimenti
e variazioni, 1999). Di Doderer furono tradotti in italiano a suo tempo i
romanzi ‘viennesi’, tutti editi da Einaudi (Le finestre illuminate, 1961; La
scalinata, 1965; I demoni, 1979), nonché L’occasione di uccidere, un originale
“giallo metafisico” pubblicato da Garzanti nel 1983 nella traduzione di Aldo
Busi.
Non si può dunque che salutare positivamente l’iniziativa dell’editore Medhelan
di presentare al lettore italiano un tardo capolavoro dello scrittore, ovvero
Die Wasserfälle von Slunj (1963), magistralmente tradotto da Ginevra Quadrio
Curzio, che rende con precisione, disinvoltura ed eleganza la raffinatissima
prosa di Doderer. Il romanzo, a cui l’autore lavorò dal 1958 al 1960, costituiva
negli intenti di Doderer la prima parte di un più ampio Romanzo Nr. 7, così
denominato in onore della Settima sinfonia beethoveniana e che in analogia ai
quattro movimenti della sinfonia classica avrebbe dovuto comporsi di quattro
sezioni. Le cascate di Slunj è l’unica parte compiuta della vagheggiata
tetralogia: negli ultimi giorni di vita l’autore stava ancora lavorando alla
seconda parte, Der Grenzwald (Il bosco di confine), il cui manoscritto
incompiuto fu ricomposto dal curatore e pubblicato postumo (1967).
Le ramificate vicende narrate ne Le cascate di Slunj sono ambientate
prevalentemente a Vienna, ma con significativi excursus nei territori
sovranazionali della Monarchia (le cascate del titolo si trovano in Croazia),
coinvolgono diversi strati sociali e si dipanano su di un ampio arco temporale
che va dal 1877 – l’anno del matrimonio di Robert Clayton, rampollo di una
famiglia di industriali inglesi, con la canadese Harriet e relativo viaggio di
nozze culminante, appunto, presso le cascate di Slunj, dove viene concepito il
figlio Donald – sino al 1911, quando le vicende dei Clayton – che avevano
stabilito nei decenni precedenti una filiale commerciale a Vienna – si
concludono con un evento luttuoso proprio presso le cascate di Slunj. Serpeggia
nel romanzo, e in tutta l’opera narrativa di Doderer, un oscuro fatalismo,
mentre tra i numerosi personaggi, abilmente manovrati dal narratore, si instaura
una rete di sottili influssi reciproci (esplicito è l’influsso corroborante
degli “inglesi” sul ginnasiale Zdenko e sugli amici del “Club Metternich”; il
ritratto di Monica Bachler bambina esercita un misterioso fascino su Chwostik;
Chwostik stesso contribuisce alla “rinascita” spirituale di Münsterer e così
via). È quello che Doderer in un appunto di diario chiamava il “tessuto
fatologico” che ordina le vicende dei personaggi, orchestrate lungo diversi
filoni narrativi pronti a ricongiungersi dopo ampie spirali. Attento alla vita
intima dei suoi personaggi e ai loro mutamenti psicologici, Doderer intesse
sapienti metafore spaziali per alludere ai nuovi “sentieri” e ai “territori
inesplorati” che si dispiegano dinanzi a essi.
Ambizione di Doderer è quella di descrivere la vita nel suo inappariscente
fluire, nel suo inanellarsi di eventi apparentemente insignificanti ma
riconducibili a una imperscrutabile legge superiore. L’autore raggiunge i suoi
vertici stilistici in certe descrizioni naturalistici – gli stagni e i prati
lungo il canale del Danubio, la luce dorata nei boschi autunnali – attimi
rarefatti in cui il tempo pare fermarsi e il protagonista, sortito da una
condizione letargica, avverte una sensazione di impalpabile felicità e
percepisce un’improvvisa epifania. Maestro del dettaglio e della digressione,
abile registratore di dati sensitivi – luci, colori, odori – affabulatore
ironico, divertito evocatore della Vienna d’antan, qui amabilmente riproposta
anche nei suoi ambienti plebei, Doderer non possiede tuttavia la capacità di
sintesi del narratore epico né l’ambizione totalizzante dello scrittore sociale.
Problematico, in tal senso, è il riferimento al realismo di Theodor Fontane
proposto da Giovanni Pacchiano nella sua sobria ma appassionata prefazione: se è
ben vero che Doderer si richiama a un realismo di tradizione ottocentesca e
rifiuta “le innovazioni del modernismo” (Pacchiano) a favore del narratore
onnisciente, sono tuttavia innegabili sia la lontananza dei romanzi di Doderer
dal solido impianto di critica storico-sociale che animava i romanzi di un
Fontane sia il debito che Doderer contrasse con le acquisizioni della psicologia
di inizio Novecento e con la psicanalisi di Freud che ne rendono la scrittura,
attenta ai sommovimenti della coscienza, ai traumi inconsci e ai conflitti
edipici, così fatalmente distante da quella dei narratori ottocenteschi. In
questa commistione di tradizione e modernità, di umanesimo e alienazione, nonché
nella innegabile maestria stilistica e nella sapienza costruttiva risiedono i
pregi della complessa arte romanzesca di Doderer, per la cui riscoperta il
presente volume si rivela un eccellente viatico.
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